Mektoub, My Love: Canto Uno, la recensione

Il cinema di Abdellatif Kechiche ha ormai segnato un nuovo stile di realismo, che avvolge i corpi dei propri protagonisti, si focalizza sui loro volti e li segue ovunque, nella quotidianità più banale e banalmente esasperante. Chiaramente legato a un’idea moderna di nouvelle vague, che si rifà tanto a Éric Rohemer quanto a Jacques Rivette, Kechiche torna a raccontare la gioventù francese dopo il grande successo internazionale di La vita di Adele. E se quel film, che si è aggiudicato la Palma d’oro a Cannes nel 2013, trasponeva la graphic novel di Julie Maroh, Mektoub, My Love è liberamente ispirato al romanzo di François Bégaudeau La ferita, quella vera.

In Mektoub, My Love lo stile di Kechiche torna vigoroso e deciso nell’estremizzare il suo sguardo sulla vita, restituendola allo spettatore così come si manifesta, senza filtri, senza eccessiva fictionalizzazione. Il neo-neo-realismo di Mektoub, My Love è edulcorato da una patina di vitalità, di gioia, di allegria che esprime al pieno la giovinezza dei suoi protagonisti, che vediamo muoversi, anzi agitarsi, sullo schermo proprio come accadrebbe nella vita reale se seguissimo nella loro vacanza estiva un gruppetto di ventenni.

Ogni personaggio in Mektoub, My Love incarna una tipologia narrativa ben precisa che ci suggerisce comunque l’origine letteraria e fictional della vicenda, ma il realismo della messa in scena e delle loro interazioni sociali tende ad abbattere qualsiasi muro (virtuale) possa ergersi tra lo spettatore e i personaggi del film. E il grande pregio di Mektoub, My Love è proprio un grado di coinvolgimento estremo che va oltre qualsiasi mokumentary, POV o found footage. Kechiche piazza la sua macchina da presa – spesso a mano, con riprese mosse ma sempre curatissime – addosso ai personaggi, li segue ovunque, nell’intimità della camera da letto, a tavola mentre pranzano, in discoteca, nella solitudine di un pianto, e rende lo spettatore parte della comitiva di amici impegnati semplicemente a vivere la loro giovinezza, in quell’agosto del 1994 sulla costa francese.

In Mektoub, My Love, infatti, si racconta molto banalmente una manciata di settimane estive di un gruppo di ventenni. Lo sguardo del regista coincide per lo più con quello di Amin (Shain Boumedine, molto bravo), introverso studente di medicina con la passione per la fotografia, che sogna di fare cinema ed è corteggiato dalle ragazze, anche se lui conserva costantemente quell’innocenza adolescenziale che sembra estranea ai suoi coetanei. Tra loro c’è Ophélie (Ophélie Bau), sua amica d’infanzia che lavora nella fattoria di famiglia e deve sposare Clemént ma va a letto con Toni (Salim Kechiouche), cugino più grande di Amin e celebre tombeur de femmes. Ma Amin fa anche la conoscenza di Céline (Lou Luttiau) e Charlotte (Alexia Chardard), due turiste provenienti da Nizza che legano immediatamente con Amin e i suoi amici.

Mektoub, My Love si dilunga nel pedinamento quotidiano di questi personaggi senza un collante narrativo ben preciso, limitandosi a documentare le loro chiacchierate, i giochi sulla spiaggia, i flirt, le sere al bar e le notti in discoteca. Il film si apre con una scena folgorante in cui, seguendo Amin che va a trovare Ophélie a casa, il ragazzo si trova testimone (e voyeur) del tradimento della ragazza con Toni. Una sequenza di sesso che ricorda da vicino le scabrose e ormai celebri scene di La vita di Adele, esplicita e focosa, con abbondanza di dettagli e una partecipazione della mdp così vitale e necessaria da lasciar intendere una vena erotica in Mektoub, My Love che invece viene immediatamente abbandonata. Però Kechiche sa come valorizzare il corpo femminile, ne è palesemente un fine estimatore, e trova nella splendida Ophélie Bau un pretesto per esplorare costantemente le sue abbondanti curve, inguainate in costumi da bagno e shorts troppo stretti.

Il limite di Mektoub, My Love è, allo stesso tempo, una delle sue caratteristiche fondamentali nonché caratteristica del cinema di Kechiche: la lunghezza. 175 minuti, durante i quali – lo ripetiamo – non abbiamo una trama da seguire, ma solo eventi episodici e spesso slegati della vita dei ragazzi protagonisti. Così ci sono momenti bellissimi, come il già citato intro, la prima visita di Céline e Charlotte al ristorante di Toni o ancor più la notte che Amin passa alla fattoria nel tentativo di immortalare con la sua macchina fotografica il parto di una pecora. E ci sono scambi di battute irresistibili, sguardi, risate che rimangono allo spettatore anche dopo la visione del film; ma ci sono anche molti, troppi, momenti ridondanti e francamente inutili: estenuanti feste al bar, lunghissime serate in discoteca in cui si fatica perfino a capire cosa si dicono i personaggi e almeno un gioco sulla spiaggia di troppo. Con estrema onestà possiamo dire che Mektoub, My Love poteva durare tranquillamente un’ora in meno senza che la cosa compromettesse minimamente la riuscita del film, tagliando semplicemente il superfluo… e di superfluo, credetemi, ce n’è. Però, allo stesso tempo, il film non annoia, come invece annoiavano alcuni blocchi di La vita di Adele e Cous Cous, riesce a coinvolgere portando lo spettatore a rivivere un periodo di vita che chiunque abbia oggi più di trent’anni sicuramente riconoscerà come proprio.

Mektoub, My Love recita nel sottotitolo Canto Uno e infatti il Canto Due è attualmente in post-produzione. Ma nell’idea iniziate di Kechiche, Mektoub, My Love è una trilogia, quindi potremmo sentir parlare di Amin, Ophélie e Charlotte ancora per molto.

Il film sarà nei cinema italiani dal 24 maggio 2018 distribuito da Vision Distribution

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Si tratta di un film incredibilmente immersivo, quasi un’esperienza!
  • Attori per lo più sconosciuti ma bravissimi.
  • Le immagini di Mektoub, My Love sono potenti ed energiche.
  • Quasi tre ore di film sono onestamente troppe per trattare tale materiale narrativo. Non annoia ma si ha la percezione dell’inutilità di molte scene.
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