End of Justice – Nessuno è innocente, la recensione

Per parlare di End of Justice – Nessuno è innocente è doveroso notare che il titolo italiano del film che vede protagonista Denzel Washington è fuorviante. Nella sua formulazione originale (Roman J. Israel, Esq.) si fa riferimento a un individuo sconosciuto e dal nome sui generis, ma in nessun modo si parla di legge e/o giustizia come nel corrispettivo italiano. Siamo di fronte non ad una traduzione libera ma un’interpretazione che indirizza arbitrariamente la visione ad un tema presente nel film. È una scelta miope, perché in End of Justice c’è un groviglio di temi che già in partenza viene sminuito e delegittimato, quando invece il protagonista assoluto del film lo vive sulla propria pelle.

In una Los Angeles viva e caotica, Roman J. Israel, Esq. vede la sua posizione di attivista e avvocato presso un piccolo studio legale messa in discussione, dopo aver sacrificato famiglia, affetti ed opportunità economiche vantaggiose in nome della giustizia. Trovandosi a fare i conti con un mondo che fino a quel momento aveva evitato, è costretto a compromettere la propria integrità morale cercando di trovare un nuovo equilibrio in un mondo di squali.

Come nel precedente Nightcrawler, il regista Dan Gilroy costruisce una storia che guarda alla possibilità di una vita in cui al successo economico si accompagni quello etico-morale, attraverso un personaggio che compie una traiettoria narrativa che esplora eroismo e anti-eroismo senza mai occupare una posizione troppo precisa. In quest’ottica, la scelta di Washington, qui in veste anche di produttore, è stata più che felice per dare peso specifico alla figura che incarna questo tema, tanto da fruttare a Washington una nomination come miglior attore protagonista, ma ha creato un vuoto intorno al personaggio.

Il rovescio della medaglia della grande interpretazione della star statunitense è infatti quella di risaltare rispetto a quella che è la storia in sé e per sé. L’intero cast, a partire dallo sparring partner Colin Farrell, è un semplice supporto della stella Denzel, sia nella caratterizzazione che nelle interazioni con lui per cercare di arricchire e sfumare argomenti che risuonano del conflitto vissuto dal protagonista. Con il passare dei minuti è evidente che siano semplicemente una soluzione di sceneggiatura ma non importanti di per sé, introducendo spunti che svaniscono senza poi aver acquisito consistenza.

Bisogna leggere in questo senso la fredda e non favorevole accoglienza al Toronto Film Festival nel 2017 che ha portato Gilroy e Washington a metter mano al film prima che debuttasse nelle sale. È una pratica rischiosa presentare un film ad un festival internazionale e poi cambiargli i connotati, ma è stato fatto con successo in passato (vedere alla voce Wind River tra il debutto al Sundance e quello a Cannes). Regista e produttore non solo hanno tagliato 12 minuti di film, ma anche dato un nuovo ordine alle scene per cambiare il ritmo e il tono del film. Questo non deve suonare come un’ammissione di colpevolezza, ma piuttosto il riconoscimento di una potenza narrativa rimasta inespressa cui è stato praticato un intervento d’urgenza per permetterle di raggiungere senza intoppi lo spettatore.

Il risultato, in ogni caso, è un film incompiuto che non riesce mai a sfruttare del tutto un protagonista estremamente interessante in un contesto altrettanto significativo, facendo in modo che allo scorrere dei titoli di coda rimanga la sensazione di aver assistito ad una realizzazione insipida di una ricetta sulla carta superlativa.

Andrea De Vinco

PRO CONTRO
  • La performance di Denzel Washington
  • Denzel Washington
  • La costruzione del personaggio di Roman
  • Una storia che manca di spessore in troppi punti
 
  • Temi funzionali ma mai esperiti fino in fondo
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