Moschettieri del Re – La penultima missione, la recensione

Nella Francia del 1600, la Regina Anna teme che il viscido e perfido Cardinale Mazzarino stia tramando contro la Corona e il proprio Paese. Per garantire la libertà ai perseguitati Ugonotti e aver salva la vita del giovanissimo Luigi XIV, la Regina decide di riunire un’ultima volta i quattro Moschettieri per affidare loro quest’ultima – anzi penultima, stando al titolo – missione. Ma i tempi non sono più quelli di una volta e i quattro Moschettieri del Re sono drasticamente invecchiati. Adesso D’Artagnan è un allevatore di maiali con il ginocchio fragile, Athos è affetto da sifilide e costantemente in lite con le sue due mogli, Aramis per sfuggire ai debiti si è riscoperto abate e Porthos, a causa di problemi con l’alcool, ha la memoria fortemente annebbiata. Nonostante lo scetticismo di partenza, fatta eccezione per il sempre esuberante D’Artagnan, i quattro decidono di accettare l’incarico e difendere ancora una volta il Regno.

Sono sopraggiunte le festività natalizie e quest’anno il cinema italiano ha deciso di riservare molteplici sorprese. La tradizione ha trovato un dialogo con l’innovazione e così da una parte c’è stato il ritorno di un’autentica istituzione della commedia italiana natalizia, Christian De Sica e Massimo Boldi nel divertente Amici come prima, invece dall’altra abbiamo assistito alla comparsa di due generi decisamente “innovativi” per il nostro cinema e che sono il fantasy per ragazzi, con il discutibile La befana vien di notte, e l’ormai demodé Cappa & Spada con, appunto, Moschettieri del Re – La penultima missione.

A riesumare i personaggi creati dal francese Alexandre Dumas ci ha pensato il regista toscano Giovanni Veronesi che di certo non è estraneo a questo genere di iniziative. Se oggi, infatti, siamo soliti collegare il nome di Veronesi a commedie molto allineate alla moderna tradizione italiana (Manuale d’amore, Genitori & Figli, L’ultima ruota del carro), ad inizio carriera il regista di Prato aveva avuto modo di offrire interessanti prove affrontando un cinema legato proprio al genere e al costume. A tal proposito vogliamo ricordare il dramma biblico Per amore, solo per amore e l’ironico western Il mio West. Con questi trascorsi, dunque, non ci si stupisce che ci sia proprio Giovanni Veronesi dietro questo grande e ambizioso progetto così come tutto assume un significato più chiaro nel momento in cui lo stesso Veronesi ha dichiarato che l’idea di realizzare Moschettieri del Re risale agli ormai lontani anni ’80 quando, ad interpretare i quattro Moschettieri, dovevano esserci Francesco Nuti, Roberto Benigni, Massimo Troisi e Carlo Verdone.

Un progetto destinato ad essere rimandato di anno in anno per via del faticoso impegno produttivo e che ha portato il regista, quasi quarant’anni dopo, nella triste situazione di dover completamente rivedere il proprio cast sostituendo i quattro mattatori della risata con altrettanti quattro volti prelevati direttamente dall’attuale scena attoriale.

La scelta è ricaduta su un manipolo di attori molto diversi fra loro, sia per stile che per provenienza geografica, ma comunque capaci di dar vita ad una buona sinergia sulla scena.

Il “giovincello” della compagnia assume così il volto di Pierfrancesco Favino che si diverte a dar vita ad un D’Artagnan molto sopra le righe, cialtrone e schiavo di un’improbabile parlata tra l’italiano sgrammaticato e il francese. Athos, invece, ha lo charme di Rocco Papaleo così come Sergio Rubini veste i panni di un Aramis tanto invecchiato quanto pentito per il sangue di cui si è macchiato in passato. Il quartetto viene completato da Valerio Mastandrea che veste i panni di un Porthos ormai stanco e dalla memoria che fa spesso cilecca.

Favino, Papaleo, Rubini e Mastandrea sono dunque i quattro leggendari Moschettieri del Re che, superata la soglia della mezza età, devono riscendere in campo ancora una volta, fianco a fianco, cercando di non pronunciare mai quel detto («Tutti per uno, uno per tutti!») che sembra abbia portato, negli anni, più rogne che altro.

Ad affiancare i Quattro nel corso di questa “penultima missione” ci pensano altri volti noti dell’attuale panorama italiano come Margherita Buy (la Regina Anna), Alessandro Haber (il perfido Cardinale Mazzarino), Matilde Gioli (l’esuberante Ancella), Lele Vannoli (il servo muto) e Valeria Solarino (Cicognac).

