Pantafa, la recensione del folk-horror di Emanuele Scaringi

Da quando la piccola Nina ha iniziato a soffrire di frequenti disturbi del sonno, Marta (Kasia Smutniak), la madre della bambina, ha pensato che la cosa più utile per sua figlia potesse essere quella di allontanarsi dalla caotica e stressante vita di città. Le due si recano perciò a Malanotte, un piccolo e sperduto borgo nell’entroterra abruzzese. Qui Marta ha preso in affitto un grande casale di campagna, isolato da tutto e tutti, un luogo apparentemente perfetto per poter “disintossicarsi” con sua figlia dalla quotidianità urbana. Ma sin dalla prima notte trascorsa in quel grosso casale, le cose non vanno esattamente come sperato: i disturbi notturni di Nina anziché alleviarsi peggiorano notevolmente e la bambina, forse preda di allucinazioni notturne, è convinta che una sinistra creatura voglia rubarle il fiato durante la notte. Giorno dopo giorno, notte inquieta dopo notte inquieta, Marta scopre da alcuni abitanti del villaggio che in quelle strade vive la leggenda della Pantafa, ossia un demone maligno affamato di bambini che, durante le notti, si accovaccia sui loro addomi per succhiare via l’anima.

Continua l’avventura del cinema italiano in questa ritrovata voglia di tornare a scoprire il genere nudo e crudo. Negli ultimi anni lo abbiamo visto più volte, è stata la giovane e intraprendente Grøelandia di Matteo Rovere e Sydney Sibilia a manifestare uno scalciante desiderio di riportare sul grande schermo generi e linguaggi che sono stati lontani dal nostro cinema per troppo tempo. Le sale hanno perciò cominciato ad ospitare nuovamente un cinema mainstream tutto italiano capace di raccontare drammi sportivi, conflitti bellici a sfondo storico, viaggi nel tempo e adrenalinici action metropolitani.

Pantafa

Oggi Fandango di Domenico Procacci sembra iniziare a guardare più o meno in quella stessa direzione e così, nel giro di pochissimo tempo, ha messo in piedi due produzioni completamente Made in Italy desiderose di dare nuova linfa al genere horror.

Solo qualche settimana fa vi abbiamo parlato di Piove, la discussa opera prima di Paolo Strippoli (se non consideriamo il “netflixiano” A Classic Horror Story diretto in tandem con Roberto De Feo) che ha fatto molto parlare di sé per via dell’inaspettato divieto ai minori che ha messo il film in una condizione scomoda tanto nei confronti del pubblico che di tutta la filiera distributiva. Adesso, dopo esser stato presentato in concorso al 40° Torino Film Festival, dove ha guadagnato una menzione speciale per la piccola Greta Santi, si prepara ad uscire nelle sale italiane Pantafa, un folk-horror che guarda tanto alle leggende popolari italiane quanto alle moderne ghost story americane.

Pantafa

Dopo aver esordito nel lungometraggio nel 2018 con il discutibile La profezia dell’armadillo e dopo aver co-diretto con Daniele Vicari la serie tv L’alligatore, Emanuele Scaringi torna dietro la macchina da presa con un horror che si pone in una dimensione diametralmente opposta rispetto a quella in cui si è posto Strippoli con il suo Piove. Se quest’ultimo, infatti, ha saputo far suo il concept de La città verrà distrutta all’alba di George Romero per mettere in piedi un dramma/horror oscuro ricco di personalità e fortemente contaminato con le moderne logiche di certo cinema d’autore, Scaringi con Pantafa viaggia ad una velocità diversa e confeziona un’opera sicuramente meno ambiziosa (artisticamente parlando) in cui l’interesse primario sembra essere quello di ammiccare costantemente a quel cinema hollywoodiano di carattere mainstream.

Eppure, Scaringi non si limita a fare un mero scimmiottamento del cinema yankee e il suo diventa piuttosto un tentativo di ibridare la formula americana con certe tradizioni che sono tipicamente italiane.

E questo è interessante.

