La fine di Oak Street, la recensione
Quando ci approcciamo a una storia fantastica, sappiamo che prima o poi ci verrà chiesto di accettare qualcosa che, nella realtà, sarebbe semplicemente impossibile. Un mostro, un viaggio nel tempo, un’invasione aliena, una casa infestata… un quartiere che improvvisamente si ritrova catapultato nella preistoria. Lo sappiamo e, nonostante questo, accettiamo di stare al gioco. È quello che viene comunemente definito “sospensione dell’incredulità”: una sorta di patto latente tra autore e spettatore, nel quale il secondo accetta temporaneamente le regole di un universo impossibile, mentre il primo si impegna a renderle credibili all’interno del mondo che ha costruito. Non dobbiamo necessariamente credere che ciò che vediamo possa accadere davvero; dobbiamo credere che possa accadere lì, in quella storia.
La fine di Oak Street di David Robert Mitchell chiede con fermezza allo spettatore di sottoscrivere proprio questo patto. E la capacità o meno di accettarlo diventa probabilmente la discriminante principale tra chi apprezzerà il film e chi invece ne rimarrà più distante. Perché la premessa del nuovo film del regista di It Follows è, per usare un eufemismo, parecchio ardita.
Siamo nella periferia di una città americana dei primi anni Ottanta. La vita scorre secondo la consueta routine di quartiere, tra barbecue in giardino, vicini di casa, piccoli problemi quotidiani e le dinamiche della famiglia Platt. Denise è un’aspirante scrittrice, una donna brillante e determinata che cerca di conciliare le proprie ambizioni con la cura dei figli Audrey e Brian. Il marito Greg, invece, ha alle spalle problemi con l’alcol e sta cercando con difficoltà di rimettersi in carreggiata, anche attraverso una ricerca di lavoro che sembra non dare grandi risultati. Tra i due c’è una frattura sempre più evidente, l’ombra di un possibile divorzio che aleggia sulla famiglia.
Anche i figli stanno attraversando momenti delicati. Audrey è un’adolescente che fatica a sentirsi in sintonia con i propri coetanei, coltiva un forte interesse per la scienza e comincia a interrogarsi sulla propria identità. Brian è invece una testa calda, un ragazzo irrequieto che non è propriamente un bullo ma che ha già accumulato una discreta collezione di bravate. È insomma una famiglia tutt’altro che perfetta, con conflitti e fragilità molto più vicini alla realtà di quanto non lo siano quelli delle rassicuranti famiglie da pubblicità del “mulino bianco”.
Poi, una notte, una misteriosa luce abbagliante illumina il giardino dei Platt e il mondo cambia completamente. L’intero quartiere di Flowervale viene catapultato nella preistoria e le tranquille villette di Oak Street diventano improvvisamente territorio di caccia per feroci creature primitive. Quello che fino a pochi minuti prima era un tranquillo sobborgo americano diventa un ambiente ostile nel quale gli abitanti devono imparare a sopravvivere.
La premessa, dunque, è folle. Ma Mitchell riesce a farla funzionare proprio perché prima di mostrarci i dinosauri ci fa conoscere le persone che dovranno affrontarli. È questa la vera forza de La fine di Oak Street: trasformare progressivamente l’incredibile in credibile attraverso l’empatia.
Denise e Greg non sono una coppia ideale e proprio per questo funzionano. Anne Hathaway offre una prova convincente nei panni di una donna emancipata che tiene sostanzialmente in piedi la famiglia, mentre Ewan McGregor interpreta Greg con quella sua naturale simpatia che gli permette di essere contemporaneamente un po’ fanfarone, un po’ sfortunato e, soprattutto, un uomo che prova sinceramente a fare la propria parte nonostante sembri avere il fallimento scritto nel DNA. Anche i ragazzi hanno una caratterizzazione sufficientemente sfaccettata per evitare di ridursi ai semplici stereotipi del teen movie.
