La bambola assassina, la recensione

Nel turbine da revival anni ’80, che trova espressione al cinema così come in tv e nel mondo dei fumetti, non poteva esimersi una delle icone horror nate al cinema proprio sul finire di quella decade, Chucky, il temibile e sboccato serial killer imprigionato nel corpo plasticoso di un bambolotto e protagonista del franchise La bambola assassina.

Film prodotto nel 1988 e diretto da Tom Holland da un’idea di Don Mancini, La bambola assassina si impose immediatamente nell’immaginario degli horror-fan come uno dei più originali, spaventosi e carismatici boogeyman del cinema di paura. Affiancando altre icone del genere come Freddy Krueger, Jason Voorhees, Michael Myers e Leatherface, Chucky tornò più e più volte al cinema in una lunga saga che conta, ad oggi, sette film, tutti di qualità medio/alta con il picco raggiunto nel 1998 dal cultissimo La sposa di Chucky di Ronnie Yu, in cui la contaminazione con la commedia aveva ridefinito (e in buona parte resuscitato) il brand.

Dopo ben tre film scritti e diretti dallo stesso Don Mancini – Il figlio di Chucky (2004), La maledizione di Chucky (2013) e Il culto di Chucky (2017) – e l’idea di una serie televisiva ancora non andata in porto, la Orion Pictures e la MGM hanno deciso di cavalcare l’onda del remake/reboot riportando Chucky alle origini e reimmaginandone da zero look e personalità, estromettendo però dal progetto proprio il suo creatore.

Il film che troviamo al cinema dal 19 giugno distribuito da Koch Media/Midnight Factory e che risponde al titolo La bambola assassina, però, non è assolutamente un remake di quel gioiellino diretto da Tom Holland 31 anni fa, ma una sorta di reboot alla saga, una variazione sul tema che affronta tematiche differenti e sceglie un approccio inedito per raccontare le paure odierne.

In prossimità del compleanno di suo figlio Andy, la commessa di un negozio di giocattoli Karen Barclay regala al ragazzino una bambola Buddi, avveniristico gioco che è anche un assistente domestico in grado di connettersi a tutti i dispositivi delle Kaslan Industries. Ma quel Buddi era appena stato riportato indietro da una cliente in quanto difettoso e Andy, quando lo mette in funzione, si rende subito conto che Chucky – così si chiama la bambola – è diverso dagli altri Buddi. Chucky apprende quotidianamente ed è sempre pronto ad accontentare tutte le richieste di Andy, proclamandosi il suo migliore amico, per sempre. Il problema sorge, però, quando Chucky comincia a fare del male a chi circonda il ragazzino con l’intenzione di proteggerlo.

Il giovane regista norvegese Lars Klevberg, fattosi le ossa con la poco riuscita ghost story Polaroid, e lo sceneggiatore Tyler Burton Smith, al suo esordio con un lungometraggio dopo aver curato lo script di alcuni videogames, scelgono la strada più difficile e allo stesso tempo più adatta: non confrontarsi direttamente con il film cult da cui tutto è iniziato, ma rivederne daccapo i connotati. Così l’elemento soprannaturale alla base de La bambola assassina del 1988, ovvero il voodoo e la trasmigrazione dell’anima di un serial killer in una bambola, è sostituita da quello tecnologico e Chucky nasce per un difetto – intenzionale – di fabbricazione. A dare il via al massacro, con un colpo di genio, è un operaio vietnamita, sfruttato dalla multinazionale statunitense per cui lavora in condizioni disumane e per pochi spiccioli, che all’ennesimo maltrattamento decide di manomettere il modello Buddi che ha tra le mani, prima di suicidarsi. Il risultato è un bambolotto privo del filtro che lo rende inoffensivo, una macchina avulsa da qualsiasi obbligazione che è come una spugna, assorbe ogni impulso gli arrivi dal mondo esterno, incapace di scindere il bene dal male e, soprattutto, inconsapevole del fatto che un corpo umano possa soffrire e morire.

