Dora e la città perduta, la recensione

Dora è una bambina di sette anni che vive con la madre e il padre, nonché con l’inseparabile scimmietta blu Boots, nel cuore della foresta amazzonica. Figlia di due esploratori, la piccola Dora è cresciuta con lo stesso sogno dei suoi genitori: trovare Parapata, la città inca perduta dove si dice sia custodito il più grande tesoro del mondo. Gli anni passano e la piccola Dora, adesso, è in piena età adolescenziale ma sempre carica di quell’entusiasmo che la porta a voler fare scoperte sempre più grandi. Pronti a partire per mettersi sulle tracce di Parapata, i genitori di Dora decidono di far trasferire la loro figlia in California, a casa del cugino coetaneo Diego, per farle frequentare una vera scuola e per tenerla lontana da qualsivoglia pericolo. Pochi giorni dopo l’inizio dell’anno scolastico, tuttavia, la giovane Dora – assieme al cugino Diego e due compagni di scuola – viene rapita da alcuni mercenari cacciatori d’oro che necessitano del sapere della giovane esploratrice per trovare proprio la leggendaria città perduta.

Ad inizio millennio, precisamente il 14 agosto del 2000, sulle emittenti televisive americane fa la sua comparsa la serie animata di successo Dora l’esploratrice (Dora the Explorer), cartone animato prodotto da Nickelodeon che arriverà anche in Italia cinque anni dopo trovando spazio in vari palinsesti come quello di Italia 1, Boing o Super!

Dora l’esploratrice si impone sin da subito come cartone animato di riferimento per i più piccoli, facendosi forte di uno spirito avventuroso pur restando ancorato ad un linguaggio esplicitamente didattico. Caratteristica della serie animata, infatti, è l’abbattimento di quella quarta parete che porta la piccola protagonista delle puntate a dialogare con frequenza con il “pubblico a casa” facendo direttamente domande ai suoi piccoli telespettatori così da spronarli nell’apprendimento di nozioni o, più semplicemente, di nuovi vocaboli.

La serie animata, divenuta in breve tempo un piccolo “caso” per ciò che riguarda l’intrattenimento dei più giovani, nel 2017 attrae l’attenzione degli studios hollywoodiani che rivelano la volontà di trarne un film live-action per la regia di James Bobin, già regista degli ultimi due film sui Muppets (I Muppet e Muppets 2 – Ricercati) nonché del disneyano Alice attraverso lo specchio. Una dichiarazione d’intenti che non tarda a divenire realtà e così, due anni dopo quel primo annuncio, la piccola esploratrice Dora diventa la protagonista di Dora e la città perduta, un delizioso film per famiglie (anche se l’occhio di riguardo per i più piccoli è evidente) che ammicca continuamente ad icone indiscusse dell’entertainment avventuristico come Indiana Jones o Lara Croft.

La più grande novità apportata in Dora e la città perduta è quella di proporre una spericolata “eroina” che è cresciuta – idealmente e anagraficamente parlando – assieme a quei telespettatori che seguivano le sue avventure in tv nei primi anni duemila. Dunque, non più una bambina di sette anni ma un’adolescente che ha l’età giusta per poter affrontare veri pericoli e risolvere enigmi sempre più difficili. Trasformare in questo modo l’età della protagonista può apparire senz’altro una scelta coraggiosa ma, al tempo stesso, anche inevitabile nel perseguire il tentativo di mirare ad un target più ampio possibile (pur restando dentro certi limiti, ovviamente).

Ne viene fuori, così, un film assolutamente gradevole che, adagiandosi sui meccanismi narrativi più classici del cinema d’avventura e portandosi dietro anche tutti i cliché più collaudati del genere, riesce a dar vita ad una divertente e dignitosa avventura che sa parlare a tutti pur senza perdere mai di vista il suo pubblico principale.

A far funzionare nel modo corretto Dora e la città perduta ci pensano alcune scelte oculate del regista Bobin così come degli sceneggiatori Matthew Robbinson e Nicholas Stoller e che consistono nel ricorrere costantemente ad una massiccia dose di auto-ironia. Soprattutto nel primo tempo, infatti, si ha la sensazione di assistere ad un film che si diverte nel prendersi in giro da solo, caricando fino al grottesco l’entusiasmo della giovane protagonista, cercando improbabili contaminazioni con il cartone animato ed ironizzando – in modo assolutamente geniale – su quella che è sempre stata la peculiarità principale della serie animata: Dora che parla ai suoi telespettatori a casa.

Se il primo atto risulta particolarmente riuscito per la tipologia di ironia a cui si fa ricorso e l’ultimo funziona  altrettanto bene nel suo voler allinearsi a certi blockbuster avventurosi (i riferimenti ad Indiana Jones e l’ultima crociata sono palesi), è la parte centrale a rivelare qualche fragilità di troppo a causa di una delineazione dei personaggi esageratamente convenzionale (tanto nei caratteri quanto nello sviluppo dei vari intrecci interpersonali) e qualche momento “divertente” un po’ troppo enfatizzato o sbilanciato verso soluzioni infantili.

In un film che si lascia seguire con il sorriso sulle labbra dall’inizio alla fine svolge un ruolo determinante anche la giovane e talentuosa Isabela Moner (Instant Family, Sicario) che porta in scena una Dora esuberante, costantemente carica nelle espressioni e nelle azioni, ma comunque piacevole nel suo voler essere “grottescamente buffa” e quasi conscia di provenire direttamente da una serie animata per bambini. Accanto alla Moner, a vestire i panni di alcuni personaggi secondari, troviamo un cast di spessore come Michael Peña, Eva Longoria, Eugenio Derbez nonché Danny Trejo e Benicio Del Toro chiamati a dare la voce alla simpatica scimmietta Boots e alla volpe criminale.

Tra civiltà perdute e leggendari tesori nascosti, fiori giganti allucinogeni e sabbie mobili, esploratori e mercenari, scimmiette guida e assurde volpi mascherate da ladri, Dora e la città perduta si presenta come uno strambo film d’avventura che cerca – e trova – la propria personalità attingendo un po’ da tutti i racconti classici della letteratura e del cinema d’avventura. Un film che appassionerà sicuramente i più piccoli ma che, se visto con lo spirito giusto, potrà divertire anche i più grandi.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
Tra cinema d’avventura, commedia per ragazzi e animazione…un prodotto strambo ma delizioso.

C’è tanta auto-ironia intelligente e divertente.

Isabela Moner ha talento e lo dimostra interpretazione dopo interpretazione.

Qualche cliché di troppo, sia nella narrazione che nella costruzione di alcuni personaggi.

Alcuni momenti divertenti eccedono nella “cavolata”.

Gli effetti speciali digitali non sono sempre di prima qualità.

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