Song to Song, la recensione

Recensire un film di Terrence Malick, mantenendo una sana credibilità dall’inizio alla fine, non è una cosa semplice. Parlare di un suo film, ormai, è un po’ come camminare sulle uova: puoi muoverti a passetti, ma tanto prima o poi sbagli. E già, perché Malick è ormai diventato un po’ come Beppe Grillo per il Movimento 5 Stelle, una sorta di “santone irraggiungibile” che professa da lontano e capace di crearsi una schiera di fedelissimi, una nuova tipologia di groupie, persone disposte a vedere “arte” in ogni suo gesto, in ogni sua parola, in ogni sua inquadratura. Se si elogia un suo film, dunque, significa che fai parte della “setta”; se lo si critica, applicando i parametri che si utilizzerebbero per qualunque altro film, allora significa che stai facendo il bastian contrario. Una bella impresa. Impossibile uscirne illesi.

Io non sono un fan di Malick, ma non ho nulla contro il suo cinema. Mi piacciono i film che esplorano il complesso mondo della musica. Apprezzo molto Ryan Gosling, Rooney Mara, Michael Fassbender e Natalie Portman.

Premesso questo, dirò la mia con sincerità, conscio che farà storcere il naso comunque a qualcuno. Veniamo al film.

La storia che ruota attorno a Song to Song è di una linearità e una semplicità disarmante. Eppure riesce a creare, nella mente dello spettatore, una confusione paurosa dal primo fino all’ultimo minuto a causa di una narrazione tediosa che si abbandona ad immagini, spesso senza senso, ed una voce fuori campo continua che danneggia seriamente il sistema nervoso di chi guarda.

Faye è una ragazza che vive alla giornata e che si lascia trasportare di continuo dalle sensazioni che la vita le pone davanti. Bazzica il mondo della musica ed ha una relazione con BV, un musicista che cerca il successo con l’aiuto del suo produttore Cook. Tra Faye, BV e Cook si innesca un anomalo triangolo amoroso, che presto coinvolgerà anche la cameriera Rhonda, e che condurrà i quattro ad esiti inaspettati.

Mettendola così viene da pensare subito ad un dramma che sceglie come proprio palcoscenico il controverso e peccaminoso mondo della musica. Una storia fatta di “personaggi” alla ricerca del proprio io, presto travolti dall’impeto del rock’n’roll (considerati anche i camei di star come Patti Smith, Iggy Pop, i Red Hot Chili Peppers ed altri, tutti nel ruolo di se stessi), ma destinati a perdersi nel caos di un mondo che non fa sconti a nessuno e che non contempla in alcun modo l’happy end. Messa in questa semplice maniera sarebbe stato un film già visto, ma comunque godibile, eppure Song to Song non è nulla di tutto questo. O forse, cosa anche molto probabile, vorrebbe essere qualcosa del genere ma non ci riesce nel modo più assoluto.

Malick vuole realizzare una storia d’amore ambientata ad Austin, città della musica, ma quello che ne è venuto fuori è un prodotto sterile che non riesce ad approfondire in nessuna maniera le dinamiche relazionali fra i quattro protagonisti (vediamo solo, ogni tanto, che qualcuno mette le corna all’altro ma tutto va bene) e non appaga nemmeno sotto il profilo musicale. L’idea che si ha vedendo Song to Song, più che altro, è quella di assistere ad un film girato a caso (ed anche un po’ “a cazzo”, visto l’uso smodato di macchine digitali leggere come GoPro e simili), senza sceneggiatura ma con un canovaccio appuntato su un tovagliolo, con ore e ore di materiale di backstage finito anch’esso nel film. Tanto non c’è da preoccuparsi della storia, un senso lo si darà al montaggio affidandosi ad una voce over che parla ininterrottamente per 129 minuti.

Anche la durata, indubbiamente eccessiva per un film privo di trama, la dice lunga sulla natura del prodotto. Il primo montato del film, dichiarazione dello stesso Malick, arrivava ad otto ore, scese poi drasticamente a poco più di due per ovvie ragioni di mercato. Se da una parte, vedendo il film, non è difficile immaginare come Malick avesse potuto raggiungere quel minutaggio esagerato, dall’altra si ha la sensazione che molti di quei tagli abbiano pesantemente compromesso quel minimo che poteva esserci da comprendere. Tutti i personaggi sono privi di carattere, totalmente vuoti, non hanno un background e non riescono a interessare minimamente. Questo discorso vale sia per i protagonisti, a partire da Natalie Portman che finisce nel film senza alcuna ragione d’esistere, che per i personaggi secondari, molti dei quali (Val Kilmer, ad esempio) entrano ed escono dalla storia senza nessun rigore di logica.

Con buona pace per tutti i malickiani che hanno iniziato a gridare al capolavoro ancor prima dell’uscita del film, Song to Song è un film pasticciato. Anzi, quasi difficile considerarlo un vero e proprio film. Più che altro sembra un lungo montaggio dei video fatti durante le vacanze in cui, al posto di gente comune, c’è mezza Hollywood che conta.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
L’ufficio casting che ha curato il film. Tutto il resto.
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Song to Song, la recensione, 3.0 out of 10 based on 1 rating
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