In viaggio con Adele, la recensione

Aldo Leoni è un attore teatrale navigato che, negli ultimi anni, si è saputo distinguere nella messa in scena del Cyrano de Bergerac. Dopo tanti anni di desiderata carriera nel mondo del cinema, finalmente il sogno di Aldo sembra avverarsi: lo stimato regista francese Patrice Leconte sta per realizzare un adattamento cinematografico dell’opera di Edmond Rostand e ha messo gli occhi proprio su Leoni per il ruolo del protagonista. Alla vigilia del prezioso provino, però, Aldo riceve una telefonata inaspettata che lo avvisa dell’improvvisa morte di Margherita, ovvero l’unica donna che Aldo sia riuscito ad amare veramente. Incapace di restare indifferente, Aldo sente il bisogno di recarsi a Foggia per dare un ultimo saluto alla donna. Tutto è calcolato al dettaglio, andata e ritorno in quattro ore così da essere preparato e puntuale per il grande provino con Leconte. Le cose si complicano quando, nel cuore del funerale, Aldo scopre che Margherita aveva una figlia, Adele, una ragazza “speciale”, o per meglio dire “neuro-diversa”. Una bambina intrappolata in un corpo ormai adulto che veste solo con un pigiama rosa con le orecchie da coniglio e incapace di separarsi dal Gatto immaginario chiuso costantemente in una trasportina altresì rosa. Quando Aldo scopre di essere il padre di Adele, tutti i suoi piani vengono drasticamente sconvolti.

Anche se la sua avventura cinematografica è appena iniziata, possiamo affermare con una certa convinzione che Alessandro Capitani è uno di quei registi da tenere assolutamente d’occhio. Il suo margine di miglioramento è ancora molto ampio ma ci si augura, tanto per Capitani quanto per il bene della nostra cinematografia, che il giovane regista possa “crescere” film dopo film senza scendere troppo a compromessi con l’attuale sistema produttivo italiano così da rimanere fermo sui suoi passi, continuando a portare avanti questa squisita poetica che ha contraddistinto alcuni suoi cortometraggi passati e che ritroviamo prepotente anche nell’interessante In viaggio con Adele.

Prima di esordire con questo lungo, Capitani aveva diretto i due fortunati cortometraggi La legge di Jennifer e Bellissima (quest’ultimo premiato ai David di Donatello 2016 per il miglior cortometraggio), due commedie amare capaci di riflettere – in modo tutt’altro che banale – sulla condizione di alcuni individui posti ai margini della società, dei reietti, o per meglio dire quelli che potremmo considerare i “freak” dell’epoca moderna. In La legge di Jennifer, infatti, si rifletteva in modo intelligente su tutte quelle persone ossessionate dal “bello” a tutti i costi e quindi schiave della moderna chirurgia estetica mentre in Bellissima tutto ruotava attorno a Veronica, una ragazza obesa incapace di vivere serenamente con il proprio corpo.

Con un’idea di cinema molto chiara, Capitani resta ancorato a questo suo immaginario popolato da “creature” difettose e grazie a In viaggio con Adele riesce a portare il suo discorso ad un livello successivo, concentrandosi sulla disabilità mentale di una ragazza imprigionata nel suo mondo che, alla morte della madre, si trova ad essere respinta praticamente da tutti.

Tanti prima di lui hanno parlato di disturbi mentali attraverso il linguaggio agrodolce della commedia ed è proprio qui, infatti, che si fa interessante lo sguardo di Alessandro Capitani. A lui non interessa provare pena o tenerezza per i suoi “diversi”, assolutamente no. I suoi outsider non sono mai delle vittime e ciò che interessa al regista, di conseguenza, non è compatirli ma semplicemente capirli. Accettarli per quello che sono e riconoscere quale possa essere il loro collocamento nel sistema. Personaggi semplicemente “diversi” che agiscono secondo una logica “altra” e che perciò non vanno né denigrati né commiserati, bisogna solo cercare di comprendere il loro punto di vista. Ed è proprio a sostegno di questo che la sequenza finale di In viaggio con Adele, sulle note della sempre suggestiva Life on Mars di David Bowie (nella versione riadattata da Aurora), diventa particolarmente significativa, emozionante e persino commovente.

In questa sua missione volta a creare una nuova tipologia di “supereroi”, Alessandro Capitani trova man forte nello sceneggiatore Nicola Guaglianone che, dopo aver raccontato la disabilità in modo decisamente alternativo in Lo chiamavano Jeeg Robot e nel ben più riuscito Indivisibili, si conferma la persona adatta a scrivere questa storia con la giusta sensibilità, l’umorismo necessario e senza scivolare mai in situazione patetiche o buoniste.

La riuscita di un film come questo, tuttavia, deve tanto alle performance straordinarie dei suoi due protagonisti. Aldo Leoni ha il viso e le nevrosi del titanico Alessandro Haber che in questo film trova terreno fertile per il suo talento riuscendo, di conseguenza, a partorire una delle più importanti e delicate interpretazioni della sua carriera. Aldo è un uomo fortemente disturbato, carico di ansie e paure, un attore teatrale di successo che tuttavia vive di un complesso d’inferiorità nei confronti di tutti i suoi colleghi che ce l’hanno fatta anche al cinema.  Aldo Leoni è un vincente sul palcoscenico, ma solo lì, lontano da quella pedana di legno è un perdente a 360° che non riesce a concretizzare alcun successo poiché schiacciato dalla costante paura di morire senza aver prima concluso qualcosa di davvero significativo nella sua vita. Un ruolo, in poche parole, cucito a perfezione sulle spalle di Haber. A fare da bilancia al pessimismo di Aldo Leoni c’è appunto Adele, interpretata da una bravissima Sara Serraiocco, una ragazza capace di affrontare ogni cosa con il sorriso perché, proprio grazie alla “specialità” che la contraddistingue, riesce a vedere ogni cosa con lo sguardo innocente di una bambina.

Utilizzando la struttura tipica del road movie, In viaggio con Adele è una commedia malinconica che nella struttura e nella narrazione ha molto poco da condividere con il cinema italiano. Sembra trovare un punto di contatto, più che altro, con quelle piccolissime commedie indie che ogni anno vengono prodotte in America per poi trovare spazio nelle vetrine prestigiose del Sundance Film Festival. A tal proposito, ancora una volta, dispiace vedere una storia così “internazionale” piegata a questa vile moda che sta affliggendo una certa cinematografia italiana e che vuole che ogni storia venga ambientata in Puglia e recitata in pugliese. Inizia ad apparire comico, oltre che frustrante, constatare che tutti i film che contemplano un “viaggio” abbiano come mèta di partenza o di arrivo proprio la Puglia.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
  • Alessandro Capitani racconta il “diverso” attraverso una poetica personale e originale.
  • Alessandro Haber e Sara Serraiocco sono grandiosi.
  • La sequenza finale è particolarmente suggestiva.
  • Una storia dal respiro molto “internazionale”.
  • Basta con questo cinema regional-popolare. Va bene la Puglia ma non la sua ostentazione.

 

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