Archivio tag: jamie foxx

Doggy Style – Quei bravi randagi, la recensione

C’è tutto un filone di orribili film per famiglie in cui ci ritroviamo animaletti reali o, ancor peggio, neonati che parlano con voci umane adulte. Questo danno è stato causato dal grande successo di Senti chi parla (1989) di Amy Heckerling, bissato da ben due sequel, il secondo dei quali sostituiva i bambini ciarlieri con altrettanto logorroici cani. Da quel momento, il vaso di Pandora era stato scoperchiato ed è stato tutto un proliferare di inguardabili film con protagonisti cagnolini parlanti inseriti in contesti in cui si trovano a comportarsi come umani.

Se il buon 99% di questi prodotti è indirizzato a bambini, come è giusto che sia, c’è quella minima percentuale in cui il target si allarga -o si stringe, dipende dai punti di vista- andando a catturare l’attenzione anche o solamente di adulti. È accaduto con Un’occasione da Dio, in cui il “divino” Simon Pegg era in grado di sentire la voce del suo cagnolino (doppiato da Robin Williams) ed è accaduto in Voices, in cui il serial killer Ryan Reynolds parlava tranquillamente con i suoi animali domestici. Due prodotti godibili in cui, però, non erano gli amici a quattro zampe i protagonisti, ma solo delle spalle, degli aiutanti.

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Hanno clonato Tyrone: ovvero Asimov nell’8 Mile

Il 21 luglio Netflix ha pubblicato il sorprendente Hanno clonato Tyrone, scritto e diretto dal regista e sceneggiatore Juel Taylor (Twenties, Creed 2, Space Jam 2); la pellicola ha subito sbancato su Rotten Tomatoes e pare destinata a diventare uno dei futuri capisaldi di quel nuovo e spumeggiante sottogenere che è la “fantascienza afro”.

In principio fu Jordan Peele e la sua pionieristica trilogia (Scappa – Get Out, Noi, Nope) a strappare i personaggi afrodiscendenti dai ruoli marginali di aiutanti e vittime sacrificali mettendoli al centro di thriller/horror di spessore, ma infine fu il Black Panther del 2018 a far entrare di prepotenza nella cultura cinefila protagonisti non caucasici.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Spider-Man: No Way Home, la recensione

I Marvel Studios l’hanno fatto di nuovo: hanno dato vita a un primato.

È indubbio che il Marvel Cinematic Universe sia il più grande universo cinematografico condiviso della Storia del Cinema, un universo che si è costruito film dopo film nell’arco di ormai tredici anni, esteso a serie tv, generato spin-off, tentativi d’imitazione. Insomma, ha creato un nuovo modello narrativo (e produttivo). Apice raggiunto con Avengers: Endgame nel 2019, che ancora oggi è il punto d’arrivo di un gigantesco arco narrativo. Fa strano, quindi, a distanza di soli due anni, trovasi dinnanzi a un altro film che punta a quel tipo di spettacolarità, a quell’enfasi narrativa, al raggiungimento di un climax oltre il quale viene difficile immaginare altro. Parliamo di Spider-Man: No Way Home che, se possibile, alza ancora di più il tiro in confronto a molti illustri colleghi dello stesso universo perché compie un gesto inimmaginabile fino ad oggi: donare una coerenza e una logica alle diverse saghe che Sony Pictures ha dedicato all’Uomo Ragno. Niente più reboot, quindi, ma tanti tasselli di un unico grande mosaico che si chiama Multiverso.

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Valutazione: 9.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Project Power, la recensione

2000: X-Men. Bryan Singer porta sul grande schermo i mutanti della Marvel inaugurando il cinecomic del nuovo millennio.

2002: Spider-Man. Sam Raimi dirige il primo grande successo internazionale post-2000 tratto da un fumetto popolare.

2005: Batman Begins. Christopher Nolan rilancia il Cavaliere Oscuro ridefinendo il concetto di cinecomic d’autore.

2008: Iron-Man. Ha inizio ufficialmente il Marvel Cinematic Universe, un’impresa cinematografica che non ha precedenti.

2013: L’uomo d’acciaio. Zack Snyder rilancia Superman e dà il via al diretto concorrente dell’MCU: il DC Extended Universe, anche se la fortuna sarà altalenante.

2019: Avengers: Endgame. Possiamo considerarla la fine della saga dei Vendicatori dell’MCU, durata 11 anni e capace di cambiare per sempre la concezione del supereroe al cinema, sia narrativamente che produttivamente parlando.

