Il ragazzo invisibile – Seconda generazione, la recensione

Tre anni fa usciva nei cinema italiani Il ragazzo invisibile, un film che cercava di trasferire in Italia l’immaginario superoistico, ad oggi appannaggio soprattutto dei blockbuster americani. Malgrado il lodevole impegno produttivo e il nome di Gabriele Salvatores dietro la macchina da presa, Il ragazzo invisibile fu un sostanziale fallimento artistico a causa di un approccio completamente sbagliato alla materia trattata e anche un discreto flop al botteghino, se consideriamo il rapporto costi/guadagni. Eppure oggi siamo qui a parlare del capitolo due di quella che oramai è a tutti gli effetti una saga e, sempre sotto l’egida registica di Salvatores, arriva nei cinema Il ragazzo invisibile – Seconda generazione.

I titoli di testa fanno uno stiloso recap sugli eventi del primo film attraverso le tavole disegnate di un fumetto, un inizio promettente senz’altro, che ci conduce nella vita da adolescente di Michele Silenzi, il ragazzo che ha scoperto di avere il potere dell’invisibilità a causa di esperimenti genetici condotti sui suoi genitori. Ora Michele deve affrontare un grave lutto, la sua madre adottiva è morta in un misterioso incidente di cui lui si sente in parte responsabile, e spunta una sorella gemella che possiede il potere delle pirocinesi. Entrambi vengono convocati dalla madre naturale, Yelena, indebolita dall’utilizzo dei suoi poteri e impegnata a mettere su una squadra di mutanti per contrastare i piani criminosi di un leader russo che sta rapendo gli individui dotati di superpoteri con l’intento di studiarli per creare una sua personale armata mutante.

Ci spiace davvero molto perché c’erano tutte le carte in regola per tirare fuori dal cilindro un sequel coi fiocchi, invece Il ragazzo invisibile – Seconda generazione riesce a fare peggio del suo predecessore a causa di una scrittura completamente allo sbando. Se il primo film aveva frainteso il filone di appartenenza, questo secondo lo coglie pienamente con l’aggravante di essere riusciti a gestire malissimo il discreto materiale che c’era a disposizione. La sceneggiatura firmata ancora una volta da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo segue il protagonista nel suo percorso di crescita fisico e interiore, portandolo a un livello successivo di consapevolezza: ora Michele sa gestire i suoi poteri ed è pronto per comportarsi da vero supereroe e fare quello che i supereroi solitamente fanno, ovvero salvare il mondo. Questa didascalica semplificazione sulla carta è strutturata da un approfondimento introspettivo che dona valore al personaggio e una serie di colpi di scena che dovrebbero rendere più avvincente una storia che comunque è stata ormai raccontata in tutte le salse. Invece lo script si abbandona a uno spudorato scopiazzare gli X-Men, ma non il fumetto di Stan Lee e Jack Kirby, bensì i film, soprattutto i primi due diretti da Bryan Singer che, come sappiamo, ha preso molte personali libertà nel portare sul grande schermo i mutanti della Marvel.

Passi la scopiazzatura, per di più di un film vecchio ormai quasi vent’anni, ma non può passare la marea di banalità che Il ragazzo invisibile – Seconda generazione mette in scena, tra presunte sorprese che non sono mai tali, personaggi scritti molto male (il padre di Michele ha un’involuzione incredibile), buchi di sceneggiatura e dialoghi realmente imbarazzanti (la battuta che Michele pronuncia a un personaggio dicendo con fare offensivo “Tu non sei normale!” quando per tutto il film abbiamo sentito della distinzione tra “normali” e “speciali” ci fa capire che forse dovevano leggere lo script una volta in più).

E poi gli attori, in alcune occasioni davvero pessimi. Il giovane protagonista Ludovico Girardello non ci aveva convinto tre anni fa ma qui dimostra di non aver studiato e viaggiare sui medesimi territori di inespressività e cattiva dizione, meglio in espressività ma molto peggio in dizione Galatea Bellugi, che interpreta la sorella Natasha, e via proseguendo con Ksenia Rappoport, Ivan Franek e un intero cast composto da attori con la parlata di Ivan Drago di Rocky IV. Vi assicuro che a un certo punto, con tutta la buona volontà, diventa impossibile prendere sul serio quello che si sta guardando sullo schermo.

Un vero peccato che le cose siano andate così perché i mezzi c’erano (hanno bissato i quasi 10 milioni di euro di budget del primo film), la traiettoria da seguire stavolta era stava azzeccata e gli effetti speciali mostrano in più di un’occasione di essere all’altezza di film ben più ricchi. Purtroppo è tutto il resto che non funziona, troppe cose per un film che davvero non si riesce a digerire.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Gli effetti visivi… per quel poco che vengono utilizzati come in un blockbuster americano.
  • La sceneggiatura: scrittura dei personaggi e dialoghi.
  • Gli attori e la loro pronuncia alla “ti spiezzo in duie”.
  • Copia X-Men di Bryan Singer… tanto per stare al passo coi tempi!
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