Go with me, la recensione

Presentato fuori concorso alla 72esima edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Go with me del regista Daniel Alfredson è un thriller, senza (quasi) infamia e senza (decisamente) lode.

Ambientato in un non meglio precisato paesino nel nord ovest degli USA, per dichiarazione dello stesso Alfredson, è una sorta di “omaggio” al western, che vede protagonista una scalcinata gang composta da Lilian (Julia Stiles) da poco tornata alla città natale in seguito alla morte della madre, Lester (Anthony Hopkins) ex taglialegna e il giovane Nate (Alexander Ludwig). I tre improvvisati giustizieri si dovranno scontrare con il supercattivo di turno, lo psicopatico Blackway (Ray Liotta).

Sceneggiatura banale e personaggi poco attraenti sono i due problemi più evidenti in Go with me, che a pochi minuti dall’inizio sta già arrancando. Non è tanto la lentezza il problema, quanto la banalità dell’intera operazione quello che lascia perplessi. Perchè se da un lato è vero che abbiamo a che fare con un passabile (sufficiente?) prodotto in intrattenimento serale, dall’altro vedere un Anthony Hopkins totalmente inutile (qui anche nelle vesti di produttore) diretto dal regista dei primi due capitoli della trilogia Millennium, un pochino da fastidio.

Da fastidio perché le disavventure della povera Lillian, perseguitata dal terribile Blackway, temuto da un intero paese di omaccioni rudi che però non hanno il coraggio di affrontarlo, è cosa trita e ritrita e che il trito sia “in salsa western” poco importa.

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Ray Liotta è perfetto nel ruolo di Blackway, disgustoso e disturbante al punto giusto, ma anche nel suo caso già dalla seconda apparizione il personaggio comincia a perdere credibilità e di conseguenza interesse. Dopo dieci minuti sappiamo cosa stiamo vedendo e dove vogliono andare a parare e anche se non c’è niente di male in questo, portarlo addirittura ad un festival del cinema sembra un po’ esagerato.

Fortunatamente a riscuoterci almeno in parte dalla noia è il quinto protagonista, il paesaggio.

Inospitale, freddo, misterioso, fa capolino timidamente nella prima ora per poi allargarsi in un abbraccio che ti stringe inesorabile fino alla fine. Meravigliosa la sequenza che vede il gruppo attraversare i boschi in macchina, seguiti da una splendida (per quanto anche in questo caso niente di nuovo) regia panoramica, e visitare il “cimitero” delle vecchie macchine dei taglialegna, sempre avvolti da una fitta coltre di neve.

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Tanta bellezza, offerta per gentile concessione di Madre Natura con qualche aiuto degli effetti visivi, non basta però a risollevare completamente le sorti di una storia vecchia come il cinema (o forse di più!), senza alcun guizzo innovativo.

Buono per una serata d’inverno senza pensieri, stesi sul divano con plaid e cioccolata calda.

Susanna Norbiato

PRO CONTRO
  • Ottimo passatempo per chi ama trovarsi “immerso” nelle nevicate intense… sullo schermo.
  • I paesaggi.
  • A costo di ripetermi, è davvero banale.
  • Hai Anthony Hopkins a disposizione e DAVVERO lo usi così? Perchè?
  • Signor Hopkins… ma è anche produttore…
  • Il rischio di addormentarsi è alto.
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