TFF35. Lorello e Brunello, la recensione

Jacopo Quadri firma il primo film italiano in concorso al 35esimo Torino Film Festival. Si tratta di un documentario che cattura il lavoro nei campi nel podere maremmano dei fratelli Biondi.

Lorello e Brunello segue quindi il ritmo naturale di quattro stagioni di (non troppo) duro lavoro agreste ritraendo la tosatura delle pecore e le attività da viticoltori dei due gemelli toscani. Attorno a loro ruotano pochissimi altri personaggi come la fidanzata rumena di Brunello, che i due vedono di rado a causa del lavoro di quest’ultima. L’incessante lavoro nei campi non lascia quindi molto spazio alle relazioni umane.

Quadri, già montatore del pluripremiato Gianfranco Rosi, sceglie uno scenario campestre, di quelli a lungo esplorati dall’intramontabile Vittorio De Seta. Il suo film cerca di cullarci attraverso i ritmi lenti e silenziosi in cui il regista riesce ad immergersi completamente.

Tuttavia, lo sguardo del documentarista si lascia troppo incantare dalla bellezza mozzafiato dei paesaggi naturali e non riesce a trasmetterci qualcosa con gli altri elementi presenti nel film: con il lavoro quotidiano in primis, ma anche con gli stessi agricoltori (rappresentati più come macchine umane che come il vero motore delle singole azioni). Il regista si avvale quindi di un narratore esterno, un’anziana vicina che onestamente non aggiunge niente a ciò che il film ci sta mostrando.

Il materiale proposto è interessante più che altro per la scelta dei soggetti, ma poco coinvolgente a livello di forma e di contenuti.

Il film, dunque, non possiede la stessa forza evocativa di un Fuocoammare o degli altri più importanti documentari italiani prodotti negli ultimi anni (che di passi avanti ne hanno fatti davvero tanti).

Lorello e Brunello ha soprattutto il difetto di appartenere ad un repertorio documentaristico su cui sembrano essersi esaurite le argomentazioni e le forme di rappresentazione possibili ed immaginabili. Tuttavia, il talento e la sensibilità di Quadri avrebbero benissimo potuto osare di più, avrebbero potuto adeguarsi ai tempi e giocarsi la carta dell’originalità (le occasioni nel film non sembrano mancare così come al regista non manca certo il giusto spirito bucolico), ma preferisce rifugiarsi in un sicuro terreno già abitato e ormai decisamente troppo affollato.

Al 35° Torino Film Festival Lorello e Brunello si è aggiudicato la menzione speciale della giuria e il premio Cipputi.

Claudio Rugiero

PRO CONTRO
  • Il regista sceglie un film che lo rappresenta e nel quale sembra perfettamente a proprio agio.
  • Una mise en scène rivela chiaramente la lezione dei propri maestri.
  • Documentario poco potente e con lo sguardo troppo passivo e perso in immagini già catturate dalla filmografia precedente.
  • È un film che non osa, non tira fuori tutto il talento creativo del regista.
  • A livello linguistico il film risulta quasi dislessico: non riesce cioè a dare una vera connotazione linguistica alle immagini che propone.
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