Chimera (Braid), la recensione

Braid

Due ragazze in fuga dalla legge, un luogo misterioso in cui sono custoditi terrificanti segreti, la follia come chiave di volta di tutta la storia.

Potrebbero essere gli elementi perfetti per un thriller di M. Night Shyamalan o, se utilizzati in maniera scellerata, gli ingredienti di un b-movie straight-to-video. Invece sono alcune delle suggestioni da cui si snoda il complesso e affascinante thriller psicologico di Mitzi Peirone Braid, disponibile in Italia con il titolo Chimera distribuito da Blue Swan Entertainment in TVOD e in home video.

Tilda e Petula sono due giovani spacciatrici di New York che, grazie alla loro attività, sono riuscite a raccogliere una incredibile somma di denaro. Una retata della polizia manda però in fumo ogni loro piano per il futuro e le due si trovano a fuggire lontano dalla Grande Mela. Ma non tutto è perduto perché le due chiedono ospitalità a Daphne, una loro vecchia amica d’infanzia che vive da sola nella grande casa di famiglia e custodisce in cassaforte una grande somma di denaro ricevuta in eredità. Daphne, però, ha qualche rotella fuori posto e sottopone i suoi ospiti a tre regole fondamentali di convivenza che rispondono alla sua esigenza di vivere come all’interno di un gioco di ruolo: tutti devono giocare, non sono ammessi estranei e nessuno può abbandonare la partita. Il piano di Petula e Tilda di impossessarsi del “tesoro” si farà sempre più complicato.

Chimera Braid

Presentato in anteprima al Tribeca Film Festival 2018, suscitando un certo clamore da parte della critica di settore, Chimera è un film “strano”, il classico prodotto che viaggia costantemente in bilico tra il film di genere (in questo caso thriller con sconfinamenti nell’horror) e l’opera arty.  Dietro questa “chimera” c’è Mitzi Peirone, modella italiana che all’età di soli 26 anni ha potuto esprimere tutta la sua creatività con questa opera prima, che ha scritto e diretto negli Stati Uniti usufruendo di una forma di crowdfunding con la cripto-valuta (i bitcoins). Una forma produttiva sperimentale che ha fatto di Chimera un’apripista nell’ambiente del cinema indipendente di genere e ha consentito alla giovane autrice di esprime pianamente la sua visione del cinema e del genere thriller, senza alcun compromesso. E, guardando il film, si nota tantissimo che Chimera sia il frutto di una sperimentazione tanto narrativa quanto visiva, un’opera sicuramente acerba, colma di difetti in relazione al linguaggio filmico, ma così piena di personalità da far apparire questa anarchia espressiva un totale punto a suo favore.

Chimera Braid

Narrativamente parlando, Chimera è un progressivo cammino verso la follia e l’ultimo atto è un totale delirio che esprime in pieno l’instabilità mentale dei personaggi, schiavi di un “gioco” che condiziona il loro modo di percepire la realtà. Di conseguenza, lo spettatore è gettato in pasto a una completa assenza di logica che culmina in un cliffhanger che dona una luce completamente inedita a tutta la vicenda. Alla fine, le fila di questa treccia (braid, il titolo originale, vuol dire proprio treccia) sono facilmente individuabili ma richiedono uno sforzo interpretativo da parte dello spettatore non indifferente. Insomma, non proprio il film da guardare a “cervello spento”.

A livello visivo, la regista si scatena con un susseguirsi di giochi cromatici e tagli d’inquadratura che riflettono proprio la costante altalena psicologica dei personaggi. Il bianco e nero caratterizza alcuni momenti di lucidità, in contrapposizione a colori lisergici – rosa e viola, soprattutto – per mostrare l’apice della follia; poi c’è un interessante studio sul posizionamento dell’inquadratura con grande utilizzo del grandangolo e una sapiente alternanza tra dettagli e panoramiche.

Chimera Braid

Anche a livello recitativo Chimera convince e le tre protagoniste risultano davvero credibili e molto abili nel gestire la complessa varietà di emozioni che sono chiamate a interpretare: loro sono Madeline Brewer (Cam, Le ragazze di Wall Street), Imogen Waterhouse (Animali notturni, The Last Photograph) e Sarah Hay (la serie Flesh and Bone).

Dunque, Chimera è un debutto notevole che riesce a valorizzare con estrema personalità uno script a volte eccessivamente autocompiaciuto, bilanciando così un film potenzialmente repulsivo con un fascino unico dato da un estro autoriale che va tenuto d’occhio.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Le tre attrici protagoniste.
  • Un interessante lavoro estetico.
  • Bilancia il cinema di genere con una visione artistica del cinema.
  • Narrativamente parlando, è volutamente ostico e questo non sempre è un bene.
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Valutazione: 6.5/10 (su un totale di 2 voti)
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