Pantafa

Perciò, l’autore pensa bene di scavare nel nostro vastissimo repertorio di leggende popolari, credenze folcloristiche e superstizioni contadine. Poggia lo sguardo sul mito della “Pantafa”, un demone appartenete alle credenze popolane abruzzesi e marchigiane (nelle Marche, è conosciuto anche con il nome di Sprevengolo e spesso assume le sembianze di un gatto) che – si crede – possa appollaiarsi, durante la notte, sull’addome delle persone che dormono con la finalità di succhiare via l’anima dalla bocca. A tutti gli effetti un demone del sonno, sorto in tempi lontani come risposta superstiziosa ai tanti disturbi psicofisici a carattere notturno.

Oltre alla leggenda che è tipicamente italiana, anche se può ricordare noti demonietti del cinema internazionale come quello del kinghiano L’occhio del gatto, Pantafa ci trasporta in una dimensione che fa di tutto per essere attaccata al nostro Paese. L’ambientazione è inconfondibilmente italiana, si ricorre con molta frequenza ad una recitazione di stampo dialettale (i tanti abitatati del paese Malanotte) e ci si rifugia persino in feste paesane che si portano dietro tutto quel campionario di credenze e superstizioni pagane che caratterizzano ancora oggi tante regioni d’Italia.

Pantafa

Questa volontà di ricorrere alla nostra cultura e alle nostre antiche tradizioni per mettere in piedi un racconto horror, dunque, non può che apparire apprezzabile e vincente.

Ma purtroppo le intuizioni di Pantafa si fermano qui perché, su tutto il resto, il film di Scaringi mette in luce una totale assenza di immaginazione e creatività. Una serie di scelte sbagliate una dietro l’altra che portano, lo spettatore più abile con il genere, a pensare che il film sia stato pensato e realizzato da qualcuno che l’horror lo conosce poco o non lo conosce affatto.

Pantafa è infatti un film pigro, poco ispirato, completamente privo di intuizioni e guizzi artistici. Il racconto avanza verso i titoli di coda come smarrito, incapace di coinvolgere come dovrebbe lo spettatore, ma soprattutto non in grado di rendere credibile la leggenda della Pantafa.

Pantafa

È evidente che con Pantafa Emanuele Scaringi, così come la squadra Fandango, abbiano voluto mettere in piedi una sorta di “riposta italiana” alla fortunata saga The Conjuring iniziata nell’ormai lontano 2013 da James Wan. Ogni cosa, infatti, ci riporta alle atmosfere del film di Wan ma, in modo particolare, è proprio il look della Pantafa a guardare in direzione di quel cinema lì. Un look eccessivo che non appartiene assolutamente al nostro immaginario, al nostro modo di fare cinema, e che dunque non fa per niente scopa con le tradizioni popolane nostrane. Anzi, in un contesto del genere, questo tentativo di aggrapparsi forzatamente ad un certo cinema americano non può che apparire fastidiosamente cheap facendo risultare comiche e pacchiane certe soluzioni che, in realtà, avrebbero dovuto spaventare.

L’altro grande problema di Pantafa, infatti, è proprio quello di non riuscire mai e poi mai a risultare minimamente inquietante o spaventoso. Perché, nel tentativo di riproporre goffamente espedienti narrativi che non ci appartengono, il film finisce spesso per indossare un cappotto di finzione utile a tenere sempre lo spettatore fuori dal film.

Pantafa

Insomma, in un periodo storico come questo in cui l’horror è sottoposto ad una profonda rivisitazione artistica in cui molti autori si divertono a sperimentare nuove soluzioni e linguaggi, Pantafa appare come un film di genere assolutamente fuori tempo massimo. Un horror vecchio, per nulla ispirato e troppo appesantito da stereotipi e situazioni già viste in un milione d’altri film.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
  • La volontà di mettere in piedi un horror moderno guarda alla leggenda popolare italiana della Pantafa.
  • Apprezzabile la performance di Kasia Smutniak.
  • Un horror che vorrebbe aggrapparsi a certe tradizioni squisitamente italiane ma che, minuto dopo minuto, finisce per essere sempre più derivativo da certo cinema horror americano.
  • Molte soluzioni, anziché spaventare, risultano inutilmente pacchiane e comiche.
  • La leggenda della Pantafa viene raccontata in modo decisamente confuso.
  • Manca ispirazione, personalità e credibilità.
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3 Responses to Pantafa, la recensione del folk-horror di Emanuele Scaringi

