Tomb Raider, la recensione

Se chiedete a un individuo nato a metà degli anni ’80, e quindi formatosi negli anni ’90, un elenco di personaggi dell’immaginario che sono stati influenti della sua crescita, con ogni buona probabilità Lara Croft rientrerebbe in questa rosa di nomi.

Lara Croft è stata inserita nel Guinness World Record come eroina dei videogiochi più famosa al mondo ed è intestataria di una strada – la Lara Croft Way – a Derby, in Inghilterra, paese dove aveva sede la software house che ha progettato e sviluppato i primi videogames della saga Tomb Raider, la Core Disign.

Bellissima nonostante i marcati poligoni di cui era composta, intraprendente, sempre pronta alle missioni più spericolate e capace di diventare un’icona alternativa del mondo femminile, anche se spesso chiaramente filtrato da un’ottica maschile, Lara Croft negli anni non è stata solo un personaggio relegato al mondo dei videogames, diventando presto protagonista di una nutrito merchandising che ha esteso il suo tentacolare influsso anche su altri media, in primis fumetti e cinema.

Sul grande schermo l’avventuriera in shorts è arrivata nel 2001 con Lara Croft: Tomb Raider, diretto da Simon West, che ha fatto da traino a un sequel nel 2003, Tomb Raider: La culla della vita, di Ian de Bont. Entrambi i film hanno trovato in Angelina Jolie l’interprete perfetta per dare le fattezze e le abbondanti forme all’archeologa, anche se le due riduzioni cinematografiche lasciarono molto perplessi sia i videogiocatori che gli appassionati di cinema, dal momento che tradivano lo spirito avventuroso dei videogames e si presentavano come mediocrissimi action-movie, sicuramente non al passo con quello che il cinema d’azione hollywoodiano aveva da offrire.

Per diversi anni si è parlato di proseguire le avventure cinematografiche di Lara Croft nonostante Angelina Jolie avesse appeso al muro le USP 9mm, percorrendo la strada del reboot e l’occasione si è presentata quando la Crystal Dinamics, che ha acquisito lo sviluppo dei videogames, ha commissionato un reboot della saga di videogiochi che riscrivesse completamente il personaggio creato da Toby Gard nel 1995. La nuova Lara Croft, affidata alla scrittrice Rhianna Pratchett, è più giovane e fragile, non più maggiorata e con una forza d’animo e spericolatezza che si unisce alla vulnerabilità di un essere umano. Non priva di critiche da parte del fandom più sedimentato, la nuova Lara Croft, già protagonista di due videogame, è diventata immediatamente la fonte di adattamento per la nuova versione cinematografica di Tomb Raider, presa a carico da MGM e Warner Bros. e affidata alla regia del norvegese Roar Uthaug.

Ovviamente l’interrogativo di tutti, spettatori e produttori, era soprattutto “chi interpreterà Lara Croft?”. Una Lara Croft più giovane (sulla ventina), atletica e non più maggiorata. E la scelta è ricaduta su Alicia Vikander, svedese classe 1988, vincitrice di un premio Oscar per The Danish Girl. Non priva di polemiche preventive, la scelta della Vikander si è però dimostrata incredibilmente vincete perché ha unito l’aderenza fisica al ruolo (è somigliante alla Lara Croft di Rhianna Pratchett) al grande talento dell’attrice, utile a trasformare la figura un po’ bidimensionale dei vecchi videogames (e dei due film con la Jolie) in un personaggio completo e complesso, proprio come la sua moderna controparte video ludica prevedeva.

