Nico 1988, la recensione

Christa ha ormai raggiunto la mezza età. Fra un’intervista e un concerto in periferia promuove i suoi ultimi lavori. Ai giornalisti risponde che non vuole raccontare del suo passato, ciò che conta è la sua carriera attuale. Non le canzoni con i Velvet Underground. Non Lou Reed.

Non vuole neanche essere  chiamata con il nome che l’ha resa famosa: Nico. Lei ora è Christa e vuole raccontare la sua storia.

E il pubblico la segue, questa donna vestita di pelle con la perenne sigaretta fra le labbra e un registratore a tracolla. È coriacea, schietta, una persona i cui occhi hanno visto ormai ogni cosa, dalla guerra a Berlino alla Factory di Andy Warhol, e che nulla può scuotere. Christa, non più Nico, è una donna problematica, eroinomane e volubile e proprio per questo la sua arte raggiunge livelli altissimi. Ma Christa non è solamente concentrata sulla sua carriera. Uno dei suoi pensieri fissi è il figlio, per cui nutre un pronto senso di colpa a seguito dell’abbandono avvenuto in giovane età. Ora quel figlio problematico e semi sconosciuto lo rivuole con sé per cercare di ricostruire un rapporto mai esistito davvero.

E così inizia una rocambolesca turnee attraverso mezza Europa che porta Christa e la sua band in cittadine semi sconosciute a suonare per pochi affezionati, location fatiscenti e hotel scalcagnati. Ma a Nico, pardon, Christa va bene così. Tutto quello che le interessa è fare musica, cantare per chiunque voglia ascoltare quei testi così carichi di vita. Si è ormai lasciata alle spalle la vita da modella, contenta di una bellezza sfiorita, in parte per l’età, in parte per la droga, una bellezza che non le appartiene più: Christa ha altro da dire, ora, un altro ruolo da ricoprire. Al gruppo si aggiunge infatti anche il figlio problematico, appena uscito da una clinica di riabilitazione, e tutto sembra prendere una piega decisamente positiva. Poco importano gli ostacoli sul tragitto, le crisi di astinenza, le defezioni dei membri della band, le liti, le gelosie: Christa fa musica.

Ma la sua è una storia drammatica e i rivolgimenti della sorte sono dietro l’angolo. Tuttavia anche il dramma si trasforma in spettacolo, in quel modo unico e irresistibile proprio dell’arte in generale e della musica in particolare, specialmente se a fare musica è un’icona degli anni Sessanta.

Nico, 1988 è un film intenso su una figura che ha fatto storia ma che troppo spesso vive associata ad altri e non gode di una propria autonomia. Christa è stata una donna forte, estremamente controversa, un simbolo nel suo distacco da una società che non riconosceva e da cui si allontanava con violenza. E proprio questo suo non volersi uniformare, la sua voce fuori dal coro, era l’aspetto che più attirava le persone verso di lei, ammaliate dalla sua personalità respingente eppure magnetica. E la sua musica. Parole rapaci e dolci al tempo stesso, manifestazione di una vita ricca, travagliata, dolorosa; una donna che ha magnificamente vissuto e magnificamente perso.

Susanna Nicchiarelli confeziona un biopic intrigante e avvincente, che avvinghia lo spettatore fin dai primi minuti, aiutato in questo dalla strepitosa interpretazione di Trine Dyrholm, che fa proprio il personaggio donandogli quel carisma disinvolto, alle volte fastidioso che lo spettatore impara ad amare.

Insomma un film da vedere, alla prima occasione.

Michela Marocco

PRO CONTRO
  • Una strepitosa storia vera portata con arte sul grande schermo.
  • Una grandissima performance di Trine Dyrholm.
  • Tanta buona musica.
  • In alcuni frangenti può risultare un po’ lento.
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