Selma – La Strada per la Libertà, la recensione

A 47 anni dalla morte di Martin Luther King, risulta difficile credere che solo adesso, nel 2015, esca il primo film incentrato su questa carismatica figura. Eppure Selma – La strada per la libertà non racconta tutta la storia di King, bensì evidenzia un episodio cruciale della sua vita e della lotta per i diritti civili degli afroamericani. La scelta della regista Ava DuVernay, al suo terzo lungometraggio, si orienta dunque verso un percorso meno scontato, al fine di concentrarsi su dei lati di King, sia personali che pubblici, meno noti e rimasti in ombra.

1964. Selma, in Alabama, è una città in pieno fermento: è da qui che parte una delle tante battaglie di Martin Luther King, fresco di Nobel per la pace. Per ben tre volte, con un gruppo di manifestanti, tenta di compiere una marcia pacifica da Selma a Montgomery, tra violenti scontri e spossanti giochi politici. L’obiettivo? Ottenere l’estensione al voto per i cittadini afroamericani. La maggior parte delle persone, pensando a Martin Luther King, associa il suo volto alla celebre frase “I have a dream” o, più in generale, ai suoi discorsi ispirati e magnetici, che hanno infiammato così tante folle. Perciò la prima inquadratura di Selma, che mostra King allo specchio, intento ad annodare la cravatta e a preparare un discorso, risulta quasi spiazzante.

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L’atmosfera è resa ancor più intima dal momento che David Oyelowo, il magistrale interprete di King, guarda in camera: ciò che lo spettatore vede è l’uomo, prima dell’icona. Ava DuVernay invita il pubblico a sbirciare dal buco della serratura, a conferire tridimensionalità ad un personaggio che non esiste solo nella memoria o in filmati in bianco e nero, ed è qui che poggia il registro primario della pellicola. Conosciamo, così, un uomo che ama le risate fragorose e gli scherzi con gli amici, che adora i suoi figli e la moglie Coretta (interpretata da Carmen Ejogo). D’altra parte, scopriamo anche le sue debolezze, perché è un essere umano, non un dio infallibile. Ed ecco che, in una scena, apprendiamo che non è sempre stato fedele a Coretta. Tutto questo al fine di ricreare una figura con un background a tutto tondo, una persona comune che, però, ha sopportato il peso di fatiche indicibili.

Martin Luther King non ha combattuto da solo: ha avuto la fortuna di godere del sostegno di personaggi unici e saggi, di cui finora si è sentito parlare troppo poco. Se queste figure coraggiose “appartengono” ad un solo mondo, verace e vissuto sulla strada, King, dal canto suo, ha conosciuto anche i delicati incontri nelle stanze del potere. Come le sfumature della pellicola, che virano dall’individualità alla collettività, la macchina da presa indugia tra le sequenze violente delle marce e le verbose scene politiche (come le discussioni tra King e l’allora presidente Johnson). Peccato che quest’ultime facciano scivolare lo spettatore in uno stato di torpore da cui è difficile riprendersi: naturalmente è lodevole offrire uno spaccato della lotta per i diritti civili, ma l’impianto classico e poco incisivo della pellicola non la rende di certo memorabile.

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Selma sembra essere confezionato apposta per l’Academy, quasi ammiccando ai ben noti gusti della giuria (anzi, è curioso che abbia ricevuto solo due nomination, per il miglior film e la miglior canzone originale, decisione che ha suscitato molte critiche). È una storia biografica dignitosa ma priva di spessore, che presenta un uomo eccezionale ma semplice, in bilico tra i doveri di padre e marito e quelli di leader. C’è il sangue e il dolore, le impasse e le vittorie, i “buoni” e i “cattivi”. Non che queste elencate siano pessime qualità, tutt’altro: anche perché, ricordiamolo, Martin Luther King è una figura nuova al grande schermo, ed è bello e giusto che anche i più giovani possano conoscere parte della sua vita.

Il problema è che tutto questo viene mostrato secondo una linea narrativa senza verve, senza un guizzo di originalità o freschezza. Il cinema americano sembra seguire sempre lo stesso schema (che spinge gli accenti sul melodramma) quando si tratta di girare un film sulla storia di un personaggio realmente vissuto. Basti sbirciate tra le candidature all’Oscar di quest’anno. Tirando le somme, viene dunque da sentenziare “niente di nuovo sotto al sole”. È necessario riaffermare che Selma resta comunque un tentativo importante, obbediente ad un’accurata verosimiglianza storica. Il film uscirà nelle nostre sale il 12 febbraio, distribuito da Notorious Pictures.

Giulia Sinceri

PRO CONTRO
  • La prima occasione di vedere la figura di Martin Luther King sul grande schermo, in modo da apprendere (e riapprendere) parte della sua storia.
  • S’intuisce la grande cura nel rappresentare verosimilmente il periodo storico.
  • Offre troppi momenti dominati dalla noia (soprattutto nelle scene incentrate sui giochi politici), a causa di una confezione sì dignitosa, ma votata al classicismo e all’insipidezza.

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