C’era una volta a Hollywood, la recensione

c'era una volta a Hollywood

Giunto al suo nono film (e ¼ ), Quentin Tarantino realizza la sua opera più personale, introspettiva e, in un certo senso, malinconica. C’era una volta a… Hollywood è l’ideale testamento di un grandissimo artista, la raggiunta maturità di un autore che in neanche trent’anni di carriera è riuscito a cambiare radicalmente il modo di intendere il cinema, influenzando in maniera indelebile la Hollywood contemporanea e la visione di molti giovani filmaker.

Non avrebbe stupito, infatti, se Tarantino avesse scelto proprio C’era una volta a… Hollywood per dare l’addio alla sua carriera da regista, come da molto tempo ormai paventa con il raggiungimento del decimo film. Non avrebbe stupito perché C’era una volta a… Hollywood è la summa dell’immaginario tarantiniano, oltre che una dichiarazione d’amore sentitissima alla settima arte e, soprattutto, a quel Cinema con cui il regista di Pulp Fiction è cresciuto e si è formato.

Dicevamo che C’era una volta a… Hollywood è la maturità artistica di Tarantino, il che non significa essenzialmente il suo film più bello, ma indubbiamente quello più calibrato, il raggiungimento della perfezione stilistica e narrativa nel suo modo di fare cinema. Perché C’era una volta a… Hollywood trova quel giusto compromesso tra la vena più commerciale abbracciata dalle majors e che negli ultimi anni si era tradotta in Bastardi senza gloria e Django Unchained, quella più anarchicamente autoriale (che può anche essere refrattaria per il grande pubblico) che abbiamo visto in The Hateful Eight, e quella più dissacrante e pop che emergeva in Kill Bill e A prova di morte. Insomma, fatta scuola dell’imprescindibile trilogia criminale iniziale rappresentata da Le iene, Pulp Fiction e Jackie Brown, fondamentale per costruire uno stile ben riconoscibile, Tarantino è riuscito a fondere tutte le sue opere successive nel nono film, realizzando una magnifica summa della sua poetica cinefila.

c'era una volta a Hollywood

Come suggerisce lo stesso titolo, C’era una volta a… Hollywood ci immerge nel mondo del cinema in un passato relativamente lontano. Siamo in California, nella “capitale del Cinema”, nel 1969 in quella che i media definirono la più calda estate di sempre. Qui facciamo la conoscenza di Rick Dalton, un attore che ha visto i suoi giorni di celebrità interpretando il protagonista Jake Cahill nella serie tv western Bounty Law. Adesso Rick si barcamena nell’ambiente interpretando la guest star (solitamente il villain di puntata) in serie televisive e vede la sua carriera sfuggirgli velocemente di mano. Accompagnato dall’inseparabile amico e stuntman Cliff Booth e sempre più incline alla bottiglia, Rick desiste dall’andare in Italia a interpretare il protagonista in uno spaghetti western, come gli consiglia il produttore Marwin Schwarz, e accetta l’ennesimo ruolo da cattivo in una delle serie western più in celebri. Nel frattempo, l’attore sogna di essere chiamato a recitare da Roman Polanski, il regista più in voga del momento, che si è trasferito da pochi mesi con sua moglie Sharon Tate nella casa affianco alla sua, al 10050 di Cielo Drive.

Lo stesso Quentin Tarantino, raccontando il processo creativo dietro C’era una volta a… Hollywood, ha spiegato che si tratta dell’ultimo tassello di una ideale trilogia iniziata con Bastardi senza gloria e proseguita con Django Unchained; un terzetto di film che oltre a condividere gli attori Brad Pitt e Leonardo DiCaprio, raccontano alcuni momenti topici della Storia rivedendone gli esiti. Potremmo parlare di una “trilogia dell’utopia” in cui la forza della narrazione immaginifica e il potere del Cinema sono tali da riuscire a cambiare le sorti della Storia. Quasi un “inside joke” se ogni film viene preso a se stante, ma concetto incredibilmente potente (e innovativo) se considerato nel suo complesso. In C’era una volta a… Hollywood, però, la riflessione sul “what if” si fa molto più pregnante e va oltre il film stesso, estendendosi idealmente al pubblico, al Tarantino spettatore.

c'era una volta a Hollywood

C’era una volta a… Hollywood racconta la fine di un sogno, traslando quel California Dreamin’ che José Feliciano cantava nel 1968 rifacendosi al successo di The Mamas & the Papas e che intelligentemente accompagna un momento topico del film. Si tratta del classico sogno americano, ovviamente, quello per cui a chiunque è offerta un’opportunità, come quella di lavorare con successo nel mondo del cinema e della tv. Quel sogno sta finendo per Rick Dalton, attore immaginario che Tarantino ha ricalcato sulla figura di Burt Reynolds, ma non per colpa sua, non per il vizio dell’alcool che rende sempre più annebbiata la sua capacità di ricordare le battute, ma per colpa del Sistema, di una Hollywood che stava cambiando, che stava aprendo le porte al nuovo: nuovi volti, nuovi nomi, nuovi generi. E Rick Dalton è la coda polverosa e non troppo memorabile di quella Hollywood Classica destinata al rimpiazzo. La fine di un sogno per Rick, che non si vuole piegare alla prospettiva di fare film in Italia con Sergio Corbucci (“il secondo miglior regista di spaghetti-western!”) e Antonio Margheriti, snobbando quella che viene vista come l’ultima spiaggia per un attore americano. Ma anche la fine di un sogno per l’America tutta, inglobata nel vergognoso vortice della Guerra in Vietnam, “affossata” dalla controcultura imperante in quegli anni che chiedeva una “rivoluzione” in ogni ambito, dalla politica al costume, e spesso generava mostri, schegge impazzite di quella voglia di nuovo, come è accaduto proprio a Hollywood in quel fatidico 1969, quando fu scritta una delle pagine più oscure della cronaca americana con la spinosa questione della Manson Family.