  1. Emanuele Scaringi ha detto:

    Caro Giuliano Giacomelli, regista dell’altroché “discutibile” Intolerance. Innanzitutto, grazie per la recensione. Alcune precisazioni in ordine. Matteo Rovere e Sydney Sibilia hanno iniziato il loro percorso “per riportare sui nostri schermi generi e linguaggi da troppo tempo assenti” (con film per altro smaccatamente derivativi) con Veloce come il vento e Smetto quando voglio prodotti dalla Fandango. Tra l’altro Smetto l’ho seguito personalmente come delegato. Non so se sono andato nella direzione opposta di Paolo Strippoli (a cui per inciso Pantafa è piaciuto), rivendico però il fatto di ognuno di fare il film che vuole e critico questa incapacità di analizzare un film se non paragonandolo ad altri. Questo bisogno di dover per forza incasellare un prodotto, di etichettarlo. Il “discutibile” La Profezia dell’armadillo è andato in concorso nella sezione Orizzonti di Venezia, una commedia. Ed è stato uno dei primi tentativi di adattamento dal fumetto al cinema, oggi è diventato un filone. Tra i miei lavori le è sfuggita la serie Bangla. Dobbiamo intenderci sul significato di “ambizioso”. Se con tale termine intende la volontà a tutti i costi di stupire e farlo strano allora sono d’accordo, il mio film è compassato. Preferisco un cinema invisibile, perché ho grande rispetto e fiducia nello spettatore e non amo quando gli si getta fumo negli occhi. Nelle recensioni che, fortunatamente, stanno uscendo viene apprezzata soprattutto la capacità di “sottrarmi dalla sudditanza dei prodotti americani”, proprio nel modo con cui dribblo gli stereotipi del genere. Subito dopo scrive che non è un mero scimmiottamento del cinema yankee andando un po’ in contraddizione con quanto affermato poco prima. Se mi spiega qual è la formula americana le sarei grato? Se conosce il segreto del successo non lo tenga per lei. Quali sarebbero le tradizioni tipicamente italiane? Le viene in mente un film in cui sono rappresentate? E in cosa consisterebbero la “serie di scelte sbagliate una dietro l’altra”? La prego di articolare maggiormente, perché così sembrano generalizzazioni che in fondo non dicono nulla. Conosco così poco il genere che gli omaggi (è divertente farlo negli horror) li ho voluti palesare in modo molto evidente. Eppure, non ne ha beccato uno. Amityville, Rosemary’s baby, Ma come si può uccidere un bambino, La morte corre sul fiume. Magari si riuscisse a fare la saga di James Wan qui da noi. Tra l’altro perfino grandi cineasti come Fatih Akin hanno dichiarato di aver studiato l’utilizzo del suono in the Conjuring per i propri film. Quali sono le atmosfere che riportebbero a Conjuring? (anche qui, ma magari). In cosa il look della Pantafa ricorda il demone? (il mascherone nel film di Wan si vede brevemente ed è forse la cosa meno riuscita). Questa critica sulle “saghe” mi era stata mossa già all’epoca della Profezia da un’aspirante regista travestito da critico egoriferito, celebre per cronometrarsi. Paragonava un esordio indipendente nostrano all’universo Marvel e DC Comics. Chapeau. Senza tenere conto del budget e facendo finta di non far parte della stessa industria. Soprattutto, e per me è la cosa più importante, senza considerare il tema della storia trattato. Blaterava di marketing. Ipotizzando un suo film alternativo. Dopo essersi sbrodolato addosso, aver ribadito che questi film non li sappiamo fare e che ci vorrà una nuova generazione, iniziava a snocciolare film di riferimento come modello di vent’anni prima (non serviva un nuovo linguaggio?) che poco hanno a che fare con quello che la Profezia racconta. Poi man mano che continuava apprezzava Simone Liberati, la scoperta di Pietro Castellitto, la scorribanda in centro da Diana Del Bufalo, Adriano Panatta. Citava la Notte brava di Bolognini. Gli piacciono i due amici in giro di notte per Roma. Arrivando perfino a suggerire che probabilmente bisognava distruggere il fumetto, contraddicendo la premessa iniziale del suo ragionamento. Cioè alla fine non sa più nemmeno lui cosa non gli è piaciuto. A volte basterebbe limitarsi ad analizzare il film in questione, senza vederlo attraverso lo specchio o togliendosi da davanti lo schermo. Per quanto concerne il “look eccessivo che non appartiene assolutamente al nostro immaginario” vuole provare a contattare Gabriella Pescucci e spiegarglielo? Qual è il nostro modo di fare cinema? A quale cinema americano mi sarei aggrappato? Quali sono gli espedienti narrativi che non ci appartengono? In cosa è vecchio? Quali sono le situazioni già viste? Citi dei film. Dove ha già visto quello che viene mostrato in Pantafa? Le ho voluto scrivere, cosa che non faccio quasi mai, perché penso che anche lei ami gli horror, è talmente difficile, raro e rischioso farli che credo il confronto non solo sia utile ma addirittura necessario.