Il nobile intento che risiede alla base di Moschettieri del Re – La penultima missione è quello di creare una storia tutta nuova pur avendo sempre un occhio di riguardo verso l’elaborato di Dumas. Fortunatamente quella di Veronesi non vuole essere una parodia de I tre Moschettieri, ne tanto meno del genere, piuttosto si tratta di una libera interpretazione del secondo romanzo di Dumas dedicato ai Moschettieri, ossia Venti anni dopo (1845), che prende da questo situazioni e personaggi pur riadattandogli a piacimento in funzione di una logica narrativa completamente nuova.

A stupire, indubbiamente, è la portata produttiva di questo Moschettieri del Re. Il film di Giovanni Veronesi, infatti, gode di una messa in scena molto soddisfacente che trova nelle scenografie e nei costumi i suoi più grandi punti di forza. La ricostruzione del ‘600 è abbastanza accurata e dona al progetto sia prestigio che serietà, nonché rispetto verso un genere cinematografico che nel nostro Paese latitava da tempo immemore.

Tutto molto bello. Eppure Moschettieri del Re è un film che non funziona per niente.

Dopo i primi venti minuti molto promettenti, in cui la Regina Anna si reca in un villaggio sperduto per reclutare D’Artagnan e a quest’ultimo viene dato il compito di rintracciare il resto della banda, il film sprofonda in una narrazione totalmente atrofizzata e smarrita. Il primo tempo, stringi-stringi di presentazione dei personaggi, non fa altro che avanzare in modo stanco e ripetitivo verso un secondo tempo – in cui ha luogo la vera missione di salvataggio – in cui a venire meno è proprio il senso dell’avventura. Tutto quel sapore picaresco che dovrebbe contraddistinguere un film di questo tipo appare completamente assente e la missione dei Quattro avanza attraverso una serie di tappe a “casaccio”, poco amalgamate fra loro, e scandite di tanto in tanto da brevi battaglie nei boschi decisamente fiacche e mal dirette.

Difetti macroscopici sui quali, tuttavia, avremmo anche potuto chiudere un occhio vista e considerata la nostra inesperienza in racconti di questo tipo. A far davvero storcere il naso è la sensazione di assistere ad un classico di Cappa & Spada realizzato da persone incapaci di credere realmente nel genere. Da qui il desiderio di dover affidare tutto troppo spesso alla “caciara”, utile a ricordandoci continuamente che si sta assistendo comunque ad una commedia italiana, e così diventano indispensabili i continui giochi di parole (scaturiti dalla stramba parlata di D’Artagnan su cui Veronesi insiste ma che presto stanca), gag fisiche ultra-telefonate e sciape situazioni ironiche che mai riescono ad esplodere in autentiche risate.

A dare il colpo di grazia ad un film così tanto indeciso ci pensa il colpo di scena finale che, ovviamente, non vogliamo rivelare. Veronesi sceglie la strada di un autentico twist finale inaspettato che cambia totalmente le carte in tavola così come il senso di ogni cosa e che, immancabilmente, lascia lo spettatore destabilizzato ed amareggiato. I colpi di scena sono sicuramente apprezzabili quando riescono a cogliere alla sprovvista ma un vero colpo di scena, per funzionare, deve anche avere rispetto per l’intero racconto senza stravolgerlo o – peggio ancora – lasciarlo incompiuto.

In definitiva Moschettieri del Re – La penultima missione è quella che possiamo considerare un’enorme occasione mancata. Anzi, sprecata. Quello che poteva essere un grande ritorno del cinema italiano al film d’avventura in costume si è accontentato di essere una goffa commedia abbastanza noiosa e dal finale disonesto.

Giuliano Giacomelli

 

PRO CONTRO
I personaggi creati da Dumas rivivono in un Cappa & Spada tutto italiano che trae ispirazione al secondo romanzo di Dumas sui Moschettieri, Venti anni dopo.

I quattro Moschettieri. Soprattutto Favino e Papaleo.

Il senso dell’avventura completamente assente.

Combattimenti particolarmente mal diretti.

La tendenza, spesso forzata, a contaminare il racconto con situazioni ironiche dozzinali e poco divertenti.

Le poche intuizioni divertenti sono riproposte fino allo sfinimento.

Il twist finale. Osceno.

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