Digger, la recensione del film di Alejandro G. Iñarritu con Tom Cruise
Quando alcuni scienziati registrano una profonda e preoccupante crepa nel ghiacciaio della Groenlandia, nei pressi di uno stabilimento per l’estrazione del petrolio, subito viene contattato il diretto responsabile: Digger Rockwell, magnate del petrolio la cui famiglia estrae da intere generazioni. Ma Digger è troppo preso dal suo agio, dalla vita sedentaria e dalle piccole cose (come la salute della sua gatta che ha quasi trent’anni) per poter realmente capire l’allarme degli scienziati. In men che non si dica il disastro precipita: lo stabilimento esplode e un ghiacciaio grande come la città di Washington si stacca dalla Groenlandia viaggiano a velocità mostruosa contro l’Europa. La situazione è fuori controllo e destinata a peggiorare, lo schianto del ghiacciaio potrebbe verificarsi in meno di tre giorni, dunque bisogna intervenire tempestivamente.
Viene indetta una riunione straordinaria alla presenza del Presidente degli Stati Uniti, dell’esercito americano, del dottor Ganesh – l’unico che non ha paura di dire le cose come stanno – e ovviamente dello stesso Digger. Nessuno ha la più pallida idea di come si possa intervenire senza generare allarmismi o peggiorare ulteriormente la situazione. Nel gioco dello scaricabarile, la responsabilità viene addossata interamente su Digger Rockwell: è lui che ha creato il problema ed è lui che adesso deve trovare una soluzione per salvare il mondo da un disastro ambientale di proporzioni inimmaginabili.
Questo è ciò che Digger racconta nel suo primo e incredibile atto.
Impossibile andare oltre, raccontare di più, perché il nuovo e attesissimo film diretto da Alejandro G. Iñarritu e interpretato da un inedito Tom Cruise è una bomba ad orologeria che cambia pelle continuamente, che si reinventa minuto dopo minuto. Un film che vive di imprevedibilità e che si alimenta di uno squisito stupore narrativo che deve necessariamente cogliere impreparati, nel buio della sala cinematografica e davanti ad uno schermo che possa restituire a pieno la magnificenza di quelle immagini filmate in Vistavision. Sarebbe un reato morale e cinematografico rivelare di più, abbandonarsi a qualche parola di troppo che possa fare intuire almeno una parte della direzione di questa lucidissima e intelligentissima satira politico-ambientalista che Iñarritu imbastisce per mettere alla berlina tutto e tutti, in un disaster-movie da camera spietato che sa essere – in contemporanea – dannatamente divertente e spaventosamente deprimente.
Inizia a fine 2018 l’avventura di questo film quando Tom Cruise, nel pieno delle riprese di Top Gun: Maverick, decide di fare visita al regista messicano con l’intento di capire se sussistono le basi per poter iniziare ad immaginare un percorso artistico da condividere. Una mossa assolutamente sensata, quella di Cruise, trattandosi del regista “Re Mida” che è riuscito, dopo varie candidature andate a vuoto, a far vincere l’ambito Oscar a Leonardo Di Caprio. Ma devono passare anni prima che quella chiacchierata possa assumere maggior concretezza. Insieme ai co-sceneggiatori Alexander Dinelaris, Nicolás Giacobone e Sabina Berman, Alejandro G. Iñarritu inizia a scrivere Digger nel 2023 e solo nel 2024 lo annuncia ufficialmente potendo contare su un appoggio finanziario da parte di Warner Bros. di circa 125 milioni di dollari.
Digger viene subito salutato come il grande ritorno del regista messicano a Hollywood dopo l’incredibile successo di Revenant – Redivivo (2015) ma anche come il suo ritorno ufficiale sul grande schermo. Nel 2022, infatti, Alejandro G. Iñarritu aveva presentato al pubblico il personalissimo e stupendo (anche se incompreso dai più) Bardo – La cronaca falsa di alcune verità, una produzione completamente messicana purtroppo finita nel tritacarne netflixiano che ne ha notevolmente ridimensionato l’importanza e l’efficacia (anche se ad oggi, con buone probabilità, rimane il più bel film presente sul catalogo del colosso dello streaming).