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  2. Giuliano Giacomelli ha detto:

    Caro Emanuele, innanzi tutto la ringrazio – lo dico davvero – per il tempo che ha speso nel leggere l’articolo e, soprattutto, per quello utilizzato nello scrivere questa corposissima replica.

    Di solito anche io non do peso alle voci “piccate” che nascono nei confronti di quelle recensioni di cui non si condivide il contenuto. Purtroppo però capita, si può essere d’accordo ma anche no con quello che un recensore pensa nei confronti di un film. In fin dei conti sono opinione squisitamente personali e che non hanno nessuna pretesa di essere universali.
    Ma in questo caso mi sembrava più che necessaria una risposta. Perché sono particolarmente d’accordo con la sua conclusione: “è talmente difficile, raro e rischioso farli che credo il confronto non solo sia utile ma addirittura necessario.”

    Verissimo. Per cui eccomi qui in replica.

    Le confesso che non ho amato particolarmente scrivere questo pezzo. Non amo scrivere recensioni negative. Però, al tempo stesso, rinnego anche questo Sistema che – in modo particolare negli ultimissimi anni – sta incentivando l’insorgere di una nuova razza di critici, così assurdamente democristiani, che hanno appiattito qualsiasi possibilità di far nascere dibattiti e riflessioni.
    Per cui, a malincuore, ho preferito dire quello che davvero ho pensato del suo “Patafa” piuttosto che nascondermi dietro ad una promozione più dovuta che sentita.

