L’ultima Missione – Project Hail Mary, la recensione

La fantascienza è sempre stata uno dei generi più liberi e importanti della storia del cinema: uno spazio creativo in cui immaginare il futuro, interrogare il presente e riflettere sull’umanità attraverso l’ignoto, il possibile. Eppure, negli ultimi anni, il grande schermo sembra aver progressivamente ridotto il suo rapporto con la sci-fi “pura”, lasciando sempre più spazio alle contaminazioni con il cinema supereroistico o lasciando questo genere alla serialità televisiva. Non è un caso che gli ultimi veri eventi fantascientifici in sala siano stati Dune – Parte Due e Mickey 17, opere profondamente diverse ma accomunate da un’ambizione autoriale ormai rara.

In questo contesto arriva L’ultima missione – Project Hail Mary, un film che sembra voler riportare la fantascienza al centro del cinema mainstream e lo fa con un equilibrio sorprendente: spettacolare e accessibile, ma anche denso di significati, emotivamente potente e capace di parlare al presente.

La storia segue Ryland Grace (Ryan Gosling), un insegnante di scienze che si risveglia su un’astronave senza memoria, completamente solo nello spazio. Poco alla volta, attraverso frammenti di ricordi che riaffiorano, scopriamo che Grace è stato inviato in una missione disperata per salvare la Terra da una minaccia cosmica: una misteriosa forma di vita, un batterio noto come “astrofago”, sta prosciugando l’energia del Sole, condannando il pianeta a un lento collasso.

Ma l’incontro di Grace con Rocky, una forma di vita aliena completamente diversa da qualsiasi immaginazione umana, trasforma la missione in qualcosa di molto più intimo e universale. Quella che era una storia di sopravvivenza diventa progressivamente un racconto di collaborazione, fiducia e amicizia.

Tratto dal romanzo di Andy Weir, lo stesso autore di The Martian, il film ne condivide alcuni elementi fondamentali come l’approccio scientifico rigoroso, la centralità del problem solving e un protagonista che affronta l’ignoto con intelligenza, ironia e resilienza. Ma se The Martian era, in fondo, una storia di sopravvivenza individuale, Project Hail Mary amplia lo sguardo e lo trasforma in qualcosa di profondamente relazionale.

Alla regia troviamo il duo Phil Lord e Christopher Miller, che tornano dietro la macchina da presa a distanza di dodici anni da The Lego Movie, portando con sé quella capacità unica di mescolare intrattenimento e intelligenza narrativa. La sceneggiatura è firmata da Drew Goddard, autore di culto che ha già dimostrato la sua versatilità tra cinema e televisione, da Quella casa nel bosco a Daredevil.

E infatti Project Hail Mary è un film che vive di contaminazioni. Inizia quasi come una commedia, con gag che sfiorano lo slapstick mentre Grace cerca di orientarsi nello spazio e nella propria memoria. Poi, con l’arrivo di Rocky, si trasforma in una sorprendente buddy comedy: due esseri completamente diversi che imparano a comunicare, a fidarsi e a collaborare. Il tutto senza mai perdere la dimensione spettacolare della space opera, sostenuta da una base scientifica solida e credibile.

Ma il cuore del film è altrove. Project Hail Mary è soprattutto un racconto sull’amicizia e sulla capacità dei rapporti umani (e non solo umani!) di colmare il vuoto della solitudine e della depressione. In un’epoca segnata da conflitti e divisioni, il film suggerisce con forza e positività un messaggio politico limpido: solo attraverso la collaborazione – tra individui, tra culture, persino tra specie diverse – è possibile affrontare una minaccia comune.

In questo senso, la performance di Ryan Gosling è straordinaria. Per gran parte del film è l’unico attore in carne e ossa in scena, e riesce a sostenere il racconto con un mix perfetto di ironia, fragilità e carisma. Il suo Grace è un “eroe” riluttante, profondamente umano, e proprio per questo incredibilmente vicino allo spettatore. Accanto a lui, anche se in modo più contenuto, spicca Sandra Hüller, già memorabile in Anatomia di una caduta, qui in un ruolo chiave per comprendere le dinamiche terrestri della missione.

Dal punto di vista tecnico, il film sorprende per una scelta produttiva controcorrente. In un’epoca dominata dalla CGI (ma che sta riscoprendo con convinzione l’analogico), Project Hail Mary privilegia gli effetti pratici: l’alieno Rocky prende vita grazie a un animatronico (a tratti un vero e proprio burattino), mentre gli interni dello shuttle sono stati ricostruiti fisicamente in studio. Anche le sequenze nello spazio sfruttano videowall e ambienti reali, restituendo una sensazione di concretezza e realismo sempre più rara nel cinema contemporaneo.

Il risultato è un film che riesce a essere spettacolare senza perdere mai il contatto con l’emozione. Divertente, intelligente, citazionista, commovente, L’ultima missione – Project Hail Mary è una di quelle opere in cui ogni elemento sembra al posto giusto: scrittura, regia, interpretazioni, messa in scena.

È fantascienza nel senso più puro e nobile del termine, quella che intrattiene, sì, ma che soprattutto guarda all’essere umano, alle sue paure e alle sue possibilità. Insomma, che lascia il segno e nel farlo, ci ricorda perché questo genere, quando è fatto bene, resta uno dei linguaggi più potenti del cinema.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Equilibrio perfetto tra intrattenimento, scienza ed emozione.
  • Straordinaria prova di Ryan Gosling.
  • Amicizia tra Grace e Rocky memorabile e toccante.
  • Uso intelligente degli effetti pratici e grande resa visiva.
  • Nonostante siano utilizzate molto bene, le 2 ore e 35 minuti di durata non sono affatto poche.
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Valutazione: 9.0/10 (su un totale di 1 voto)
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