Sentimental Value, la recensione

Negli ultimi anni il cinema scandinavo ha conosciuto una fortuna internazionale che fino a qualche decennio fa sarebbe stata impensabile. Un successo costruito su un equilibrio non sempre facile: film profondamente radicati nelle rispettive identità nazionali, ma confezionati con una forma e un respiro capaci di parlare a un pubblico globale. Dalla Danimarca alla Svezia, passando per la Norvegia, questa ondata ha sdoganato un immaginario fatto di introspezione, rigore emotivo e drammi familiari, spesso austeri ma sempre più “accessibili” grazie a una certa contaminazione con il linguaggio mainstream.

In questo contesto si inserisce perfettamente Joachim Trier, uno degli autori norvegesi più riconoscibili e interessanti degli ultimi anni. Regista e sceneggiatore, ha saputo muoversi con disinvoltura tra il dramma generazionale e l’horror d’autore (il buon Thelma), per poi raggiungere il successo mondiale con La persona peggiore del mondo, candidato agli Oscar nel 2022 e diventato un piccolo fenomeno. Ora Trier torna con Sentimental Value, film che lo ha riportato sotto i riflettori: Grand Prix della Giuria a Cannes 2025, Golden Globe a Stellan Skarsgård e addirittura nove candidature agli Oscar.

La storia ruota attorno alla famiglia Borg e alla loro grande villa, una casa che è più di un semplice luogo: è un archivio di memorie, di traumi, di affetti irrisolti. Gustav Borg (Stellan Skarsgård) è un regista anziano, geniale e profondamente egocentrico, che dopo anni di assenza decide di rientrare nella vita delle figlie, in particolare di Nora (Renate Reinsve), attrice di teatro con crisi d’ansia. Il pretesto è un nuovo film che vorrebbe girare proprio in quella casa e con Nora come protagonista. Un’offerta che ha il sapore del ricatto emotivo: il cinema come strumento per forzare una riconciliazione mai davvero avvenuta. Intorno a questo nucleo si muovono le altre figure della famiglia, la sorella di Nora, Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), i ricordi della madre scomparsa, e soprattutto l’arrivo di un’attrice americana (Elle Fanning) che Gustav vorrebbe per il ruolo principale e che finisce per diventare una sorta di “figlia sostitutiva”, dentro e fuori dal set.

Sentimental Value porta con sé tutta la tradizione del dramma scandinavo più classico, con un’aura che profuma di anni ’90: pochi personaggi, conflitti intimi, qualche espressivo silenzio e un’attenzione quasi ossessiva ai rapporti familiari. È una sorta di summa di quel cinema minimalista e introspettivo che però, qui più che in passato, accoglie una chiara influenza mainstream. Non tanto nella forma, che resta misurata e controllata, quanto nel tono: Trier cerca un equilibrio curioso, riuscendo spesso a essere confortante e persino ottimista pur partendo da presupposti emotivamente cupi.

Come in Here di Zemeckis, tutto sembra ruotare attorno a una casa. La villa dei Borg è il vero cuore pulsante del film: le sue stanze hanno visto passare generazioni, risate, litigi, lacrime e morti. Il film si apre con una crepa sul muro, una crepa che sembra essere sempre stata lì e che diventa subito una metafora fin troppo esplicita: è la stessa crepa che attraversa il rapporto tra Nora e suo padre, una frattura mai davvero sanata.

Ma Sentimental Value è anche un film sul cinema. Gustav è un regista, e l’idea di girare un film diventa un’arma di controllo, un modo per rientrare a forza nella vita delle figlie. Il personaggio interpretato da Stellan Skarsgård è profondamente manipolatorio, ossessionato dal controllo e dalla propria visione del mondo, eppure Trier riesce a raccontarlo da un’angolazione sorprendentemente indulgente: quella di un padre che, nel modo più sbagliato possibile, sta comunque cercando di rimediare ai propri errori. In questo gioco di specchi, il personaggio di Elle Fanning è fondamentale: è lei che permette a Gustav di esercitare, paradossalmente, una forma di paternità “corretta”, diventando una sostituta simbolica di Nora, dentro e fuori la finzione cinematografica che il film mette in scena.

Skarsgård è impeccabile, ma a lasciare davvero il segno è ancora una volta Renate Reinsve, già straordinaria ne La persona peggiore del mondo: il suo è un personaggio fragile, pieno di contraddizioni, scritto con grande sensibilità e interpretato con una gran naturalezza.

I problemi, però, non mancano. Il film dura 133 minuti, e si sentono tutti. Sentimental Value gira spesso a vuoto, si ripete, indugia troppo su situazioni che avevano già detto tutto. Per una storia che, in fondo, ruota attorno a un rapporto familiare da ricucire, è una durata francamente eccessiva. Inoltre, nonostante l’enorme potenziale emotivo del soggetto, Trier resta sempre un passo indietro rispetto al coinvolgimento totale: il suo sguardo è freddo, controllato, a tratti quasi distaccato, a ribadire ancora una volta le radici profondamente scandinave dell’opera.

Ne esce un film buono, solido, elegante, ma anche un po’ evanescente. Probabilmente non resterà a lungo nella memoria, così come è accaduto – in parte – anche a La persona peggiore del mondo, che però poteva contare su un soggetto più accattivante e universale.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Grandi interpretazioni, soprattutto Stellan Skarsgård e Renate Reinsve.
  • Scrittura raffinata dei rapporti familiari.
  • Durata eccessiva e ritmo spesso troppo dilatato.
  • Coinvolgimento emotivo più freddo di quanto potrebbe.
VN:R_N [1.9.22_1171]
Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
VN:F [1.9.22_1171]
Valutazione: +1 (da 1 voto)
Sentimental Value, la recensione, 6.0 out of 10 based on 1 rating

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.