Le fidèle, la recensione

Per una curiosa casualità, due fra i più significativi noir europei di questa stagione cinematografica provengono dal Belgio: da un lato, l’orgia visiva frenetica e psichedelica della coppia Cattet/Forzani con Laissez bronzer les cadavres, dall’altro un film completamente diverso, Le fidèle (2017) di Mickaël R. Roskam, presentato alla Mostra di Venezia del 2017.

Il regista conclude così un’ideale trilogia dedicata a diversi milieu criminali, iniziata con Bullhead – La vincente ascesa di Jacky e proseguita con The Drop – Chi è senza colpa.

Ne Le fidèle, Roskam insiste con la poetica – intesa come concezione cinematografica, narrativa ed estetica – dei due film precedenti, dando vita a un sontuoso affresco dove la componente noir si mescola con il fattore umano. Se con The Drop il regista si era trasferito a New York con un noir quasi scorsesiano alla Mean Streets, qua torna all’ambientazione belga di Bullhead (candidato all’Oscar nel 2012 come miglior film straniero).

Scritto dal regista insieme a Thomas Bidegain e Noé Debré, ha come protagonisti Gino Vanoirbeek detto Gigi (Matthias Schoenaerts) e Bénédicte Delhaney detta Bibi (Adèle Exarchopoulos). Lui è un ladro, cresciuto in povertà e senza famiglia, che ha radunato una banda di professionisti dediti alle rapine; lei è una ragazza proveniente da una famiglia facoltosa, lavora nell’azienda del padre ed è una pilota di auto da corsa. Quando i due si conoscono, divampa subito l’amore: una passione travolgente che supera ogni ostacolo, nonostante il carattere misterioso di Gigi, che finge di lavorare in un import-export di auto. Dopo una sanguinosa rapina a un portavalori, l’uomo viene arrestato e la verità viene a galla, ma Bibi continua a esserne innamorata, tanto da progettare la sua evasione tramite una gang della malavita albanese.

Sia il titolo belga, Le fidèle, sia quello internazionale, Racer and the jailbird (“Il pilota e il carcerato”), puntano l’attenzione sui personaggi – e la scelta è azzeccata, trattandosi di una storia incentrata più sui caratteri che sull’azione: il più profondo e azzeccato è sicuramente quello originale, in quanto Gigi è “fedele” tanto alla donna amata quanto ai compagni della sua banda – e la fedeltà è una componente primaria dell’etica dei personaggi, compresa Bibi, per cui l’aggettivo può anche essere declinato al femminile.

Roskam prosegue una personale esplorazione di come il milieu del crimine e i sentimenti umani si mescolino e si condizionino l’un l’altro; ci sono persino alcuni elementi che tornano all’interno della trilogia, vedasi la presenza di un cane, che già risultava decisiva in The Drop e qui lo è altrettanto. Roskam adotta una struttura narrativa bipartita, come già in Bullhead, una più noir/poliziesca, l’altra più drammatica, psicologica e sentimentale, mescolandole senza soluzione di continuità grazie a una sceneggiatura ben scritta e a una regia solida.

La storia, che si dipana su quasi 130 minuti, è focalizzata principalmente su Gigi e Bibi e sulla loro storia d’amore, più che sulla gang e le imprese criminali, anche se sono presenti almeno tre sequenze da film poliziesco: la rapina in banca, l’assalto al furgone portavalori e la sparatoria finale dopo la fuga dal carcere. Ma è la rapina al furgone a primeggiare, una sequenza da manuale che vale da sola la visione del film: dopo una prima parte dedicata alla minuziosa preparazione del colpo, la regia sfoggia un unico piano-sequenza sulla sparatoria, con movimenti di macchina fluidi e adrenalinici, senza staccare un attimo l’inquadratura.

Dunque, può sembrare una sorta di “romanzo criminale” belga con una particolare attenzione alla storia d’amore fra i protagonisti, un po’ come succedeva (almeno nelle intenzioni) nei classici del polar anni Sessanta e Settanta; del resto, il genere noir ha sempre avuto una componente romantica (pensiamo anche ai modelli americani e italiani), e figure come “il bandito e la donna” ne sono sempre state un topos. Forse i modelli sono proprio i classici del polar, insieme ai neo-noir francesi e a Drive di N.W. Refn.

Sulla carta, ci sono dunque le premesse per un capolavoro; e il film funziona, perché non si può negare che Le fidèle sia un bel film, robusto e di ampio respiro. Ma gli amanti del noir resteranno abbastanza delusi nel vedere che le scene d’azione sono relegate alle tre suddette (oltre a qualche corsa in auto), e che anche l’esplorazione del mondo criminale passa in secondo piano; eppure di spunti interessanti ce ne sono: gli altri membri della gang, la malavita albanese, l’industriale colluso con il crimine, la vita in carcere. Ma tutti questi elementi sono abbastanza trascurati. Perché ciò che a Roskam interessa davvero è sviscerare la storia d’amore (im)possibile fra questi due personaggi così differenti – un ladro e una ragazza di buona famiglia – eppure accomunati dalla passione per il rischio (lui è un criminale, lei una pilota di auto da corsa) e da un amore che supera ogni barriera.

Le fidèle è fondamentalmente un melodramma, dove la descrizione del milieu criminale – soprattutto nella seconda parte – cede il passo alla storia d’amore, narrata con grande pathos e drammaticità (un po’ come accade nel noir italiano Pericle il nero di Stefano Mordini, simile anche nell’ambientazione belga). Se la prima parte faceva sperare in un vero polar, la storia assume man mano connotati sempre più da melò – la separazione a causa del carcere, l’aborto, la malattia di Bibi. Da notare anche la struttura impartita dalla regia, che divide il film in tre parti intitolate Gigi, Bibi e Pas de fleurs – in realtà, è più una nota dal sapore pulp abbastanza inutile, visto che Le fidèle non conosce una vera suddivisione in capitoli ed è un unicum narrativo e stilistico.

Un punto di forza è costituito sicuramente dai due interpreti, che giganteggiano lasciando poco spazio ai caratteri secondari: lui, Matthias Schoenaerts, già protagonista di Bullhead e presente anche in The Drop, è il prototipo del “bello e dannato”; lei, Adèle Exarchopoulos, è divenuta famosa soprattutto per il film erotico La vita di Adèle di Abdellatif Kechiche; entrambi offrono due performance memorabili, caratterizzate da una grande espressività facciale e versatilità, sempre all’insegna di amore e sofferenza, che sono le due componenti basilari; da notare anche un paio di scene di sesso abbastanza spinte fra i due attori.

Esteticamente, Le fidèle è molto raffinato e dotato di una fotografia morbida e ricca di chiaro/scuri, luci e ombre (forse una metafora estetica dell’interiorità dei protagonisti). La regia sfoggia un buon repertorio stilistico, fra inquadrature ricercate e piani-sequenza – in primis quella già citata della rapina al furgone, ma sono notevoli pure alcune soggettive delle auto in corsa – mentre le musiche soffuse sono un accompagnamento non memorabile alle immagini.

Davide Comotti

PRO CONTRO
  • Regia matura e ispirata.
  • Personaggi ben costruiti.
  • Una storia di ampio respiro che cattura l’interesse dello spettatore.
  • La scena dell’assalto al portavalori, da manuale del cinema d’azione.
  • Poco spazio concesso alle scene d’azione e alla rappresentazione del milieu criminale.
  • Una durata eccessiva.
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Le fidèle, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating
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