L’uomo sulla strada, la recensione

Irene ha perso il padre quando aveva solo 8 anni, falciato via da un pirata della strada, incidente del quale lei è stata l’unica – inutile – testimone. Ora Irene ha 18 anni, ha un animo ribelle, un rapporto conflittuale con la madre e ogni occasione sembra essere quella adatta per dar sfogo, anche in modo violento, alle sue frustrazioni. Per questo motivo, Irene viene spedita in provincia a casa di sua zia dove la ragazza inizia subito a cercare lavoro e lo trova come operaia in una fabbrica. Il destino vuole, però, che il giovane proprietario della fabbrica è Michele, l’uomo che dieci anni prima ha travolto e ucciso il padre di Irene e che non ha mai pagato per il suo crimine. Michele capisce subito di trovarsi dinnanzi alle sue colpe passate e nonostante il tentativo iniziale di allontanare immotivatamente Irene dal lavoro, decide di affrontare la situazione. Ma più passano i giorni, più l’uomo si sente combattuto e allo stesso tempo attratto dalla ragazza.

Dopo alcuni cortometraggi e un consistente curriculum come assistente alla regia, anche per grandi produzioni internazionali come Mission: Impossible III e Il Rito, Gianluca Mangiasciutti esordisce alla regia di un lungometraggio con il dramma dalle tinte thriller L’uomo sulla strada, presentato in anteprima alla 20ª edizione di Alice nella Città e in uscita al cinema il 7 dicembre con Eagle Pictures.

Tratto dal soggetto di Serena Cervoni e Mariano Di Nardo vincitore del Premio Solinas, L’uomo sulla strada inizia puntando sullo shock emotivo mostrandoci il terribile episodio che ha segnato l’infanzia della protagonista, l’omicidio del padre della quale è l’unica testimone. Irene è stata incapace di superare quell’evento traumatico e per questo ha costruito attorno a lei una spessa corazza che la pone costantemente sulla difensiva, facendola apparire una ribelle violenta, testarda e sicura di sé. In realtà, come spesso accade, Irene è estremamente fragile e si è creata questo personaggio per rispondere a duro muso alla vita che sembra voltarle continuamente le spalle, intrinsecamente ossessionata proprio dall’uomo senza volto che ha distrutto la sua infanzia e che lei cerca di ricordare disegnando continuamente confusi identikit che hanno le sembianze di personaggi di manga.

Dalla parte opposta abbiamo Michele, l’assassino. Un passato da figlio di papà che ha come unico obiettivo la trasgressione, tra donne, bravate, alcool e alta velocità. Però Michele, dopo quella fatidica mattina, ha cercato in tutti i modi di redimersi e, dopo aver sposato la donna che è stata complice silente dell’omicidio, si è auto-punito accettando il lavoro di suo padre che lo ha portato a una vita grigia che sicuramente non faceva parte delle sue aspirazioni. Un uomo pentito che non ha mai trovato il coraggio di pagare per le sue colpe.

L’uomo sulla strada alterna il punto di vista di questi due personaggi, scava nel loro animo, approfondisce le azioni che li hanno portati ad essere quello che sono, fino al fatidico incontro. L’uomo sulla strada è come un revenge-movie al contrario in cui la parte lesa si sta vendicando inconsapevolmente mentre il carnefice si spinge progressivamente verso la punizione.

Mangiasciutti ha una mano fermissima nel dipingere l’uggiosa periferia piemontese, nello sviscerare i suoi personaggi fino a metterli a nudo, con una fortissima simbologia legata all’elemento acquatico come veicolo di rinascita. Però la sceneggiatura di Cervoni e Di Nardo sembra spesso trattenersi, si abbandona all’aspetto drammatico lasciando sempre due passi indietro la vocazione da thriller lapalissiana fin dalle premesse. È come se L’uomo sulla strada non volesse osare e rimanere in quella comfort zone in cui si arena molto cinema italiano che ha paura di abbracciare il genere.

Fino ad ora non abbiamo menzionato gli attori, ma se L’uomo sulla strada può dirsi un’opera riuscita è merito soprattutto di Lorenzo Richelmy e Aurora Giovinazzo. Il primo è un algido e tenebroso, fragile e severo, una delineazione perfetta per Michele e segnale di una evidente crescita nel percorso professionale di Richelmy; Aurora Giovinazzo è semplicemente magnifica, vista in Freaks Out e Anni da cane ma qui alla sua prova definitiva di talento, quasi una Zendaya italiana con perfino una marcia in più.

Non privo di difetti, legati soprattutto a una progressiva omologazione al cinema drammatico italiano, L’uomo sulla strada riesce comunque a ritagliarsi un posto di tutto rispetto grazie a un concept interessante, una regia sicura e dei bravissimi attori. Il classico film che una volta iniziato si è fermamente interessati a vedere come si conclude.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Gli interpreti Lorenzo Richelmy e – soprattutto – Aurora Giovinazzo.
  • Concept accattivante.
  • Narrativamente troppo conformato al filone drammatico italiano.
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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