Chiamami col tuo nome, la recensione

A Crema, nella calda estate del 1983, l’adolescente Elio si prepara a vivere un’esperienza destinata a segnare per sempre, in modo irreversibile, la sua vita. Elio è un ragazzo di diciassette anni, con velleità da musicista e con una cultura ben al di sopra di ogni suo coetaneo e, come ogni anno, trascorre l’estate nella villa di famiglia con sua madre e suo padre. Il padre di Elio è un professore universitario che, ormai da anni, ha l’abitudine di ospitare ogni estate nella propria villa il suo studente più meritevole per poter lavorare alla tesi di post-dottorato. Nell’estate dell’83 la scelta ricade su Oliver, uno studente americano ventiquattrenne, che grazie alla sua bellezza e i modi di fare cordiali e disinvolti finisce per far innamorare follemente il giovanissimo Elio. Tra i due giovani nasce un desiderio unico, travolgente, che non può essere trattenuto in alcun modo.

Dopo un percorso festivaliero importante, ma al tempo stesso piuttosto silenzioso e pacato, approda nei cinema italiani Chiamami col tuo nome, quinto lungometraggio diretto da Luca Guadagnino nonché adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo (Call me by your name) di André Aciman.

Con la potenza e il fragore  di un vero colpo di scena, Chiamami col tuo nome è quel film che non ti aspetti. Un’opera impeccabile, ma comunque minimale, che attraverso una serie di piccoli passi è riuscita ad accedere lì dove pochi sono riusciti e a prendersi ciò che nessuno poteva ipotizzare. Presentato per la prima volta nel gennaio 2016 all’interno del Sundance Film festival, il film di Guadagnino ha intrapreso una “timida” scalata verso il successo riuscendo ad accedere ai Golden Globe fino a guadagnarsi persino quattro candidature ai prossimi Premi Oscar (miglior film, miglior attore, miglior sceneggiatura non originale, miglior canzone). Bisogna attendere il 4 marzo per conoscere l’esito di tali candidature ma, ciò che è certo, per Guadagnino è già una grande trionfo. Premessa doverosa, adesso veniamo al film.

Dopo Io sono l’amore e A Bigger Splash, Luca Guadagnino completa la sua “trilogia del desiderio” proprio con Chiamami col tuo nome che, fuori ogni dubbio, è la sua opera più matura, completa e complessa. Il film in questione, infatti, assume i connotati di un vero e proprio trattato sul desiderio (ancor più che sull’amore) e lo fa sposando il punto di vista di un adolescente, un ragazzo, cioè, “catturato” in quel preciso istante in cui sta per lasciarsi alle spalle la giovinezza per entrare nel mondo degli adulti. Nel corso di un’estate, che talvolta sembra interminabile ed altre mai abbastanza lunga, il giovane Elio (Timothée Chalamet, di una bravura sconvolgente) si trova inaspettatamente a conoscere alcuni impulsi erotici che non sapeva di avere. Sta scoprendo la sua sessualità? No, molto più semplicemente sta scoprendo cosa significa innamorarsi. Per la prima volta, dentro di lui, sembra esserci un autentico desiderio che lo spinge in modo unico e travolgente verso un altro essere umano. Che sia un uomo (più grande di lui, tra l’altro) o una donna, poco importa, perché pur eleggendo un rapporto di tipo omosessuale, Guadagnino confeziona un film concettuale che, di conseguenza, si pone ben al di sopra di qualunque genere.

