The Bayou, la recensione del survival-movie con gli alligatori assassini
Da decenni il cinema horror torna ciclicamente a inquadrare le fauci spalancate di coccodrilli e alligatori, predatori perfetti perché primordiali, inesorabili e legati a paesaggi selvaggi e inospitali, già di per sé inquietanti. Dai toni torbidi di Quel motel vicino alla palude di Tobe Hooper – dove l’alligatore era minaccia collaterale ma memorabile – al cult urbano Alligator, passando per l’exploitation nostrano Killer Crocodile, fino ai successi più recenti come Lake Placid o Crawl, il rettile assassino è diventato una presenza ricorrente del beast movie. The Bayou di Taneli Mustonen e Brad Watson si inserisce proprio in questa tradizione, cercando di mescolare survival thriller e horror con animali con un pizzico di exploitation contemporanea.
Ambientata nelle paludi della Louisiana, la storia segue un gruppo di turisti sopravvissuti a un incidente aereo. Feriti e spaventati, i sopravvissuti si trovano isolati nei pressi di una vecchia fabbrica clandestina di metanfetamine. Lì scoprono che gli scarichi chimici hanno contaminato l’habitat locale, rendendo gli alligatori insolitamente aggressivi e letali. Intrappolati tra acqua stagnante, mangrovie e rovine industriali, i protagonisti devono cercare una via di fuga mentre i rettili li decimano uno a uno e la notte cala sulla palude.
L’incipit del film sembra quasi un omaggio involontario alle produzioni della The Asylum, con l’idea dei rettili drogati e della fabbrica clandestina che pare uscita da un mockbuster delirante, mentre il concept ricorda l’assurdità ironica di Cocainorso. Eppure, Mustonen e Watson non cercano né il trash poveristico né la commedia nera: The Bayou resta ancorato a un survival-thriller piuttosto canonico, con un gruppo numeroso di personaggi sacrificabili e una progressione narrativa lineare, fatta di imboscate, fughe nel fango e attacchi improvvisi.
Il film funziona soprattutto sul piano tecnico. Gli effetti speciali, spesso animatronici e integrati con CGI discreta, restituiscono alligatori credibili e minacciosi, capaci di regalare momenti di autentica tensione. Non manca una certa dose di efferatezze, con amputazioni, morsi devastanti e corpi trascinati nell’acqua e smembrati, ingredienti fondamentali per il pubblico di riferimento. Interessante anche il gusto citazionista: una sequenza riprende quasi di peso un’idea narrativa da Crocodile, sempre legato a Hooper, a dimostrazione di quanto il film voglia inserirsi consapevolmente in un filone storico.
Meno convincenti i personaggi, spesso antipatici e poco sviluppati, pedine funzionali alla carneficina più che individui con cui empatizzare, a parte la protagonista interpretata da Athena Strates che è l’unica ad essere fornita di una storia e un passato. Taneli Mustonen, autore del buon meta-slasher Lake Bodom e dell’inquietante thriller psicologico The Twin – L’altro volto del male, sembra qui fare un passo indietro, limitandosi a una regia senza guizzi personali che qui condivide con l’inglese Brad Watson, che avevamo già conosciuto per il mediocre I Play Mother – Il gioco del male. Ne esce un film sicuramente godibile, ma raramente sorprendente.
The Bayou resta un onesto beast movie, con un buon ritmo, effetti solidi e una confezione dignitosa, che non punta a reinventare il genere ma a intrattenere gli appassionati del filone con quello che vogliono vedere: fango, urla e squartamenti.
In Italia il film è arrivato direttamente in home video grazie a Blue Swan Entertainment, disponibile in DVD da questo mese, un prodotto minimale, privo di extra e con una cura tecnica nella norma del supporto scelto.
Roberto Giacomelli
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