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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Il diritto di opporsi, la recensione

just mercy

Gli Stati Uniti d’America sono stati uno degli ultimi Paesi al mondo, a livello federale, a sancire in Costituzione l’abolizione dello schiavismo. Era il 1865 e se la legge ha riconosciuto agli africani d’America questo passo avanti nella storia della civiltà umana, gli USA sono stati comunque celebri in tutto il mondo per leggi razziali che non hanno fatto altro che porre un gap enorme tra bianchi e neri, alimentando per oltre un secolo quello che ancora oggi molti afroamericani pagano caro per il semplice fatto di avere la pelle di un colore differente generando un odio intrinseco ormai incolmabile.

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Robin Hood e Un piccolo favore arrivano in home video

Qualche settimana fa 01 Distribution ha portato in home video due titoli molto ambiziosi usciti in sala sul finire dello scorso anno. Due film decisamente differenti, nel genere e nel linguaggio, accomunati però da uno stesso desiderio di “strafare” che purtroppo non viene perseguito fino in fondo. Vi parliamo di Robin Hood, la nuova trasposizione cinematografica di uno dei personaggi più influenti nella Storia della letteratura britannica, e di Un piccolo favore, la comedy-thriller con Blake Lively e Anna Kendrick.

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Robin Hood – L’origine della leggenda, la recensione

A metà strada fra storia e leggenda, Robin Hood è uno dei personaggi più influenti nella Storia della letteratura britannica. Per alcuni bandito e per altri nobile sassone decaduto. Stando ad alcuni credi leggendari, invece, si è arrivati persino ad identificarlo come l’incarnazione del dio della foresta capace di assumere le sembianze di una volpe (vi ricorda nulla?). Oltre ad aver ispirato tantissima letteratura, il mito di Robin Hood ha generato un numero inquantificabile di trasposizioni cinematografiche che si sono succedute, quasi ad intervalli di tempo regolare, dagli inizi del novecento (il primo adattamento per il cinema risale al 1908 per la regia di Percy Stow, Robin Hood and his Merry Men) fino ad oggi. Ultimo di questa lunga lista di opere cinematografiche è Robin Hood – L’origine della Leggenda, esordio sul grande schermo per il regista Otto Bathurst e attualmente nelle nostre sale.

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Baby Driver – Il genio della fuga, la recensione

In un programma televisivo di qualche anno fa, il trascinatore di folle Adriano Celentano utilizzava una semplicissima dicotomia per differenziare le cose giuste da quelle sbagliate, quelle belle da quelle brutte, le in dalle out: rock e lento. Se oggi dovessimo ripescare questa semplificazione massima e populista, dovremmo essenzialmente dire di uno come Edgar Wright che è rock. Lui è rock in tutti i sensi e rock sono i suoi film, sia perché hanno un’energia, un’inventiva e una vitalità uniche, sia perché fanno del rock – inteso come musica – un elemento primario. E rock, ovviamente, lo è Baby Driver – Il genio della fuga, il suo ultimo imperdibile film, che rielabora l’action-crime a tempo di musica.

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Annie – La felicità è contagiosa, la recensione

Annie Bennett (Quvenzhané Wallis), bimba di dieci anni sveglia ma sognatrice, vive ad Harlem con un gruppo di orfanelle, in affido alla ex popstar Colleen Hannigan (Cameron Diaz), dal pessimo carattere e col vizio dell’alchool. Annie vive la propria umile e movimentata routine con pazienza e coraggio, aspettando che i suoi genitori, dei quali non possiede altro che un biglietto e la metà di un ciondolo, tornino a prenderla come promesso. La grande opportunità arriva quando s’imbatte nel futuro sindaco e magnate delle telecomunicazioni Will Stacks (Jamie Foxx), che la salva per un pelo da un incidente stradale. Il video della sventata tragedia, in un attimo, diventa virale, suggerendo a Stacks e al suo entourage (Rose Byrne e Bobby Cannavale) che Annie potrebbe rappresentare la chiave per accrescere la sua popolarità gli occhi degli elettori…

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Come ammazzare il capo 2, la recensione

A tre anni di distanza dal primo capitolo, divertente ma non memorabile, arriva nelle sale italiane il sequel Come ammazzare il capo 2. Il cast è prevalentemente il medesimo; il regista no, poiché a Seth Gordon è subentrato Sean Anders, alfiere della commedia demenziale (ha scritto, tra gli altri, Scemo & + Scemo 2 e Come ti spaccio la famiglia).
In questa nuova (dis)avventura, Nick (Jason Bateman), Kurt (Jason Sudeikis) e Dale (Charlie Day), superate le disastrose vicende pseudo criminose in cui si erano cacciati per liberarsi dei rispettivi ex capi di lavoro, decidono di mettersi in proprio e lanciare una rivoluzionaria invenzione, i cui profitti consentiranno loro di non dover mai più obbedire ad alcun superiore: il Doccia-Amico. L’idea attira l’attenzione del magnate Burt Hanson (Christoph Waltz) e del figlio Rex (Chris Pine), che propongono al trio un’offerta da capogiro.

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