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Springsteen – Liberami dal nulla, la recensione
È il 1981. Bruce Springsteen – noto a molti con il soprannome The Boss – è reduce del River Tour, un’incredibile tournée durata quasi un anno e per un totale di 140 concerti. Springsteen è definito «il futuro del rock and roll», i suoi LP sono in vetta alle classifiche statunitensi e John Lennon definisce Hungry Heart «il miglior singolo di rock ‘n’ roll dai tempi dei Beatles». Un successo tale che spinge l’etichetta discografica di Springsteen a voler mettere in lavorazione subito un altro disco, qualcosa che possa portare avanti la leggenda di quel giovane cantautore del New Jersey.
Ma nonostante il successo, il talento e la fama, Bruce Springsteen cova dentro di sé un malessere a cui non sa dare forma e né voce. Viene quotidianamente soffocato da alcuni ricordi d’infanzia legati al padre alcolizzato e manesco ma, soprattutto, a farlo star male è quella spiacevole sensazione che lo mette nella condizione di non riuscire più a riconoscersi in nulla. Non sa cosa è diventato e nemmeno dove sta andando.
L’artista decide così di isolarsi dal mondo e dal successo, si chiude in casa sua e servendosi di un registratore semiprofessionale a quattro piste Tascam e del solo accompagnamento di chitarra e armonica a bocca inizia a registrare in solitaria (su cassetta rigorosamente senza custodia!) alcuni brani che escono dal suo cuore, privi di qualsiasi condizionamento commerciale. Canzoni sofferte e tormentate che sembrano riuscire a dare una sonorità a quella condizione esistenziale che lo sta divorando dall’interno. Springsteen ha trovato la melodia per il suo nuovo LP, Nebraska, ma la sua idea musicale non è esattamente ciò che sta cercando il suo agente, Jon Landau, e nemmeno la sua etichetta discografica.
Venezia79. Dreamin’ Wild, la recensione del biopic sugli Emerson Bros
I fratelli Donnie e Joe Emerson erano poco più che ragazzini negli anni Settanta e abitavano in campagna dove il padre lavorava coltivando la terra. Donnie era il più talentuoso; prima di compiere diciotto anni era già in grado di comporre canzoni e capace di suonare molti strumenti mentre Joe – minorenne pure lui – era alla batteria. Il grande entusiasmo ed amore per la musica di Donnie trascinò anche il fratello nell’avventura del pop-rock-soul. Un mix di stili fusi insieme da un “sound” casalingo ma accattivante. Il padre Don assecondò la loro passione costruendo nel loro terreno uno studio di registrazione in piena regola. I fratelli riuscirono ad incidere un intero album e trovarono anche un’etichetta disposta a trasformare il loro nastro in un disco vero e proprio che venne poi distribuito.
Rocketman, la recensione
Cosa si nasconde dietro gli occhialoni stravaganti, ai glitter e agli eccessivi lustrini dei costumi di Elton John? Il piccolo e introverso Reginald Dwight o un uomo infelice, eccentrico e impegnato nella costante ricerca d’amore e affetto?
Ce lo racconta nel modo più coinvolgente e originale possibile il regista Dexter Fletcher, affiancato proprio dal produttore Elton John e dallo sceneggiatore Lee Hall in Rocketman. Il biopic sulla rockstar inglese ci riporta un periodo movimentato della sua vita, da quando frequentava da piccolo la Royal Academy of Music fino ad arrivare ai primi anni ‘90.
The Dirt: Mötley Crüe, la recensione
Netflix coglie la palla al balzo e a pochi mesi dal successo mondiale di Bohemian Rhapsody, fa uscire sul proprio catalogo un’altra biografia musicale, quella dei Mötley Crüe . The Dirt è basato su una autobiografia scritta da tutti e quattro i membri della band, che ripercorre le loro vicende più esagerate, cruente e al limite della decenza. Ma il film di Jeff Tremaine non è un semplice copia incolla del film sui Queen, ma si pone esattamente agli antipodi. Poco spazio per i sentimentalismi, non si cerca di far presa sull’emotività dello spettatore. Qui siamo dentro un caos rock’n roll dall’inizio alla fine e soprattutto all’interno di un racconto corale: non è un film su Freddie Mercury, sulla sua voce e sulla sua musica come quello di Bryan Singer; è un film sugli eccessi di quattro musicisti fuori di testa.








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