Sin da quando è stato diffuso il primissimo teaser trailer (molto misterioso e intento a tenere celato il trasformismo di Cruise), il pensiero di tutti si è mosso nella direzione di quel satirico Il Dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba interpretato da un istrionico Peter Sellers e diretto da Stanley Kubrick. Effettivamente, ammirando Digger, il paragone continua ad essere calzante e l’ultimo film di Iñarritu si conferma come l’opera più vicina a quel film diretto da Kubrick nel 1964. Lì la paura verso un attacco nucleare da parte dell’Unione Sovietica, qui la minaccia ambientale che incombe sulle teste di tutti noi. Ma sarebbe riduttivo, oltre che ingiusto, limitare la grandezza di Digger a semplice surrogato aggiornato del film con Sellers.
Con Digger, infatti, Iñarritu non solo dimostra di aver profondamente capito Il Dottor Stranamore (in un discorso molto sottile e complesso in cui la satira prende di mira la politica, la società ma anche sé stessa in prima battuta) ma pone la propria firma su un film che diventa summa assoluta del suo cinema recente. All’interno di Digger, infatti, ci sono elementi che sembrano provenire da molti altri film del regista messicano (in modo specifico, sembra che in questo film Iñarritu si sia divertito a far dialogare soprattutto due dei suoi film precedenti) ma, al tempo stesso, Digger ha la forza strabordante per essere un film diverso da tutto. Sia nella filmografia del regista che all’interno della Storia del cinema.
In un periodo storico come quello che stiamo vivendo in cui sembra essersi persa totalmente la capacità di fare satira (o si è troppo morbidi, oppure si è talmente goffi da diventare solamente offensivi), Iñarritu porta in scena un film realmente satirico che, grazie ad un’attenta scrittura multi stratificata, riesce a fare satira ma anche a riflettere sul concetto stesso di “satira”. Ed è proprio qui che Digger trionfa, esibendo un’intelligenza rara a cui forse non siamo più abituati, nel porre al centro del proprio obiettivo non tanto coloro che stanno al potere bensì coloro che il “potere” lo contestano.
L’ultimo film di Iñarritu, dunque, è un’opera spietata che ridicolizza chi sta al vertice del potere con l’intento di puntare il dito proprio contro di noi. Digger si fa gioco di tutto: della politica americana (oggi amministrata da un Trump che non è meno farsesco del Presidente Compson), di un’Europa che spesso se ne sta solo a guardare, dell’ottusità dell’esercito, della risibile fede salvifica, di una scienza che si sottrae alla propria missione per notiziare ciò che fa comodo e non ciò che è scientifico. Ma se in tutto ciò risiede il lato comico della vicenda, l’aspetto maggiormente farsesco, è verso di noi che Digger assume la posizione più dura.
Noi che, seduti sul divano di casa e intenti ad osservare il mondo da dietro uno smartphone, ormai del tutto incapaci di distinguere un contenuto reale da qualcosa generato con la becera IA, pensiamo di sapere tutto e di essere sempre dalla parte della ragione; noi che ci battiamo ogni giorno per mille cause giuste senza però renderci conto che non facciamo un cazzo per sostenere realmente quelle battaglie; noi che siamo pronti a fare la guerra al nostro vicino di casa, ad un nostro parente, e così facendo non ci rendiamo conto che siamo fatti della stessa pasta di coloro che stanno dall’altra parte e che etichettiamo come “mostri”; noi che sposiamo mille battaglie ecologiste, ambientaliste, animaliste ma poi passiamo le giornate a cercare una presa della corrente in cui poter caricare il nostro smartphone o ci fomentiamo dietro l’intelligenza artificiale perché siamo talmente informati da non sapere che anche tutte queste piccole azioni hanno un drastico impatto ambientale. Digger punta il dito contro di noi, esseri umani che giorno dopo giorno dimostriamo di avere ben poco di umano, parassiti della peggior specie che, ormai privi di empatia e sensibilità, siamo capaci solamente ad innescare meccanismi comportamentali piegati all’odio, alla rabbia, alla distruzione, costantemente alla ricerca di qualcuno con cui prendercela e da colpevolizzare. Digger ci fa capire con estrema lucidità e senza nessuna retorica che quel nemico che cerchiamo quotidianamente, che vorremmo crocifiggere per espellere tutti i mali del mondo, in realtà siamo noi stessi e se non riusciamo a capire questa cosa così basilare è impossibile disattivare il countdown che porterà all’imminente disastro (climatico, ambientale, sociale, politico, umano).