Nel Tomb Raider 2018 conosciamo Lara Croft impegnata in un corpo a corpo in palestra con un’altra donna in una sessione di MMA e subito scopriamo che la nuova Lara è tosta e determinata, ma ben lontana da essere una vincente predestinata al successo. Malgrado l’incredibile ricchezza dei Croft, Lara è al verde, lavora come pony per un ristorante indiano e per sbarcare il lunario si avventura in corse clandestine in bici nel centro di Londra. Un personaggio davvero molto lontano dall’immaginario sedimentato in ciascuno di noi e che difficilmente riusciremmo a legare alle esotiche avventure dell’archeologa più famosa del mondo. Ma il “la” arriva nel momento in cui viene introdotto Lord Richard Croft, padre di Lara, avventuriero scomparso nel nulla quando lei aveva solo quattordici anni e che le ha lasciato un’immensa fortuna, che la ragazza però ha deciso di non amministrare, lasciandone il controllo alla sua tutrice. Da sette anni ossessione e allo stesso tempo delusione di Lara, Richard Croft ha seminato indizi per far si che un giorno possa essere trovato e quando la ragazza viene chiamata per firmare i documenti di presunta morte del padre, scopre il primo di questi indizi che la portano in una lunga e pericolosa avventura al largo delle coste del Giappone, dove il padre si era recato alla ricerca del leggendario regno di Yamatai e dalla Regina Himiko.

Narrativamente molto fedele al videogioco del 2013, questa nuova versione di Tomb Raider si rivela un action-avventuroso dall’impianto molto classico e per questo particolarmente solido. Pur rimanendo il più possibile coerente con il materiale da cui trae ispirazione, il film diretto da Roar Uthaug è innanzitutto Cinema, quello con la “c” maiuscola, che ammicca al videogiocatore (i poster della vecchia Lara Croft video ludica in palestra, il rampino da scalatore, le pistole) ma ha sempre ben chiara la sua identità cinematografica. Gli sceneggiatori Geneva Robertson-Dworet e Alastair Siddons si concentrano tantissimo sul personaggio di Lara dandole un’umanità che fino ad oggi non conoscevamo e per questo la scelta di un’attrice “vera” e capace come la Vikander appare una mossa particolarmente felice. Questo non vuol dire, comunque, che Tomb Raider non sia un concentrato di azione anche fin troppo spettacolare, con un prologo che sembra fare il verso a una versione a due ruote di Fast & Furious e sessioni action particolarmente esagitate ed elaborate, come la lunga sequenza sul relitto dell’aereo.

Come giustamente ci saremmo aspettati da un film che porta il titolo Tomb Raider, c’è anche un terzo atto tra i cunicoli di una tomba, con enigmi da risolvere e trabocchetti a cui sopravvivere, che hanno tutto il sapore vintage alla Indiana Jones (in particolare Indiana Jones e l’ultima crociata, da cui questo film attinge tantissimo!), saldo punto di riferimento dei videogiochi alla base di tutto.

Oltre alla ottima Vikander, il film comprende comprimari di tutto rispetto, tra cui il Dominic West di The Affair nei panni del padre scomparso di Lara, Kristin Scott-Thomas nel ruolo della tutrice della protagonista e Walton Goggins a interpretare il villain di turno, il malvagio Mathias Vogel, che ci tiene più volte a precisare che il suo deplorevole comportamento è mosso semplicemente dalla devozione al “lavoro”, perché a casa ha una famiglia che lo ama e vive grazie a quello che guadagna. Una prospettiva inedita e interessante per un cattivo così viscido!

Tomb Raider è un chiaro tentativo di rilanciare un brand dalle grandi potenzialità per serializzarlo e questo primo capitolo, infatti, pone serie basi per una saga. Il lavoro compiuto da tutto il team appare comunque di incredibile qualità, un action moderno che ammicca alla classicità del genere avventuroso, un solido spettacolo d’intrattenimento capace di dare una dignità cinematografica a un personaggio che la meritava, nonché una delle più felici trasposizioni di un videogame, impresa da sempre poco fortunata quando si parla di cinema.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • La classicità del cinema d’avventura unita alla moderna spettacolarità dell’action.
  • Alicia Vikander è stata un’ottima scelta e la sua Lara Croft è una giusta sintesi tra incosciente eroismo e umanità.
  • Non ci sono molti buoni film tratti da videogames e il Tomb Raider versione 2018 è uno dei pochi.
  • Qualche scena d’azione è eccessivamente esagerata e richiede quella sospensione dell’incredulità necessaria a godersi il film.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Tomb Raider, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating
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