Reflection in a Dead Diamond, la recensione

Hélène Cattet e Bruno Forzani sono una coppia di sceneggiatori e registi franco/belgi. Coppia sul lavoro ma anche nella vita, responsabili di un cinema molto personale che mira a donare un’aura fortemente autoriale, direi arthouse, all’exploitation europea, italiana in particolare. Amér (2009) e Lacrime di sangue (2013) sono stati la loro dichiarazione d’amore al giallo all’italiana, con atmosfere rarefatte e misteriose, citazioni nascoste ed esibite; poi è arrivato il più stratificato Laissez bronzer les cadavres (2017, da noi ancora inedito) che si muove nei territori del noir/thrilling con una chiara voglia di omaggiare il western italiano. Cinema molto particolare, indirizzato soprattutto a puristi del cosiddetto “cinema bis” (per dirla a la Nocturno), conoscitori, feticisti, ma anche vogliosi di cimentarsi con sperimentazioni che antepongono l’estetica alla narrazione. Non fa eccezione la più recente fatica di Cattet e Forzani, Reflection in a Dead Diamond, presentato in concorso alla Berlinale 2025 e intento a omaggiare il filone “Eurospy” (i cloni europei, soprattutto italiani, tedeschi e francesi, di 007) e il fumetto nero italiano.    

Costa Azzurra. Il settantenne John Diman si gode il suo aperitivo sulla spiaggia osservando le onde che si infrangono sugli scogli e la bellezza di una misteriosa ragazza in bikini che prende il sole. Evitando con strategia le richieste del concierge di saldare il conto e spiando con curiosità la sua vicina di stanza, John ripensa ai bei vecchi tempi in cui lavorava come agente segreto, alle prese con mirabolanti gadget, donne bellissime e fatali, intrighi internazionali e diamanti, tanti diamanti. Quando la ragazza in bikini scompare, forse uccisa da un tipo losco, John inizia a pensare a un complotto ai suoi danni e le fantasie sul passato improvvisamente diventano reali.

Siamo lontanissimi dal tentativo di parodiare l’Eurospy intrapreso da Michel Hazanavicius riportando in scena con Jean Dujardin Monsieur Hubert Bonisseur de La Bath della saga OSS-117, e siamo abbastanza lontani anche dalla maldestra trilogia di Diabolik dei Manetti Bros. Quel che fanno Cattet e Forzani con Reflection in a Dead Diamond è catturare delle suggestioni, riassumere lo spirito di un filone specifico e restituire il tutto attraverso il loro tipico modus exprimendi. Se avete già visto Amér e gli altri loro lungometraggi sapete esattamente cosa vi aspetta, ovvero un cinema fortemente estetico e sensoriale fatto di musiche (note), dettagli, richiami continui alla cultura pop, al cinema degli anni ’60 e ’70.

Reflection in a Dead Diamond, ad un certo punto, appare molto più narrativo dei precedenti, sicuramente più vicino a Laissez bronzer les cadavres che a Lacrime di sangue, ma non illudetevi in una svolta logica, perché ogni passo che Cattet e Forzani fanno fare al loro John Diman nella ricostruzione del suo passato da spia corrisponde poi ad altri due passi indietro nel concretizzare un quadro narrativo convenzionale.

John Diman, che nel presente ha le fattezze di Fabio Testi e nel passato di Yannick Renier, è l’ago della bilancia nel reale e nel fittizio, un uomo schiavo dei suoi vaneggiamenti senili o agente segreto in pensione, attore che confonde il suo passato con i ruoli che ha interpretato o professionista al centro di un complotto in divenire.

Non sapremo mai se quei diamanti sono veri o solo un riflesso della memoria di John, così come se la temibile Serpentik è esistita fuori dalle pagine dei fotoromanzi. Ma quello che sappiamo fin dai primissimi minuti e che Cattet e Forzani sono riusciti a condensare in neanche 90 minuti un intero immaginario d’epoca come nessuno, ad oggi, era riuscito a fare, se non Quentin Tarantino, ma con scopi e risultati che andavano in altre direzioni.

E sicuramente è molto tarantiniana la bellissima sequenza di combattimento che vede Serpentik (interpretata, tra le molte, da Thi Mai Nguyen e Barbara Hellemans) affrontare un gruppo di manigoldi in un vecchio bar mentre la radio suona 24 mila baci di Adriano Celentano. Pulp puro, fatto di unghie d’accio, pezzi di carne strappati, tacchi a spillo sostituiti da fendenti taglienti ed extension ai capelli composte da letali ami da pesca.

Dentro Reflection in a Dead Diamond ci sono Coplan FX 18 casse tout e Milano Calibro 9, Agente 077 – Dall’Oriente con furore e Satanik, Secret Agent Super Dragon e i Kriminal, Diamanti sporchi di sangue e Morte a Venezia, ma ovviamente anche Diabolik di Mario Bava e Agente 007 – Una cascata di diamanti. Nella colonna sonora possiamo scorgere il nome della band italiana Calibro 35, ma in un momento topico alla fine del film riconosciamo anche il tema principale del film di Sergio Martino Lo strano vizio della signora Wardh.

Per gli amanti e conoscitori dell’Eurospy d’antan, del fumetto nero italo-francese e di tanto cinema italiano anni ’60 e ’70, Reflection in a Dead Diamond è una vera goduria, per molti altri può essere tanto una vera e propria tortura quanto la piacevole scoperta di un filone che è entrato di forza nell’immaginario popolare. A patto, comunque, che non cerchiate un cinema narrativo e logico in cui tutti i nodi tornano al pettine e alla fine possiate avere un quadro chiaro di quello che avete visto. Il cinema sensoriale di Cattat e Forzani non è questo e di certo Reflection in a Dead Diamond non fa eccezione.

Al cinema dal 3 luglio distribuito da Lucky Red.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Come racchiude in 85 minuti tutto l’immaginario di un genere.
  • L’aspetto visivo molto suggestivo.
  • L’utilizzo delle citazioni.
  • Non è un film adatto a tutti i palati, bisogna essere predisposti a un cinema sensoriale che non segue una trama vera e propria.
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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