Cinquanta sfumature di rosso, la recensione

Se facessero un cofanetto a raccolta dei film che compongono la trilogia di Cinquanta sfumature, potrebbero tranquillamente chiamarlo Cinquanta sfumature di niente, tanto è inconsistente narrativamente e cinematograficamente nel suo complesso questa saga tratta dei romanzi di E L James. E Cinquanta sfumature di rosso, capitolo conclusivo della trilogia, ne è la conferma.

Che non ci fossero le basi per tirar fuori un bel coniglio dal cilindro lo si era capito già dalla pochezza dei romanzi, ma almeno il primo film viveva di quel quid che era alla base del suo concept, di quella promessa (purtroppo non mantenuta) di una storia scabrosa o comunque pruriginosa, della costruzione di due personaggi con cui non si fatica a entrare in empatia. Quello che poi è accaduto con le sfumature di nero e di rosso è meglio affidarlo all’oblio perché dedicare, nel complesso, circa quattro ore per raccontare e mostrare il nulla è una gran perdita di tempo per lo spettatore. Ma il botteghino ha dettato legge, e ancora prima il successo editoriale dei romanzi, così la scrittrice, anche produttrice dei film e supervisore alla sceneggiatura, ha trasformato la storia d’amore (quasi) impossibile tra la verginella Anastasia Steele e il milionario Christian Grey alla stregua di una soap opera, con gelosie, litigi, riappacificazioni lampo, rivelazioni tanto scioccanti quanto improbabili e una vena thriller da cartone animato del pomeriggio.

In Cinquanta sfumature di rosso riprendiamo le fila della storia dove erano state lasciate nel capitolo precedente, ovvero con la dichiarazione di matrimonio di Christian ad Anastasia. Il film inizia, dunque, con il matrimonio dei due e il conseguente viaggio di nozze nel sud della Francia. Ma ovviamente un amore così idilliaco non può essere tutto rose e fiori, almeno non per le leggi dello spettacolo, così tra gelosie e sospetti, l’annuncio di una gravidanza non desiderata e il ritorno di un villain davvero idiota, la storia di Anastasia e Christian sarà movimentata. Eppure, seppur di cose ne succedano, in realtà la storia del film non evolve mai, anzi ci troviamo in un punto di stasi frustrante che parte dall’inizio di Cinquanta sfumature di nero e attraversa due film fino al finale di Cinquanta sfumature di rosso.

Narrativamente parlando, questo secondo film a regia di James Foley è un disastro. La sceneggiatura di Niall Leonard (ancora lui, marito di E L James) ha delle falle enormi che dimostrano quanto il successo commerciale di un film non sempre è dovuto dalla sapiente costruzione dello stesso. Oltre al fatto che i due personaggi principali sono ingessati in un meccanismo di ripetizione che non li smuove di una sola virgola (non c’è crescita caratteriale: Christian è il solito milionario supponente e possessivo, Anastasia la ragazza ingenua e fragile), i dialoghi che gli vengono messi in bocca spesso sfociano nel ridicolo.

Inoltre, c’è una pessima gestione dei personaggi secondari: la Mrs. Robinson che abbiamo conosciuto in Cinquanta sfumature di nero e che nel finale di quel film veniva liquidata in maniera così brusca che fine ha fatto? Questo terzo film non ce lo dice, ma in una scena molto gratuita la ritira in ballo (ovviamente non approfondendo); e l’architetto a cui Christian Grey affida la ristrutturazione della nuova casa acquistata? Gettata nella mischia con una imbarazzante scena di gelosia (stavolta appannaggio di Anastasia) e poi completamente dimenticata dallo script. Invece si dà molto peso a Jack Hyde, l’ex caporedattore della casa editrice che ora è in mano ad Anastasia. Jack è il cattivo della vicenda: fa le occhiatacce, si introduce nella casa dei Grey e aggredisce Anastasia, va in prigione, fa altre occhiatacce, viene processato, ancora occhiatacce e tenta anche un sequestro. L’attore Eric Johnson non ci crede minimamente nel suo personaggio e con lui lo spettatore, che si trova dinnanzi a un intreccio thrilling davvero pedestre, non lontano da quegli insulsi film tv che di tanto in tanto d’estate passano sulle reti commerciali di pomeriggio.

E poi vi ricordate quella storia del BDSM che era alla base di Cinquanta sfumature di grigio? Un lontano ricordo, appunto, visto che l’erotismo (o il presunto tale) da cui tutto ha avuto inizio si è estinto da tempo, le scene di sesso sono comunque parte del gioco ma hanno assunto un connotato differente. Ora il sesso è la routine da matrimonio (c’è quasi dell’ironia – involontaria – in questo!), serve a fare figli e, come accadeva in Cinquanta sfumature di nero, le scene di sesso durano pochi secondi e sono costruite tutte allo stesso modo: musica extradiegetica, posizione del missionario e lui rigorosamente con pantaloni e mutante. Dissolvenza e scena successiva, che spesso è la mattina dopo. Solo in un momento James Foley “osa” e mette in scena un ridicolo teatrino in cui Anastasia e Christian si spalmano il gelato sul petto e sulla pancia.

Dakota Johnson e Jamie Dornan sono costantemente mono-espressivi come è richiesto loro di essere e vedere il nome di Danny Elfman nelle musiche quando la colonna sonora è per lo più affidata a terrificanti hit pop, fa rabbrividire.

Cinquanta sfumature di rosso, così come i suoi predecessori, punta a un pubblico semplice, che si accontenta di poco, forse più avvezzo ai talk show pomeridiani e alle telenovelas, che quindi a molti “tecnicismi” non fa neanche caso, a cui perfino sfugge il maschilismo ingenuamente femminista che ammanta tutto e tutti. È il pubblico di massa, da centro commerciale, quello che paga il prezzo intero, prende la porzione extra large di pop corn e al cinema ci va in gruppo. È il pubblico che fa la differenza ed è per questo che un film come Cinquanta sfumature di rosso vince e sempre vincerà.

   Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Con tutta la buona volontà, non ce ne sono.
  • Sceneggiatura improponibile e piena di errori.
  • Attori (che non sono affatto cani) tenuti costantemente al guinzaglio.
  • Involontariamente ridicolo in molte occasioni.
  • L’eros millantato nel primo film si è ridotto alla posizione del missionario, con tanto di mutande.
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