7 sconosciuti a El Royale, la recensione

Avevamo lasciato Drew Goddard-regista immerso in un bagno di sangue mentre antichi déi decimavano la razza umana. Era il 2012 e il film questione era Quella casa nel bosco, folgorante e cultissimo esordio dietro la macchina da presa di uno degli sceneggiatori di punta della Bad Robot di J.J. Abrams. Da allora, Goddard ha continuato una brillante carriera come sceneggiatore (avvicinandosi all’Oscar con The Martian – Sopravvissuto), ha iniziato un’importante collaborazione con Netflix distinguendosi come showrunner e produttore della serie Marvel Daredevil, e ci ha riprovato con la regia, dirigendo la sua sceneggiatura 7 sconosciuti a El Royale (Bad Times at the El Royale).

Se Quella casa nel bosco era un’intelligente e ironica riflessione sui luoghi comuni del cinema horror, 7 sconosciuti a El Royale continua il discorso pop e quasi metatestuale iniziato lì, prendendo questa volta in esame il crime/pulp di ispirazione tarantiniana.

Goddard, anche produttore del film, ci porta indietro nel tempo, negli anni ’70 di Nixon e del post-Vietnam, dei nascenti Deep Purple e delle comuni hippie; siamo dalle parti del Lago Tahoe, proprio al confine tra California e Nevada, anzi esattamente sopra il confine, dove si erge El Royale, un albergo un po’ decadente tagliato di netto dalla linea di demarcazione tra i due Stati. El Royale, durante una notte buia e tempestosa, diventa teatro di incredibili fatti che coinvolgono un prete dalle misteriose intenzioni, una cantante di colore che il giorno seguente deve esibirsi a Reno, uno spavaldo rappresentate di aspirapolvere e una hippie che tiene in ostaggio una ragazzina. A dar loro il benvenuto è il giovanissimo Miles, che fa da receptionist e da facchino… ma l’ombra di un inquietante individuo si abbatterà ben presto su El Royale.

Strutturato in capitoli, ognuno contraddistinto dal numero della stanza che ospita ciascun personaggio e dedicato al suo abitante, 7 sconosciuti a El Royale è un rompicapo dannatamente ben strutturato in cui ogni dettaglio, ogni evento va ad incastrarsi a perfezione per costruire un unico grande quadro che da forma alla moltitudine di accadimenti che si susseguono nell’arco di una nottata.

Ogni causa ha il suo effetto, ogni personaggio riesce ad avere una funzione ben precisa nel destino del gruppo di sconosciuti. Infatti 7 sconosciuti a El Royale è un film fortemente di sceneggiatura, lo si intuisce dalla cura maniacale con cui sono confezionati i dialoghi, dalla verve che trasudano tutti i personaggi, caratterizzati al millimetro per risultare cool e facilmente riconoscibili. Questo non sempre gioca a favore del film, si nota una certa costruzione a tavolino che potrebbe inficiare sulla genuinità percepita dell’opera e anche alcuni eccessi di over-acting (in particolare Jon Hamm e Chris Hemsworth) portano in quella direzione. Allo stesso tempo, però, si capisce che tutto fa parte di un grande gioco autoriale, che si è finiti all’interno di un divertito e divertente affresco di postmodernità applicata al crime-movie.

Strutturato come se si trattasse di una pièce teatrale (unità di spazio, pochi personaggi, azione circoscritta e tanti dialoghi), 7 sconosciuti a El Royale si fa forte di un cast da grandi occasioni che comprende, oltre ai già citati Hamm e Hemsworth, Jeff Bridges, Dakota Johnson, la Cailee Spaeny di Pacific Rim 2, Lewis Pullman di The Strangers 2 e Cynthia Erivo, che presto vedremo in Widows – Eredità criminale, la più brava di tutti e con una voce incredibile.

Tra colpi di scena, mcguffin, e una colonna sonora da paura che comprende Mamas e Papas, Deep Purple e The Supreme, il film di Goddard non lesina in momenti di puro splatter che vanno a rimarcare la chiave di lettura pop che necessariamente bisogna applicare per godere a pieno di questo sontuoso (140 minuti) e a tratti anche un po’ ambizioso divertissment.

7 sconosciuti a El Royale è stato il film d’apertura della 13esima edizione della Festa del Cinema di Roma e sarà nei cinema italiani dal 25 ottobre distribuito da 20th Century Fox.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Una sceneggiatura di grande presa, con personaggi accattivanti e ben sviluppati.
  • Cast variegato e da grandi occasioni.
  • Si frullano almeno una dozzina di film, ma ne viene fuori un gusto praticamente unico.
  • Alcuni dialoghi e alcuni personaggi sono troppo sopra le righe.

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