La forma dell’acqua – The Shape of Water, la recensione

Presentato in concorso alla 74esima edizione della Mostra dell’Arte Cinematografica di Venezia, The Shape of Water – La forma dell’acqua del regista Guillermo Del Toro ha conquistato il cuore del Festival.

Elisa (Sally Hawkins) lavora come addetta alle pulizie in una sede della NASA nei primi anni Sessanta. Orfana e muta fin da bambina, presumibilmente a causa di un trauma subito che non ricorda (ma che l’ha lasciata con tre misteriose cicatrici sul collo), vive una vita semplice ma felice in un piccolo appartamento sopra una vecchia sala cinematografica. Ama ballare, cucinare uova sode e ha due grandi amici, il vicino di casa Giles (Richard Jenkins), artista pubblicitario in declino a causa dell´avanzare della tecnologia fotografica, e la collega di lavoro Zelda (Octavia Spencer), donna energica ed esuberante. 

Un giorno, durante il turno, si imbatte in una equipe impegnata a “sperimentare” su quella che sembra essere una misteriosa Creatura acquatica (Doug Jones) dalle fattezze umanoidi. Incuriosita, Elisa prova a comunicare con la Creatura, che si rivela estremamente intelligente ed empatica. I due iniziano a conoscersi, creando un rapporto sempre più complesso e profondo che sfocia nell’amore.

A contrastarli lo spietato Strickland (Michael Shannon), capo del gruppo di ricerca incaricato di studiare la biologia della Creatura, che non solo disprezza tutto ciò che l’essere rappresenta, ma sviluppa un’insana fascinazione per Elisa.

The Shape of Water – La forma dell’acqua è una fiaba meravigliosa che, in quanto tale, approfitta di una storia (anche apparentemente semplice) per parlare di tematiche delicate. “Quando inizi una storia con C’era una volta”, spiega Guillermo Del Toro in occasione della conferenza stampa veneziana, “lo spettatore sa che può aspettarsi di tutto”. Quello che segue può essere letto come una storia per intrattenere, ma anche qualcosa di più, a seconda della sensibilità di chi ascolta.

Elisa è un “freak” a modo suo, una donna che a causa delle sua condizione vive una vita sì felice, ma messa costantemente alla prova, soprattutto quando gli altri rapportandosi a te vedono quasi sempre prima la disabilità della persona. È circondata da amici che a loro volta attraversano circostanze particolari. Giles è portatore di un’arte considerata superata, alla constante ricerca d’incastrarsi in una società sempre più veloce e vorace che trova conforto solo nella serialità offerta dalla tecnologia. Omosessuale e invaghito del cameriere di una catena di caffetterie locali, che frequenta nonostante la terribile qualità del cibo, affronta con imbarazzo e goffaggine ogni approccio e una vita sentimentale che si rivela frustrante e insoddisfacente. Zelda infine, afroamericana in un’America dove la discriminazione razziale vive ancora anni difficili, è una donna forte e senza peli sulla lingua, schietta e portatrice di una saggezza e risolutezza che spesso cozzano con l’immagine che la società offre e (purtroppo) incoraggia.

The Shape of Water – La forma dell’acqua, per ammissione dello stesso Del Toro, è un film che, a discapito della collocazione storica, parla a noi e alla contemporaneità. Mette in luce le spaccature di un mondo che solo apparentemente si evolve e sembra superare dei pregiudizi, che in realtà rimangono ancorati in fondo all’animo continuando a influenzarci. Sta a noi con le nostre azioni cercare di renderlo migliore, iniziando ad ascoltare di più di altri, soprattutto le persone che amiamo.

È una storia che parla per contrasti: di colori scuri e luminosi, di ambienti, dove la delicatezza ed eleganza vintage dell’appartamento della protagonista e dei suoi amici si oppone alla freddezza degli ambienti dei laboratori, di sentimenti, odio e amore, rassegnazione all’impossibilità di cambiare la propria vita e speranza negli altri e soprattutto in sé stessi.

A fare cornice a tutto questo, troviamo la Guerra Fredda e le tensioni di un’America e una Russia che hanno ormai fatto dello spionaggio una disciplina olimpica. Entrambe interessate alla Creatura e terrorizzate dei “progressi” del nemico, finiranno per sottovalutare tutto il resto e resteranno con un pugno di mosche.  A fare da collante in questa dinamica, il Dottor Hoffstelter (Michael Stuhlbarg) scienziato che studia la Creatura per il governo americano e spia russa. Un personaggio pivotale e complesso, al (pericoloso) confine tra le due realtà.

Voler ridurre sempre tutto all’occasione di parlare di società e politica rischia però, per quanto valido, di far perdere un po’ della magia di quella che è soprattutto una bellissima storia d’amore, raccontata con una speciale delicatezza. La dimensione fiabesca viene accentuata dall’uso sapiente di colori e luci, per un film che risulta cupo e luminoso allo stesso tempo. Oltre che per gesti e qualche suono, la Creatura comunica emozioni anche attraverso i colori, elemento di cui si appropria, con modalità differenti, anche la protagonista nel momento in cui si scopre innamorata.

Molte donne (e uomini?) possono rivedersi in Elisa, nella sua quotidianità fatta di orari e ritmi costanti, nel suo sognare qualcosa di diverso riproponendo i passi di tip-tap di musical e trasmissioni televisive. Il tutto senza esagerare, perché in fondo la vita non è proprio terribile, solo che potrebbe essere meglio.

La Creatura, a cui volutamente non viene dato un nome, proviene da un villaggio dell’Amazzonia dove veniva adorato come un dio (origine che vuole rendere omaggio presumibilmente al suo “papà”, almeno sul piano estetico, ovvero il Mostro della Laguna della Universal). “Rappresenta qualcosa di diverso per tutti”, spiega il regista, per Elisa è l’amore nel senso più profondo ma anche semplice del significato, qualcuno che ti ascolta e ti ama per quello che sei a fai, arrivando a condividere le tue passioni. Per Strickland, uomo modello (probabilmente estremo) di una società che è sempre più pura apparenza e mera esecuzione di ordini, l’essere è qualcosa di abominevole, diverso (nell’apparenza) dagli esseri umani e privo di parola, quindi di conseguenza inferiore. Un animale potenzialmente pericoloso che deve essere trattato con brutalità, seviziato e possibilmente eliminato appena possibile (però solo ed esclusivamente con il permesso dei superiori).

La Creatura è una metafora interpretabile a seconda delle esigenze, ma anche una figura affascinante e magnetica (a modo suo è l’improbabile principe azzurro che tutti aspettavamo senza sapere di volere!). Una platea (soprattutto femminile) sospirante, ha lasciato la sala più che soddisfatta alla fine della proiezione, accompagnata da un lungo applauso (in anteprima stampa non così comune).

The Shape of Water – La forma dell’acqua arricchisce la filmografia e l’opera di un regista che in passato ci ha regalato grandi capolavori, in questo caso con un tocco di speranza e dolcezza in più. Sembra superfluo da dire a questo punto ma… assolutamente imperdibile!

Susanna Norbiato

PRO CONTRO
  • Una storia meravigliosa, godibile e apprezzabile da tutti, con una sceneggiatura solida e una trama accattivante.
  • Grandi interpretazioni, in particolare la protagonista Sally Hawkins.
  • Bellissima ambientazione, scenografia e uso di luci e colori.
  • La Creatura (la lascio così, La Creatura nella sua totalità è un PRO)
  • Michael Shannon è nel suo elemento naturale.
  • Poteva durare quelle 3 ore in più, tranquillamente.
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