Missione Shelter, la recensione
Ci sono attori che diventano star per una stagione e poi svaniscono, e altri che, quasi in silenzio, si costruiscono una carriera solida diventando punti di riferimento di un genere. Jason Statham appartiene alla seconda categoria. In un’epoca in cui l’action classico sembrava destinato a scomparire, lui è riuscito a raccogliere l’eredità dei muscoli e del carisma degli anni ’80 e ’90, diventando l’unico vero erede degli Schwarzenegger e Stallone in versione contemporanea. Da quando Guy Ritchie lo volle in ruoli memorabili in Lock & Stock – Pazzi scatenati e Snatch – Lo strappo, passando per l’esplosione definitiva con The Transporter, Death Race e Crank, fino ai blockbuster come Fast & Furious e Shark – Il primo squalo, Statham è diventato sinonimo di cinema d’azione diretto, essenziale, senza fronzoli.
In Missione Shelter, però, questa macchina perfetta sembra incepparsi.
La trama segue Michael Mason, ex militare con un passato oscuro che ha scelto di isolarsi in un faro su una costa scozzese battuta dal vento, cercando di lasciarsi alle spalle la violenza. Ma come spesso accade nei film di Statham, il passato torna a bussare alla porta: stavolta a innescare l’azione è una ragazzina, salvata da Michael durante una tempesta in mare. Ferita e bisognosa di cure, la piccola Jessie costringe Michael a esporsi, attirando su di sé l’attenzione di coloro dai quali si nascondeva. Braccato dai servizi segreti e da una rete di sicari governativi, Michael è costretto alla fuga insieme alla ragazzina.
Il problema di Missione Shelter è che sembra la copia sbiadita di qualcosa che abbiamo già visto decine di volte. Dopo il successo di The Beekeeper, Statham pare entrato in un loop produttivo dove i film cambiano titolo ma restano identici nella struttura. L’eroe solitario, il passato torbido, la vittima innocente da proteggere, i cattivi caricaturali: elementi che funzionavano quando erano sostenuti da una regia inventiva o da una scrittura più nervosa, ma che qui appaiono stanchi. Già The Working Man mostrava segnali di ripetizione, ma con Missione Shelter si tocca davvero il limite.
Alla regia troviamo Ric Roman Waugh, autore che ricordiamo con piacere per La fratellanza e per il primo Greenland (è il regista anche del poco riuscito sequel), ma che qui sembra lavorare con il pilota automatico. Il film fatica a carburare: lunghi minuti iniziali con Statham che osserva l’oceano dal faro, dialoghi ridotti all’osso, tensione che tarda ad arrivare. Quando finalmente esplode l’azione, solo un paio di sequenze davvero riuscite — uno scontro corpo a corpo in un’abitazione e un combattimento multiplo in una discoteca — riescono a ricordarci perché amiamo questo attore.
Il cast di supporto prova a dare profondità alla storia. La giovane Bodhi Rae Breathnach, già vista in Hamnet, è convincente nel ruolo della ragazza da proteggere, mentre il villain interpretato da Bill Nighy aggiunge un tocco di classe, incarnando il volto elegante della corruzione politica contemporanea. Ma neppure loro riescono a salvare una sceneggiatura prevedibile e priva di veri colpi di scena.
Missione Shelter intrattiene, certo, e sicuramente raggiunge il suo pubblico. Statham resta un animale da cinema d’azione, credibile in ogni pugno e in ogni sguardo torvo. Ma qui la formula è talmente ripetitiva da far sembrare il film un episodio qualunque di una serie infinita. Manca quella scintilla di follia o di ironia che rendeva memorabili i suoi titoli migliori.
Intrattiene senza mai entusiasmare, per un prodotto che non osa, non sorprende e si limita a ripetere un modello ormai tanto collaudato quanto consumato.
Roberto Giacomelli
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