Do ut des, la recensione del revenge-movie che omaggia Joe D’Amato

Giocando d’anticipo sul reboot di Emmanuelle, che dovrebbe entrare in produzione a breve per la regia di Audrey Diwan e interpretata da Léa Seydoux, il prolifico Dario Germani e la co-regista Monica Carpanese riportano al cinema l’altra Emanuelle, quella con una sola “m” che ha fatto la fortuna di Aristide Massaccesi, in arte Joe D’Amato, negli anni ’70. Do ut des, che infatti aveva il titolo di lavorazione di Emanuelle – Do ut des, è un quasi remake di Emanuelle e Françoise (Le sorelline) che Massaccesi diresse insieme a Bruno Mattei nel 1975 rifacendosi, a sua volta, al greco La calda vendetta del sesso. Dunque, se già conoscete il film di Massaccesi e Mattei, che era l’antesignano della saga con Laura Gemser, sapete cosa aspettarvi dalla rielaborazione firmata da Carpanese e Germani.

L’ingenua Francesca sta iniziando una carriera da modella a Milano quando conosce il fascinoso imprenditore Leonardo, che si mostra fin da subito un petulante ammiratore. Inizialmente restia a una relazione, Francesca si lascia sedurre dall’uomo ma questo si rivela esattamente quello che sembrava: un viscido stronzo.

Salto in avanti di alcuni anni e ritroviamo Leonardo alle prese con la carriera e la sua solita attività di dongiovanni finché i suoi occhi cadono su Emanuelle, una scrittrice bisessuale che inizia con lui un gioco di seduzione molto ambiguo.

Dopo il thriller Lettera H, lo slasher metacinematografico The Slaughter e lo splatterosissimo Antropophagus II, Dario Germani prosegue nell’apprezzabile percorso di riscoperta dei filoni che hanno fatto grande il genere in Italia e si confronta col revenge-movie erotico che andava forte tra la seconda metà degli anni ’70 e la prima degli ’80. Per questa sua incursione, Germani si avvale della preziosa collaborazione dell’attrice Monica Carpanese che qui, oltre ad affiancare Germani alla regia, ha scritto la sceneggiatura.

Do ut des è un lavoro rigoroso ed onesto, offrendo allo spettatore alfabetizzato esattamente quello che promette. Per questo motivo si lascia apprezzare, probabilmente, più dai cultori di certo cinema bis (come lo chiamano i nostri illustri colleghi) che dallo spettatore occasionale, che comunque si trova tra le mani un prodotto ben eseguito e dallo sviluppo interessante.

Se la storia vira in territori prevedibili ma non scontati – anche per chi conosce il prototipo – a colpire positivamente è il lavoro di direzione degli attori, tutti perfettamente in parte, credibili e visibilmente coinvolti nel lavoro che stanno facendo. Questo non è scontato quanto parliamo di cinema italiano non mainstream, che alla buona volontà spesso e volentieri non fa corrispondere reali capacità, invece, qui notiamo un ottimo mestiere sotto tutti i punti di vista e un impegno produttivo da non sottovalutare per un’opera che, in fin dei conti, è anche molto facilmente esportabile.

Molto bravi, quindi gli interpreti a cominciare da Beatrice Schiaffino e Gianni Rosato in dei ruoli che non sono affatto facili: lei (che abbiamo già visto nella bella ma sottovalutata serie Prime Video Bang Bang Baby) è una Emanuelle prima maniera perfetta, affascinante, misteriosa e capace di trasmettere un grande erotismo; lui (la miniserie La fuggitiva) riesce a risultare odioso fin dalla prima inquadratura creando questo cortocircuito con lo spettatore che si trova a seguire come protagonista un personaggio spregevole. Un tocco di scrittura, quest’ultimo, ben eseguito e coraggioso oltre che una buona gestione del personaggio da parte di Rosati.

Ovviamente non è tutto perfetto perché il film ci mette un po’ troppo a ingranare e nella prima ora il ritmo latita e tende verso il televisivo, con momenti inutilmente prolissi e tempi dilatati. Comunque – col senno di poi – tutto risulta funzionale al climax finale, che arriva crudo e spietato come è giusto che sia, pur risultando inevitabilmente meno esplicito ed exploitativo di quello di Massaccesi, anche per la messa in scena delle scene erotiche e di nudo.

Do ut des è l’ennesima dimostrazione che il gran cinema di genere che si faceva un tempo in Italia e per il quale siamo diventati cult nel mondo è ancora possibile, l’importante è maneggiarlo con intelligenza e cognizione di causa, soprattutto in relazione ai tempi che cambiano. Il materiale alla base di Emanuelle e Françoise (Le sorelline) era perfetto per essere rivisto in chiave femminile e femminista e infatti l’adeguata scrittura di Monica Carpanese guarda in quella direzione pur non smarrendo mai il focus e il risultato, infatti, è molto buono.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Rielabora in chiave contemporanea e con grande cognizione di causa il classico dell’exploitation Emanuelle e Françoise (Le sorelline) di Joe D’Amato.
  • Buon lavoro sui personaggi e professionalità degli interpreti.
  • Il film ci mette un po’ troppo a ingranare e la prima ora cede il passo a un ritmo troppo televisivo.
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Do ut des, la recensione del revenge-movie che omaggia Joe D'Amato, 6.5 out of 10 based on 2 ratings

One Response to Do ut des, la recensione del revenge-movie che omaggia Joe D’Amato

  1. Daniela ha detto:

    al film, alla recensione e all’attrice ‘Emanuelle’ Beatrice Schiaffino

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