Una scomoda circostanza – Caught Stealing, la recensione

Se c’è un autore che non smette mai di sorprendere, quello è Darren Aronofsky. Nel suo cinema non esiste continuità apparente: dal dramma visionario (π – Il teorema del delirio e Requiem for a Dream) a quello sportivo/esistenziale (The Wrestler) e al fantasy filosofico (The Fountain – L’albero della vita e Noah), passando per l’horror psicologico (Il Cigno Nero e Mother!) fino alla struggente parabola di The Whale, ogni film rappresenta una sfida nuova, un territorio inesplorato. Entrare in sala con un suo titolo significa non sapere mai cosa aspettarsi. E così Caught Stealing – Una scomoda circostanza segna un’ulteriore deviazione: un crime-thriller grottesco e ironico che affonda le radici nello stile del cinema britannico anni ’90, contaminato da personaggi larger-than-life e un’atmosfera sporca e vibrante.

Tratto dall’omonimo romanzo noir di Charlie Huston, il film è ambientato nel 1998 – scelta non casuale, anno che segna anche l’esordio di Aronofsky con Pi – Il teorema del delirio – e ci porta in una New York lontana dalle cartoline turistiche: non Manhattan scintillante, ma le periferie logore, i bar malfamati, i vicoli sudici in cui si muove il protagonista Henry “Hank” Thompson. Ex promettente giocatore di baseball caduto in disgrazia, Henry si trascina tra un lavoro mediocre e una vita priva di prospettive, fino a quando una circostanza apparentemente banale – prendersi cura del gatto del vicino, Bud – lo catapulta in un intrigo criminale fatto di gangster russi spietati, sicari ebrei, debiti impagabili e inseguimenti tragicomici.

una scomoda circostanza

La cifra stilistica del film è chiarissima: Caught Stealing – Una scomoda circostanza sembra dialogare apertamente con il cinema di Guy Ritchie degli esordi (Lock & Stock, Snatch), con personaggi eccentrici, situazioni paradossali e un’ironia corrosiva che accompagna la violenza più cruda. Non i fratelli Coen, come qualcuno ha azzardato, ma piuttosto quella vena pulp e surreale che appartiene al crime britannico di fine millennio. A tratti, soprattutto nella gestione della coralità e dell’energia visiva, si intravede anche l’influenza del primo Danny Boyle, quello di Trainspotting, capace di fondere dramma e umorismo nero in un unico corpo.

una scomoda circostanza

Al centro di tutto, Austin Butler, che si conferma attore di sorprendente versatilità. Dopo essere stato il carismatico Elvis per Baz Luhrmann e il glaciale Feyd-Rautha in Dune: Parte Due, qui interpreta un antieroe credibile e tormentato. Il suo Hank è un uomo che porta sulle spalle il peso del fallimento, perseguitato dal trauma della carriera sportiva spezzata e incapace di compiere la scelta giusta in qualsiasi circostanza. Butler restituisce tutta la vulnerabilità del personaggio, rendendolo umano anche quando sprofonda in situazioni grottesche e assurde.

Ma Caught Stealing non vive solo del suo protagonista. Il cast di contorno è ricchissimo e perfettamente integrato nel tono del film. Zoe Kravitz, Regina King e Matt Smith interpretano figure ora dolci e rassicurante, ora minacciose e sopra le righe, mentre Griffin Dunne, Liev Schreiber e Vincent D’Onofrio aggiungono peso specifico e carisma, incarnando baristi cocainomani, gangster/sicari e personaggi borderline che sembrano usciti da un fumetto noir. Ognuno contribuisce a creare quel mosaico di eccentricità che alimenta l’anima pulp della pellicola.

una scomoda circostanza

Un ruolo speciale lo merita Bud, il gatto che Hank si ritrova a dover custodire e che diventa, a tutti gli effetti, un co-protagonista. Presenza scenica sorprendentemente espressiva, Bud accompagna il protagonista in ogni momento cruciale, diventando una sorta di specchio del suo stato d’animo e, paradossalmente, la figura più saggia del film. Un piccolo “attore” felino che strappa applausi e alleggerisce il tono, senza mai scivolare nella caricatura.

La New York raccontata da Aronofsky è un altro punto di forza: periferica, sporca, poco inquadrata al cinema, fatta di locali decadenti, spazzatura e palazzi fatiscenti. È un mondo lontano dalla grandeur hollywoodiana, che amplifica il senso di disfatta personale e sociale che attraversa il racconto.

una scomoda circostanza

Caught Stealing – Una scomoda circostanza non è un film perfetto e probabilmente non sarà il titolo per cui ricorderemo Aronofsky, ma nel complesso è un’opera sorprendente, che arricchisce ulteriormente la filmografia di questo regista con una deviazione stilistica audace e riuscita. Un film cattivo, grottesco e ironico, sostenuto da un cast di altissimo livello e da una messa in scena che, pur dichiarando apertamente i suoi modelli, trova una propria identità.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Austin Butler intenso e credibile che interpreta un antieroe tormentato con grande naturalezza.
  • Stile pulp alla Guy Ritchie: ironia, violenza e personaggi eccentrici in un cocktail riuscito.
  • Cast corale di qualità.
  • Qualche subplot dispersivo: l’intreccio criminale si complica senza sempre aggiungere sostanza.
  • Evidente derivatività.
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Valutazione: 7.5/10 (su un totale di 2 voti)
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