    Detto questo, ritengo che il suo “Pantafa” abbia un ottimo inizio. E lo dico davvero.
    La volontà di andare a scovare una leggenda popolare squisitamente italiana per edificare la struttura narrativa di un horror l’ho apprezzata tantissimo. Ed è proprio in merito a questo che trova giustificazione quella mia affermazione che le è sembrata contraddittoria ma che in realtà non lo è: “non è un mero scimmiottamento del cinema yankee”.
    In “Pantafa” si manifesta la volontà di scavare nella NOSTRA tradizione, almeno narrativamente, e questo è più che mai apprezzabile (visto il quantitativo di leggende e folclore che animano le regioni d’Italia).
    I problemi infatti, almeno a mio avviso, sono concentrati tutti nell’ultimo atto. Quando il film adotta la scelta di svelare/mostrare il mistero. Ovviamente si tratta di una scelta legittimissima, ovvio “che ognuno può fare il film che vuole”, ma al tempo stesso è anche vero che ognuno può fare le critiche che vuole.
    Lei mi cita capolavori del cinema come “Ma come si può uccidere un bambino?” e “Rosmery’s Baby”. Stupendi. Ma io purtroppo non ho colto i riferimenti a queste pellicole. Forse sono troppo velati? Forse sono stato distratto io? Tutto è possibile.
    Invece ho notato tantissimo la volontà di rifarsi ad un cinema horror americano moderno che va dal citato “The Conjuring” (quale mascherone? Io alludevo al look da indemoniata di Lili Taylor) a “La Llorona” passando inevitabilmente per “The Ring” (quello americano, non l’originale giapponese).
    Ecco, non posso credere che il film di Verbinski non sia stato nei vostri pensieri nel momento in cui si lavorava al look della Pantafa.
    Ad ogni modo va benissimo anche rifarsi a quel cinema lì. Figuriamoci. E’ un cinema che ogni vero appassionato di horror dovrebbe seguire ed apprezzare. Solo che “Pantafa”, a mio modo di vedere le cose e ancora una volta secondo il mio personalissimo gusto personale, aveva un potenziale per andare molto al di là di tutto questo.
    Adesso lo so che lei non ama i paragoni ma purtroppo, per noi cinefili, il paragone è il mezzo più immediato per veicolare un pensiero. Mentre le rispondo mi viene alla mente “Il Demonio” di Brunello Rondi, un film del 1963 che riusciva ad essere terribilmente spaventoso pur restando ancorato fermamente al folclore e alle superstizioni delle nostre terre. Rondi riusciva a far scaturire un orrore assolutamente originale (tanto da anticipare di diversi anni Friedkin) affidandosi esclusivamente ad un immaginario tutto italiano. Tanto da essere un film antropologico, ancor prima di un dramma dalle sfumature horror.
    Era il 1963, certo, mi rendo conto benissimo che nel 2022 è molto più difficile esplorare immaginari “originali”, però sono certo che in “Pantafa” si poteva maneggiare in modo più incisivo l’elemento più strettamente orrorifico.
    Non intendo fare spoiler qui, però tutta la lunga sequenza finale mi è sembrata esageratamente “urlata” in termini di messa in scena. Forse mantenere quel minimalismo che si respirava nel primo atto sarebbe stato più convincente e più in linea con il respiro che, di solito, hanno le leggende popolari.
    Ma sono sempre gusti personali, gira e rigira, e purtroppo da quei non se ne esce.

    Mi dispiace dover avere questo scambio in forma scritta. Una forma che, spesso e volentieri, si lascia fraintendere venendo percepita come antipatica e saccente. Le garantisco che, almeno da parte mia, non c’è nessuna presunzione o arroganza. Tutt’altro, c’è una completa apertura al dialogo e al confronto. Anche allo scontro, se questo può essere utile alla nascita di dibattiti stimolanti.

    Sicuramente non avrò risposto a molte delle domande che lei mi ha avanzato, perciò mi scuso, ma non vorrei correre il rischio di fare un saggio anziché la replica ad un post 🙂

    Le porgo i miei più sinceri saluti.
    Magari un giorno la vita ci porterà davanti ad un caffè, e allora lì potremmo argomentare al meglio entrambe le posizioni. La mia e la sua.

    Giuliano

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  3. Emanuele Scaringi ha detto:

    Caro Giuliano, ha fatto bene a dire quello che pensa e ci mancherebbe. Solo che credo sia andato fuori strada. La Llorona non l’aveva citata, lo sta facendo ora. È certamente una delle leggende che somiglia di più alla Pantafa. Come anche il chupacabra. Sono tutto miti folk agricoli. Pantafa non ha comunque l’abito da spisa ne lacrima inchiostro. Se avesse ruotato il collo o camminato all’indietro scendendo le scale sarebbe stata simile a L’esorcista. Non se ne esce. Poteva essere completamente diversa, sarebbe cambiato poco. Non è tanto nel look della Pantafa la chiave del film per me. Più che leggittimo che possa non piacerle e ben vengano le critiche. Il paragone con altri film non lo trovo il mezzo piu immediato ma un modo un po’ frettoloso e pigro. È dovuti andare a pescare un film di sessant’anni fa, già citato in un’altra critica, per sostenere la sua opinione. 60, in 60 anni, un unico film. Sono almeno 60 che questo tipo di racconto è stato accantonato. Rispetto a quel film Pantafa però va da un’altra parte. Come in uno dei capolavori citati. Magari è un’azzardo, magari per lei non è riuscito. Però quello che trovo scorretto è criticare un film con in testa un altro. Cordiali saluti e ben vengano anche i caffé.

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