Servendosi di una storia semplice, ma assolutamente mai banale, in Chiamami col tuo nome Guadagnino riesce a dimostrare tutte la sue enormi doti da regista imponendosi, anche qui inaspettatamente, tra i più audaci ed efficaci registi dell’attuale scena cinematografica italiana. Già, perché a differenza di molti suoi colleghi, che sacrificano ogni cosa in nome della narrazione o dell’estetica, Guadagnino è riuscito in questo film a generare un equilibrio magistrale tra le parti riuscendo persino lì dove pochi riescono: catturare lo spettatore e trascinarlo emotivamente all’interno del film. Qui si apre il punto cruciale, ciò che rende Chiamami col tuo nome un’opera dal valore straordinario. Pur ponendo al centro della narrazione un difficile rapporto amoroso, nato nell’ombra e destinato a durare una sola estate, il film in questione riesce a “toccare” lo spettatore senza dover ricorrere ai facili escamotage tipici del filone sentimentale. La storia d’amore tra Elio e Oliver, infatti, pur essendo il cardine di tutto il racconto non si rifugia mai nell’estremismo sentimentale. Questa, infatti, pur essendo carica di pathos è narrata paradossalmente con fare freddo e persino distaccato. Una storia d’amore che non vuole far gioire lo spettatore quando i due stanno insieme, così come non insegue la facile lacrima quando i due si devono separare. Questo perché a Guadagnino, appunto, non interessano i meccanismi della love story bensì quelle leggi interiori che governano impulsi, istinti e desideri dell’animo umano. Chiamami col tuo nome, dunque, diventa emotivamente trascinante in tutte le sue sfumature. Servendosi di una regia asciutta, di una fotografia bellissima e di un lavoro di sound design capace di far impallidire persino Christopher Nolan, Luca Guadagnino riesce in modo superbo a trasportare lo spettatore nel film facendogli vivere sensorialmente l’estate del 1983. Molte scene, le più semplici, quelle legate al quotidiano, sono narrate con così tanta perizia e con una cura per il dettaglio tale da sortire in chi guarda il proustiano effetto madeleine. Alcuni colori, alcune situazioni e alcuni suoni riescono davvero a rievocare sensazioni e stati d’animo che abbiamo vissuto tutti nella vita, chi prima e chi poi. E questo non può che rappresentare il vero valore aggiunto del film, perché una cosa del genere è sicuramente non comune.

Merito della riuscita del film, inoltre, va riconosciuto al cast e ai due interpreti protagonisti. Ancora una volta a Guadagnino, dunque, che è stato in grado di guidarli in modo impeccabile. Timothée Chalamet è perfetto, ma adeguato alla parte lo è anche Armie Hammer, che in questo film si fa oggetto del desiderio di Elio.

Risulta interessante ed efficace anche il microcosmo che Guadagnino ricrea in quella villa di Crema, dove si ambienta quasi tutta la vicenda. Un insieme di culture differenti che si intersecano tra loro alla ricerca di una giusta armonia, portando sullo schermo un mosaico vivace e colorato in cui ogni tassello è al posto giusto. Un mix di culture che esplode, nella superficie, nel ricorso a tante lingue differenti (l’italiano, l’americano, l’inglese e il francese) che si alternano continuamente in base a chi parla con chi. Sotto questo aspetto, onestamente, terrorizza non poco il lavoro di appiattimento che potrebbe svolgere il doppiaggio italiano.

Se proprio si vuol trovare un difetto in Chiamami col tuo nome si potrebbe puntare il dito contro il minutaggio, talvolta un po’ eccessivo, e contro la morbosità che accompagna certe sequenze, alcune scene potrebbero davvero turbare lo spettatore più pudico.

Chiamami col tuo nome, dunque, non è sicuramente un film per tutti. È cinema d’autore consapevole e fiero di esserlo che unisce una certa cultura italiana con i ritmi narrativi di tanto cinema d’essai francese (Jean Renoir in primis). Ma è anche un piccolo gioiello in cui, pur volendo, è difficile riscontrare problematiche oggettive.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
  • Un film di formazione, prima di ogni altra cosa, che analizza in modo oggettivo l’indomabile nascita del desiderio in un adolescente.
  • Un film concettuale che non annega mai nelle banalità e ipocrisie tipiche di certo cinema sentimentale, soprattutto quello a carattere omosessuale.
  • La regia di Luca Guadagnino, impeccabile.
  • Perfezione sotto il profilo fotografico e sonoro.
  • Timothée Chalamet è un protagonista eccezionale.
  • La capacità di trasportare lo spettatore nella vicenda in modo davvero singolare.
  • Minutaggio un po’ eccessivo.
  • Alcune scene, non solo quella della pesca (che sarà ricordata), eccedono in morbosità.
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Chiamami col tuo nome, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating
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