Vittoria e Abdul, la recensione

Non è una coincidenza, o forse lo è, ma è comunque importante che il Festival di Venezia abbia deciso di programmare in spazi differenti ma quasi in sincrono film come Vittoria e Abdul, di Stephen Frears, e The Leisure Seeker di Paolo Virzì. Questa sorta di politica della terza età festivaliera fa a cazzotti con la cecità, oseremmo dire patologica, con cui il cinema di oggi si accosta all’argomento. Certo, questo elegante dramma in costume ottocentesco, ben scritto, ben recitato e ben diretto parte dal vantaggio indiscutibile di portare in scena una vecchiaia regale troppo, troppo interessante per essere relegata in un cantuccio. Eppure, questo è stato, per molto tempo, il suo destino.

Vittoria e Abdul è basato su fatti realmente accaduti (per lo più), recita con ironia l’avviso in apertura del racconto.

Quando facciamo conoscenza con Vittoria, Regina d’Inghilterra e Imperatrice d’India, una sontuosa Judi Dench, irritabile, famelica, dolcissima, adorabile, talento indiscusso, carisma e una (molto) probabile nomination all’Oscar, Sua Maestà attraversa una fase sonnacchiosa del suo lunghissimo regno. Preoccupata più delle conseguenze di una buona digestione che delle sorti dell’Impero Britannico, sola come un cane, prigioniera di un ruolo ingombrante, non le restano che gli spettri dell’amore trascorso. Provvidenziale davvero, l’incontro con Abdul (Ali Fazal), un umile commesso giunto al cospetto dell’illustre sovrana per consegnare un’abbastanza inutile moneta celebrativa. Un feeling immediato e improbabile fra due mondi apparentemente irriducibili a qualsiasi tentativo di conciliazione. Non dimentichiamo che Abdul, indiano, coloniale e pertanto inferiore, ha la faccia tosta di essere contemporaneamente anche musulmano. Apriti cielo. La Corte, questa figura terribile e tentacolare restituita con divertita malignità e fatta di volti perbenisti, mezze parole, razzismo, ottusità e temperamento soffocante, non apprezza molto la cosa. E perciò, tenta in ogni modo di ostacolare un dialogo bello, imperfetto e molto utile.

Dietro la cortina dell’intrattenimento d’alta classe made in England, cura artigianale per il dettaglio e professionismo esasperato ma molto ben accetto, Stephen Frears con Vittoria e Abdul racconta una storia iper – contemporanea. E non è certo un caso che questa incredibile vicenda, a lungo occultata, costretta a forza a prendere la polvere nel buio degli armadi reali, riportata in superficie nel 2010, tragga parte della sua forza dal fatto che delle due culture protagoniste di questo inusuale incontro, una porti iscritto la parola Islam sul biglietto da visita. Stephen Frears ingaggia con Vittoria e Abdul una battaglia silenziosa. Una lotta sotterranea contro la furbizia, la disonestà intellettuale, l’ipocrisia, il sentimentalismo. Il bilancio parla di una sostanziale vittoria, qualche inciampo in avvio e in conclusione, un film divertente e di sicuro intrattenimento, una prova corale pregevole dominata dall’interpretazione sicura della sua splendida e maestosa protagonista. Meno male che non le hanno controllato la carta d’identità.

Francesco Costantini

PRO CONTRO
Judi Dench / Vittoria. A quattro anni dal trionfo di Philomena, l’attrice inglese si riprende Stephen Frears, la ribalta e un ruolo che esalta le sue qualità alla perfezione. In fin dei conti, la sua Vittoria era la persona meno vittoriana dell’epoca. Come già evidenziato in precedenza, qualche soluzione furbetta soprattutto in apertura del film. Niente di grave, tuttavia.

 

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