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Tarantino accosta con lungimiranza la fine di un’epoca con la morte, la follia, la distorsione di un’ideale di libertà e innovazione. La mattanza di Cielo Drive eseguita dai proseliti di Charles Manson la notte dell’8 agosto 1969 sfiora C’era una volta a… Hollywood, i personaggi immaginati dal regista incontrano quelli reali, intersecano le loro storie e quella che fu la tragica morte dell’attrice Sharon Tate qui si trasforma nel presagio della fine di un’epoca: il sacrificio di una rappresentate dello Star System hollywoodiano ancora legato a una visione classica per far strada a una Nuova Hollywood, pronta a cannibalizzare il già esistente per aprire le porte a un futuro incerto, idealmente violento e arrogante.

La visione malinconica di Tarantino sulla fine di un’epoca è supportata magnificamente dal personaggio di Rick Dalton, un Leonardo DiCaprio incredibilmente carismatico, con trucco alla Franco Nero, che aggiunge al suo parterre di personaggi uno dei meglio scritti. Ma a far da contraltare a Dalton c’è il suo amico fraterno Cliff Booth, suo personale stuntman e factotum in parte ispirato al vero stuntman Hal Needham, che ha la faccia sfrontata di Brad Pitt, qui seriamente meritevole di un Oscar. Cliff riesce ad aggiungere un elemento importantissimo al film facendone, in parte, il racconto di un’amicizia, un legame indissolubile ben rappresentato dalla metafora dello stuntman, pronto a farsi male al posto dell’attore per far si che il grande ingranaggio del film non si blocchi. Personaggio dal passato misterioso (è un uxoricida? Chissà…), affascinante, leale e in grado di mettere al tappeto perfino Bruce Lee (letteralmente nella scena più divertente e discussa del film!), Cliff è la vera anima di C’era una volta a… Hollywood, l’eroe a cui sono affidati i momenti cult, come l’inquietante visita allo Spahn Ranch.

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Poi, come ogni film di Tarantino, la storia è popolata da personaggi sopra le righe, qui per lo più appartenenti al mondo dell’industria cinematografica, ma anche misuratissimi e iconici personaggi femminili, tra cui Sharon Tate che qui ha il volto della splendida Margot Robbie. Sharon è l’incarnazione della purezza cinematografica, un personaggio cristallino, privo di qualsiasi malizia, positivo e raggiante a cui è affidato uno dei momenti più genuini ed emozionati di C’era una volta a… Hollywood, ovvero la sequenza in cui l’attrice si reca in un cinema a guardarsi sul grande schermo in The Wrecking Crew. Un momento metafilmico destinato già ad essere citato e omaggiato in futuro, ne siamo sicuri.

Da segnalare per forza iconica, pregnanza di scrittura (nonostante il ruolo sia molto piccolo) ed efficacia di casting e di interpretazione è il personaggio Pussycat interpretato da Margaret Qualley, una giovanissima hippie della Manson Family (inventata da Tarantino) che intrattiene con Cliff un gioco di seduzione fatto di buffi gesti, sorrisi e sguardi. Un personaggio che altrove probabilmente sarebbe passato del tutto inosservato, ma che grazie al tocco del regista riesce a rimanere nella mente dello spettatore apparendo ben più importante di quanto in realtà lo sia per la narrazione del film.

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Sicuramente sentiremo parlare a lungo di C’era una volta a… Hollywood nei mesi a venire (praticamente indubbia la partecipazione agli Oscar 2020), ma la soddisfazione maggiore per uno spettatore è aver assistito a quasi tre ore di grande Cinema, un’opera complessa, stratificata, ricca di ritmo e momenti memorabile, capace di far ridere, pensare, commuovere, emozionare.

Ribadiamo: Tarantino non ha realizzato il suo miglior film, ma la sua opera più matura.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • C’è un affetto e un coinvolgimento personale per le tematiche trattate realmente percepibile.
  • Una scrittura sopraffina, con dei personaggi meravigliosi.
  • Dura quasi 3 ore ma alla fine ne vorresti ancora!
  • Attori in stato di grazia con un Brad Pitt seriamente meritevole di un Oscar.
  • Scritto e diretto da Quentin Tarantino…
  • C’è sempre Pulp Fiction a pesare come un macigno come pietra di paragone per tutta la filmografia di Tarantino.
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Valutazione: 9.5/10 (su un totale di 2 voti)
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