E quando la famiglia viene gettata in una situazione ai limiti del possibile, l’avventura diventa anche uno strumento per ricostruire quel legame che si era progressivamente sgretolato. È un meccanismo narrativo tutt’altro che nuovo, ma Mitchell lo utilizza con una sincerità che evita di renderlo troppo stucchevole: sopravvivere ai dinosauri significa anche tornare a essere una famiglia.
Perché La fine di Oak Street è soprattutto una divertentissima avventura survival. Il film prende il modello del “creature feature” e lo innesta su una struttura da film d’avventura per ragazzi, alternando momenti di tensione, sequenze d’azione e attacchi dei dinosauri. Le creature, inoltre, vengono presentate nella loro versione piumata e più vicina alle attuali ricostruzioni scientifiche, una scelta che contribuisce a rendere l’operazione meno nostalgica di quanto potrebbe sembrare.
E non mancano momenti decisamente cattivi. Mitchell non ha paura di sporcarsi le mani con il sangue e inserisce qua e là sequenze gore e raccapriccianti che avvicinano il film a un horror vero e proprio. Allo stesso tempo c’è spazio per una certa ironia surreale, come nella scena grottesca in cui Greg si ritrova a farsi fotografare davanti a due dinosauri erbivori impegnati in un amplesso. È un equilibrio che funziona perché il film non prende mai troppo sul serio la propria premessa, pur prendendo sul serio i personaggi che la devono vivere.
Infine, c’è J.J. Abrams di mezzo. La produzione della Bad Robot porta inevitabilmente con sé una fortissima eco spielberghiana, esattamente come era accaduto con Super 8. Se allora il riferimento principale era E.T., qui il modello non può che essere soprattutto Jurassic Park, con qualche inevitabile richiamo a Il mondo perduto. Lo si percepisce nella gestione dell’azione, nella centralità della famiglia e soprattutto in quella particolare idea di cinema fantastico per ragazzi che appartiene all’età d’oro degli anni Ottanta: avventura, paura, effetti speciali, meraviglia e personaggi comuni costretti ad affrontare qualcosa di straordinario.
Ma La fine di Oak Street non è semplicemente un esercizio di nostalgia prodotto da Abrams. La personalità di Mitchell emerge con sufficiente chiarezza. Tanto It Follows quanto Under the Silver Lake erano ambientati in contesti suburbani nei quali la quotidianità nascondeva qualcosa di profondamente inquietante, e in entrambi i casi il fantastico diventava anche una lente attraverso cui osservare la difficoltà di costruire relazioni sane con gli altri. Anche qui il quartiere, apparentemente ordinario, diventa un microcosmo nel quale i rapporti umani sono importanti almeno quanto la minaccia esterna.
Molto solida è inoltre la regia, che rimane spesso addosso agli attori e costruisce composizioni dell’immagine particolarmente curate, giocando con la profondità dei piani e con la disposizione dei personaggi all’interno dell’inquadratura. Mitchell dimostra di sapere esattamente quando lasciare che sia il volto di un attore a raccontare una situazione e quando invece trasformare lo spazio in una componente narrativa.
Alla fine, La fine di Oak Street è un ottimo esempio di avventura fantastica capace di recuperare una tradizione cinematografica precisa senza limitarsi a copiarla. È un film di dinosauri, certo, ma anche un survival-movie, un “creature feature”, un racconto familiare e un omaggio consapevole a quel cinema degli anni Ottanta nel quale il meraviglioso poteva irrompere nella quotidianità senza bisogno di troppe spiegazioni.
Bisogna soltanto accettare il patto proposto da Mitchell. Una volta fatto, il quartiere di Flowervale smette di essere una periferia americana e diventa un luogo nel quale tutto può accadere. E allora non resta che godersi il viaggio, tra dinosauri, wormhole e il necessario sense of wonder.
Un film divertente, ben diretto e sorprendentemente empatico, che ha tutte le carte in regola per diventare, col tempo, un piccolo cult.
Roberto Giacomelli
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