L’equilibrio, la recensione

Talvolta, la coerenza è sopravvalutata.

Se Vincenzo Marra, tenendo fede ai propositi iniziali, avesse fatto de L’Equilibrio un documentario, il film avrebbe avuto si e no la metà dell’efficacia del prodotto bello e compiuto che è.

Quanta forza dà a L’Equilibrio, opera di finzione, la combinazione fra tensione drammatica e sociale, un’interrogazione etico–filosofica–religiosa e un approccio rigorosamente realistico nell’immaginare i rapporti, le implicazioni e i punti di vista. Nel tratteggiare il contesto.

Una guerra senza vinti né vincitori, nei suoi momenti migliori quasi un film dell’orrore. Rifiuta qualsiasi convenzione o struttura del genere, o di qualunque genere. Il paragone ovviamente non va preso alla lettera. Tuttavia, L’Equilibrio obbliga lo spettatore a confrontarsi con una realtà scomoda, costringe a guardare quando l’impulso sarebbe distogliere lo sguardo, e fa della paura uno dei sentimenti cardine.

Di paura ne ha ben poca Don Giuseppe, Mimmo Borrelli, bravissimo, che di ritorno a Roma da un’esperienza in Africa, la fede che traballa, chiede ed ottiene da un superiore di essere riportato a casa, si intende un paesino del napoletano. Sostituisce l’apprezzatissimo Don Antonio, l’eccellente Roberto Del Gaudio.

Don Giuseppe è un uomo in cammino, Don Chisciotte serissimo armato di crocifisso che muove guerra ai mulini a vento del mondo. La regia di Marra lo insegue e talvolta lo accompagna, elogio del piano sequenza, stacchi ridotti all’essenziale. La sua fede vacilla, come una città assediata su ogni lato dai dubbi, le tentazioni, le putride collusioni di un ambiente avvelenato. Nell’anima, nei corpi e nella terra. Eppure l’assalto viene respinto. Pochi i dubbi del protagonista. Il suo sforzo per portare verità e giustizia in un mondo criminale e corrotto è figlio di una visione che non si nutre di compromessi. Una madre e una bambina che soffrono e devono essere salvate, costi quel che costi.

L’Equilibrio mette in scena una guerra d’ideologia che è una guerra di religione. Tra due uomini e due modi di intendere il mondo, nel cuore di una periferia che splende perversamente di abbandono e disincanto. Dove la parola è il silenzio, perché la paura e il conformismo chiudono la bocca. L’intransigenza di Don Giuseppe fa a pugni con il pragmatismo di Don Antonio, la sua ricerca di un equilibrio, appunto, fra i doveri della coscienza, il senso di una vocazione e le asprezze della realtà. Se l’intenzione di Vincenzo Marra è certo quella di sospendere il giudizio su quale dei due punti di vista si adatti meglio a un mondo svuotato di certezze e infarcito di cattivi esempi, per non forzare risposte preconcette, nel momento in cui decide di fare di Don Giuseppe il protagonista della sua storia, e di tenerlo costantemente in scena, opera comunque una scelta di campo. E così il film si incarta un po’ su se stesso, nella contraddizione di non poter fare a meno di essere,contemporaneamente, imparziale e schierato. Il che non toglie spunto e brio a L’Equilibrio, potente e scomodo, alieno al lieto fine e alle verità consolatorie di tanto cinema italiano più debole e vigliacchetto, situato a metà strada fra l’asciuttezza della realtà e del suo linguaggio, la sua terribile crudezza, e l’eleganza dignitosa della sua messa in scena.

Francesco Costantini

PRO CONTRO
  • I due protagonisti, la forza delle rispettiva interpretazioni.
  • Il coraggio di guardare in faccia la realtà.
  • Il pubblico saprà essere all’altezza dell’onestà e dell’assenza di suggestioni consolatorie proposta dal film?
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L'equilibrio, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating
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