Ma al tempo stesso, con Digger, Iñarritu non intende salire in cattedra per assumere un atteggiamento pedagogico. Perché Digger ci rimprovera, punta il dito per farci vedere dove risiede il problema, ma poi abbassa la mano perché sa che non siamo pronti per poter davvero risolvere le cose. Come non ci si può arrabbiare con un pesce perché non è capace di arrampicarsi su un albero, alla stessa maniera non possiamo pretendere dagli esseri umani di correggere alcuni difetti che forse fanno proprio parte dell’essere umano. E quindi cosa possiamo fare? Niente, accettare le cose come stanno, forse dare più attenzione ai singoli gesti ma con la consapevolezza che questi scompariranno davanti alla forza propulsiva della massa che continuerà ad inneggiare all’odio, alla distruzione e alla stupidità.
C’è tutto questo e c’è anche molto di più in Digger.
Inutile spendere parole per sottolineare l’imponenza visiva dell’opera. Alejandro G. Iñarritu è un maestro della messa in scena, un regista completo e complesso, un autore sopraffino che riesce a coniugare come pochi narrazione e magnificenza visiva. Fotografato in Vistavision da Emmanuel Lubezki e scenografato da Dennis Gassner, Digger è una gioia per gli occhi. Un film non solo capace di rendere ogni fotogramma un quadro ma anche unico nel saper giocare, attraverso la composizione delle immagini, con la teatralità della narrazione e con la finzione insita nella stessa messa in scena.
E poi c’è lui, quello che potremmo considerare il secondo regista di quest’opera, un Tom Cruise disposto a tutto pur di esibire il suo talento che troppo spesso è stato adombrato dai suoi ruoli fisici in molti blockbuster di successo. Interpretando il magnate Digger Rockwell, quasi irriconoscibile dietro un trucco che lo rende più vecchio, grasso e brutto, Tom Cruise ci dimostra ancora una volta di essere molto di più di un attore capace di fare lo stuntman di sé stesso. Tom Cruise, oggi, non è solo uno dei più grandi uomini di cinema che esistono ad Hollywood ma è anche uno degli attori più versatili, coraggiosi e capaci che abbiamo. Dimenticate la sua interpretazione in Nato il 4 luglio di Oliver Stone, dimenticate la sua energia in Magnolia di Paul Thomas Anderson, quello che Tom Cruise è capace di fare in Digger è fuori da qualsiasi scala. Un’interpretazione grandiosa, la migliore della sua comunque incredibile carriera, una recitazione stratificata che sa essere eccentrica ed emozionante, sopra le righe e intima al tempo stesso, respingente e incredibilmente adorabile. Una performance che ci restituisce almeno un monologo che è un saggio di recitazione, forse uno dei migliori monologhi nella Storia del cinema.
Ma se Digger si è presentato sin da subito come una sorta di one-man-show da parte di Cruise, bisogna giustamente far notare che anche il cast di supporto vive di rara grazia. Tra questi, infatti, è doveroso citare l’incredibile e irresistibile performance di John Goodman nei panni del Presidente Compson e quella di Riz Ahmed nel ruolo del consulente scientifico dell’azienda di Rockwell.
Come tutti i veri grandi film, anche Digger è destinato a dividere severamente l’opinione del pubblico. Perché Alejandro G. Iñarritu e Tom Cruise hanno deciso di andare dritti per la loro strada, senza cercare compromessi e senza preoccuparsi troppo di dover piacere al pubblico. L’arte, in fin dei conti, deve poter fare anche questo: schiaffeggiare lo spettatore e non assecondarlo nella sua pigra abitudine. Oggi molti lo odieranno, domani tutti lo ameranno, perché la verità sta nel fatto che Digger non è solo il miglior film uscito nel 2026 ma anche uno dei più bei film prodotti in questo nuovo millennio.
Oggi ci sentiamo di usare quella parola proibita, quella parola che di questi tempi è usata spesso a sproposito o con estrema leggerezza. Oggi ci sentiamo di affermare che Digger di Alejandro G. Iñarritu è un vero capolavoro!
Giuliano Giacomelli
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