Revenge, la recensione

Il cinema di vendetta è donna, in tutti i sensi.

Revenge, nei cinema dal 6 settembre grazie a Midnight Factory, è infatti il nuovo emblema del “revenge movie” al femminile per un duplice motivo: da una parte regista e protagonista appartengono al gentil sesso, dall’altra è un magnifico revival del filone dell’horror che ha eletto la donna a implacabile e spietata protagonista che si trasforma da vittima a carnefice, il cosiddetto filone rape & revenge.

Filone che ha un nobile precedente in La fontana della vergine (1960) di Ingmar Bergman, il rape & revenge è diventato particolarmente popolare negli anni ’70 grazie al grande classico di Wes Craven L’ultima casa a sinistra (1972), che del film di Bergman era una rivisitazione in chiave horror/gore, prendendo piede in lungo e in largo con alcuni celebri esponenti di stampo fieramente exoploitation, come il bellissimo Non violentate Jennifer (1978) e gli italiani L’ultimo treno della notte (1975) e La casa sperduta nel parco (1980), ma anche visioni più autoriali come L’angelo della vendetta (1981) di Abel Ferrara o il più recente Irréversible (2002) di Gaspar Noé.

La francese Coralie Fargeat per il suo esordio al lungometraggio decide di carpire l’essenza di questo filone e adattarlo a una personalissima visione del film di vendetta, particolarmente stilizzato e meravigliosamente compiaciuto nel mettere in scena le situazioni più truci.

Revenge ci racconta la storia dell’americana Jen, giovanissima amante di Richard, un uomo d’affari francese che la porta con se in una stilosa villa nel deserto dove si dovrà incontrare con gli amici Stan e Dimitri per un’abituale battuta di caccia. I due ospiti arrivano in anticipo e sorprendono Jen in abiti succinti, il ché fa scattare in Stan una irrefrenabile fantasia nei confronti della ragazza. Ogni movimento, qualsiasi gesto che Jen compie eccita l’uomo, che approfitta di un momento di assenza di Richard per violentare la ragazza, mentre Dimitri non muove un dito per fermarlo. Al ritorno di Richard, Jen è sotto shock e chiede all’amante di riportarla in città, ma l’uomo non si cura di lei e, prendendo le parti dell’amico, decide di far fuori Jen e andare avanti con i programmi per il weekend. Ma la ragazza non muore e, nonostante sia gravemente ferita, escogita una sanguinosa vendetta.

Come capirete già solo dalla sinossi, Coralie Fargeat rispetta al millimetro i dettami del rape & revenge dividendo il suo Revenge nella tipica scansione ad atti che il genere chiede, dove è l’ultimo a far prevalere l’aspetto più fieramente feroce. Però Revenge è così sopra le righe, così stilizzato, tanto nello stile quanto nella narrazione, da ignorare il tono solitamente serioso a cui il filone ci ha abituato e così ci troviamo dinnanzi a una sorta di violentissimo cartoon, dove i corpi vengono martoriati, il sangue schizza copioso ma i personaggi procedono verso la prossima mutilazione, con smorfie di dolore che non sono mai palesemente tali.

In Revenge la donna – interpretata da una magnifica e bellissima Matilda Lutz (già vista in The Ring 3) – è la preda di un maschilismo macchiettistico: l’uomo è gretto, meschino, spinto dai più bassi istinti, in molti casi stupido e raffigurato fisicamente per rispecchiare delle tipologie specifiche. Richard (Kevin Janssens) è il classico belloccio, atletico, mascellone e virile; Stan (Vincent Colombe) è sgradevole nell’aspetto e nel comportamento, viscido nel relazionarsi con sesso femminile ed egoista; Dimitri (Guillaume Bouchéde) è sovrappeso, costantemente associato al cibo, codardo, debole fisicamente ed emotivamente. Il sesso maschile ne esce distrutto, rappresentato nel peggiore dei modi, ma fa tutto parte del divertente gioco degli eccessi portato in scena dalla regista e sceneggiatrice. E questi eccessi hanno una crescita esponenziale quando inizia la vendetta: il grado di violenza è altissimo, con punte di splatter tanto gustose quanto disgustose. Ogni morte è incredibilmente elaborata e coreografica, come il genere chiede, e spesso ci si sente come dentro un cartone animato di Willy E. Coyote, dove però le conseguenze sul corpo delle persone colpite si fanno sentire nel modo più fisico possibile.

Ma Revenge fa un patto con lo spettatore: sospendere l’incredulità. Sono molte le assurdità portate in scena (si veda, per esempio, la resurrezione di Jen o il peyote deus ex machina) che potrebbero far storcere il naso a qualcuno. Ma si deve stare al gioco e accettare l’idea di fare un viaggio su questo ottovolante pieno di frattaglie.

Stilisticamente potentissimo, con una fotografia calda, a tratti sotto acido, spesso con colori flou come si trattasse di un mix freak tra un film di Harmony Corinne  e Nicholas Winding Refn, inquadrature eleganti che cedono spesso e volentieri al delirio psicotropo, musiche pop e un montaggio serrato che dà un gran ritmo alle quasi due ore di durata.

Insomma, Revenge convince in pieno e non potrà che entusiasmare il fan di lunga data di certo cinema selvaggio e violentemente divertito.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Un inventivo e rispettoso omaggio al filone rape & revenge.
  • Matilda Lutz è il film.
  • Uno stile ben preciso, condivisibile o meno, ma fighissimo!
  • Finalmente un film che osa con lo splatter!!!
  • A volte viene chiesto allo spettatore un bello sforzo di sospensione dell’incredulità.
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