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Dragon Trainer, la recensione del remake live-action
Sull’isola di Berk, i vichinghi combattono da generazioni contro i draghi. Hiccup, figlio del capo Stoick, è un giovane vichingo diverso dagli altri: geniale ma sottovalutato. Durante una battuta di caccia, riesce a catturare una Furia Buia, un drago temuto da tutti che nessuno è mai riuscito a vedere da vicino. Invece di ucciderlo, Hiccup lo libera, instaurando un legame di amicizia con il drago, che chiama Sdentato. Insieme, affrontano sfide e pericoli, mettendo in discussione le tradizioni del villaggio e cercando di promuovere la pace tra vichinghi e draghi.
E così, dopo dieci anni che la Dinsey produce remake live-action dei loro Classici d’animazione, anche il principale competitor mondiale nel campo del lungometraggio animato, la DreamWorks, decide di seguire la medesima via. L’eletto per inaugurare “l’epoca” dei remake live-action dei cartoon DreamWorks è Dragon Trainer di Chris Sanders e Dean DeBlois, grade successo al botteghino, capostipite di una trilogia di lunghi, di cinque cortometraggi e di una serie tv in sei stagioni.
Lilo & Stitch, la recensione del live-action
All’inizio del nuovo secolo la Disney era in enorme difficoltà.
Parliamo del settore dei lungometraggi d’animazione per il cinema, i cosiddetti Classici, che stavano affrontando un periodo di grande affanno caratterizzato da incassi scarsi e una progressiva disaffezione del pubblico verso nuove storie e nuovi personaggi. Atlantis – L’impero perduto, Le follie dell’Imperatore, Il pianeta del tesoro, Mucche alla riscossa, I Robinson… tutti clamorosi flop che testimoniavano una difficoltà nel riuscire a dialogare con quell’ampio pubblico che la Disney aveva sempre conquistato.
In mezzo a molti fallimenti economici e titoli che tutt’ora facciamo fatica a ricordare (ad eccezione de Le follie dell’Imperatore, che nel tempo è diventato un cult!) si era però distinto un piccolo film che portava la firma di due futuri maestri dell’animazione, Dean DeBlois e Chris Sanders, già sceneggiatori per la Disney negli anni ’90 e futuri registi della saga di Dragon Trainer, I Croods e Il robot selvaggio. Stiamo parlando di Lilo & Stitch, uscito nel giugno del 2002, infrangendo la tradizione dei cartoon Disney a Natale o Pasqua. In Italia, a dire il vero, il film di Sanders e DeBlois passò del tutto inosservato, ma negli USA riscosse un discreto successo, anche se neanche lontanamente paragonabile a quello dei “vecchi” Classici di una decina di anni prima.
Dragon Trainer 2, la recensione
Il panorama statunitense legato al cinema d’animazione, quello che al botteghino conta su grandi numeri, è terreno di sfida di poche realtà cinematografiche. La Disney Pixar, ovviamente, la Blue Sky di L’Era Glaciale e Rio e la DreamWorks. Tralasciando volutamente realtà minori e ancora emergenti, anche se di grande qualità, come la Laika di ParaNorman e Coraline, o più parche nell’offrici prodotti, ad esempio la Sony di Piovono Polpette e Hotel Transylvania, ci possiamo concentrare sulla DreamWorks che forse è quella che si è posta con più tenacia in un’ipotetica sfida contro il colosso Disney.
Nata sotto l’egida di Steven Spielberg negli anni ’90, la DreamWorks si è specializzata in cinema d’animazione inanellando una serie di film affascinanti e atipici come Galline in fuga e Z la formica, finché è arrivato il grande successo con Shrek. Da quel momento, la DreamWorks ha scoperto il potenziale di un cinema d’animazione alternativo ma con una formula di successo e ai seguiti del film con l’orco verde si sono aggiunti altri prodotti trita-botteghino: Madagascar, Kung Fu Panda, Mostri contro alieni e Dragon Trainer.









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