La versione 2019 di Chucky non è dissimile dai “residenti” di Westworld, macchine progettate per intrattenere l’uomo ma pronte a ribellarsi ad esso. Ma nel caso specifico di Chucky, oltre al chiarissimo e lungimirante messaggio anticapitalista (peccato che il prologo sia un po’ frettoloso perché l’intuizione è geniale), abbiamo una macchina che non cerca una sua autonomia, ma al contrario si mostra sempre estremamente ligia al dovere per cui è stato creato, mostrando un attaccamento morboso al suo umano e trasformandosi per lui in una sorta di grottesco stalker.

child's play

Senza dubbio, La bambola assassina di Lars Klevberg dà il meglio di se nella prima metà, quando facciamo la graduale conoscenza di un giocattolo difettoso che ce la mette tutta per dimostrarsi all’altezza del suo ruolo. Fa quasi tenerezza questa versione di Chucky, un’anomala variante dei giocattoli di Toy Story che basano la loro esistenza sul “servire” un bambino, una chiave inaspettata e molto originale per rileggere un’icona spietata del cinema horror. Poi, quando Chucky inizia a trasformarsi nel mostro che conosciamo (curiosamente Klevberg rende omaggio a Non aprite quella porta – Parte 2 di Tobe Hooper per dare il “la” alla macabra creatività del bambolotto), il film perde smalto e si adagia sui canoni dello slasher senza troppa fantasia anche se fa un abbondante e divertente uso dello splatter. E proprio su questo frangente, La bambola assassina 2019 perde il confronto con La bambola assassina 1988 perché se oltre trent’anni fa il bambolotto riusciva a spaventare pure non facendo ricorso a chissà quale spargimento di sangue, oggi affida la chiave dell’inquietudine a distopie tecnologiche che rinunciano a quella dimensione squisitamente infantile dell’orrore atavico per l’inspiegabile, l’ignoto. Invece Buddi è tangibile, una sorta di appendice dello Skynet di cameroniana memoria, una scheggia impazzita della domotica che, infatti, spesso e volentieri agisce tramite altri mezzi di uso quotidiano di cui ha il pieno controllo.

chucky

Si parlava di revival anni ’80 e se La bambola assassina 2019, in fin dei conti, nega quel revisionismo adottando espedienti a la Black Mirror, Andy non è il bambino problematico e indifeso in balia dell’uomo nero ma un ragazzino combattivo che si unisce a una banda di coetanei, determinati e armati fino ai denti, che fa tanto I Goonies o, più appropriatamente, Club dei Perdenti, visto anche l’apporto di David Katzenberg, produttore di It di Andy Muschietti.

Tra qualche alto e diversi bassi, La bambola assassina ha il pregio di un’idea, un high concept che non si ferma alla sterile riproposizione per le nuove generazione di una bella storia di trent’anni fa, ma la reinventa risultando, di fatto, una cosa completamente nuova. Però c’è da dire che quel titolo non gioca a favore del film di Klevberg perché induce inevitabilmente a confronto e a quel punto La bambola assassina versione 2019 ne esce con le ossa rotte.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • L’idea alla base di questo film è davvero buona!
  • La prima parte del film ci mostra un Chucky inedito che fa quasi tenerezza.
  • Dose massiccia si splatter.
  • Quando il film si ricorda di essere un’horror dalle dinamiche slasher si adagia su meccanismi fin troppo collaudati.
  • I personaggi non sono ben scritti.
  • Zero brividi… a differenza del film del 1988 questo non fa mai paura, ne ci prova.
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Valutazione: 6.5/10 (su un totale di 2 voti)
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La bambola assassina, la recensione, 6.5 out of 10 based on 2 ratings
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    One Response to La bambola assassina, la recensione

    1. Fabio ha detto:

      In parte concordo, di certo questo Chucky 2.0 perde rispetto al Chucky classico di Lee Ray, ma nel complesso il film di Klevberg risulta godibilissimo, geniale e bello splatter. Nel momento che si accetta di trovarsi davanti ad una versione completamente diversa ci si riesce a divertire anche se si, di tutta la saga lo metto all’ultimo posto, un onorevolissimo ultimo posto comunque.

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