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Wicked – Parte 2, la recensione
Dopo lo straordinario successo commerciale di Wicked – Parte 1, che negli Stati Uniti ha incassato cifre da capogiro e portato a casa un paio di Oscar tecnici, l’adattamento cinematografico di Jon M. Chu torna con il capitolo conclusivo di questa versione “espansa” del musical di Broadway. La prima parte era un prodotto goffo, disomogeneo, esteticamente confuso e narrativamente gonfiato, ma il pubblico lo ha accolto come un grande evento pop, segno evidente che la forza del brand supera qualsiasi reale valutazione critica. Wicked – Parte 2 (Wicked: For Good, in originale) arriva quindi con il peso di dover giustificare la suddivisione in due film e dimostrare che c’era davvero materiale sufficiente per un dittico cinematografico. Purtroppo, la risposta rimane negativa.
Wicked, la recensione
La strega è morta, viva la strega!
Storpiando la formula con cui la monarchia francese annunciava la morte di un Re e l’avvento del suo successore, possiamo salutare la morte e la rinascita della famigerata Strega dell’Ovest, temibile e spaventosa creatura dalla pelle verdastra che terrorizzava il regno di Oz nell’opera immortale di L. Frank Baum. Wicked, infatti, si apre proprio con la morte della strega e con la notizia che si diffonde nel regno, con la strega buona del Nord che porta la lieta novella introducendo l’effige di paglia dell’altra con cui fare un falò in piazza. Ma la Buona Strega di nome Glinda ha una storia da raccontare che getta una nuova luce sulla sua avversaria, all’anagrafe Elphaba, con la quale aveva stretto un gran rapporto di amicizia. Glinda (che un tempo si chiamava Galinda) ha conosciuto Elphaba all’Università per Maghi di Shiz dove la futura Strega dell’Ovest era una mite matricola discriminata da tutti per il colore della sua pelle. Ma l’autoritaria Madame Morrible vide proprio in Elphaba le scintille di una potente magia, favorendo il suo incontro con il Mago di Oz e scatenando l’invidia di Galinda. Un’invidia che però si è trasformata in complicità prima che Elphaba fosse spinta a diventare la Strega Malvagia che tutta Oz ha imparato a temere.
Il noir secondo Stephen King: The Outsider
Il materiale di base di tutta l’opera kinghiana si presta perfettamente ad un racconto di ampio respiro, come può essere una miniserie TV, piuttosto che ad un unico arco narrativo di due ore. Questo perché oltre ad essere la mole del romanzo spesso una “mattonata” (raramente meno delle cinquecento pagine) sono i punti di vista molteplici, lo sciorinamento quasi maniacale dell’interiorità dei personaggi, l’analisi dei loro demoni personali ed affettivi a plasmare una narrazione così complessa da rendere quasi impossibile una riduzione non tanto fedele (il cinema e la letteratura sono due linguaggi differenti), ma almeno ricca quanto la controparte cartacea.
Widows – Eredità criminale, la recensione
Per la quarta prova dietro la macchina da presa di un lungometraggio, l’inglese Steve McQueen si cimenta con un singolare heist movie, Widows – Eredità criminale, che trova nella denuncia politica e in un sottotesto sociale la giusta amalgama tra il cinema di genere e uno sguardo più autoriale.
Siamo a Chicago e il criminale Henry Rawlings rimane vittima di una retata della polizia mentre fugge insieme alla sua banda in seguito a un colpo milionario ai danni del gangster e aspirante politico Jamal Mannings. La vedova di Henry, Veronica, riceve in eredità l’agenda del marito in cui è descritto nei minimi particolari il prossimo colpo della banda, ma si fa carico anche dei debiti dell’uomo, tra cui i due milioni di dollari sottratti a Mannings e andati in fumo durante la retata. Messa con le spalle al muro, Veronica decide di mettere a segno proprio il colpo che stava preparando il marito ma per far ciò ha bisogno di aiuto e coinvolge Linda e Alice, vedove dei complici di Henry e anche loro messe alle strette dai debiti economici dei defunti consorti.
7 sconosciuti a El Royale, la recensione
Avevamo lasciato Drew Goddard-regista immerso in un bagno di sangue mentre antichi déi decimavano la razza umana. Era il 2012 e il film questione era Quella casa nel bosco, folgorante e cultissimo esordio dietro la macchina da presa di uno degli sceneggiatori di punta della Bad Robot di J.J. Abrams. Da allora, Goddard ha continuato una brillante carriera come sceneggiatore (avvicinandosi all’Oscar con The Martian – Sopravvissuto), ha iniziato un’importante collaborazione con Netflix distinguendosi come showrunner e produttore della serie Marvel Daredevil, e ci ha riprovato con la regia, dirigendo la sua sceneggiatura 7 sconosciuti a El Royale (Bad Times at the El Royale).









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