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In the Grey, la recensione del film di Guy Ritchie
La carriera di Guy Ritchie ha preso una direzione piuttosto curiosa, e per certi versi preoccupante. Dopo essere tornato in grande stile con La furia di un uomo (2021), uno dei suoi lavori più solidi e maturi, il regista britannico ha progressivamente abbandonato il grande schermo – almeno per quanto riguarda la distribuzione italiana – trovando nelle serie tv un nuovo formato narrativo e nelle piattaforme una nuova casa distributiva. Una scelta che, però, sembra aver coinciso con un evidente calo qualitativo: film sempre più simili tra loro, costruiti su stilemi ormai abusati e privi di quella freschezza che aveva reso Ritchie uno degli autori più riconoscibili del cinema crime moderno.
In the Grey rappresenta, purtroppo, uno dei punti più bassi di questa fase creativa. Un film che sembra quasi la caricatura del suo autore, un esercizio di stile svuotato di idee, incapace di coinvolgere e, peggio ancora, frustrante da seguire.
Mike & Nick & Nick & Alice, la recensione
C’è un celebre momento de I Simpson in cui Homer propone a Ron Howard l’idea per un film delirante che prevede una torta parlante, una macchina del tempo e un’amicizia improbabile. L’episodio è Dalle stelle alle stalle (When You Dish upon a Star), della decima stagione, e quella gag è rimasta nella memoria collettiva proprio per la sua assurdità senza freni. Ecco, Mike & Nick & Nick & Alice di BenDavid Grabinski non si allontana poi così tanto da quell’immaginario nonsense tanto caro a Homer Simpson: niente torte parlanti, certo, ma un impianto narrativo che sembra nato da un brainstorming sotto acidi e che tenta disperatamente di trovare una coerenza interna a partire dal caos.
Ambulance: il nuovo trailer italiano del thriller-action di Michael Bay
I Care a Lot: la comedy-thriller con Rosamund Pike arriva direttamente su Prime Video
Acclamato dalla critica al debutto al Toronto Film Festival 2020, il dark-comedy thriller I Care a Lot, con Rosamund Pike (Gone Girl), Peter Dinklage (Game of Thrones), Eiza González (Baby Driver) e Dianne Wiest (Edward mani di forbice), in Italia sarà disponibile in esclusiva su Amazon Prime Video dal 19 febbraio. Il film è una produzione Black Bear Pictures, scritto e diretto da J Blakeson (La quinta onda, La scomparsa di Alice Creed).
Bloodshot, la recensione
Come vi abbiamo raccontato in altre circostanze, anche il mondo del Cinema sta facendo i conti con l’emergenza coronavirus. Si allunga la lista di quei film che hanno visto mutare in corso d’opera il proprio percorso distributivo. È il caso di Bloodshot, cinecomic con Vin Diesel, che aveva fatto in tempo ad esordire nelle sale di svariati paesi del mondo tra la fine di febbraio e la prima metà di marzo, salvo poi dover interrompere presto la sua marcia ed iniziare ad essere dirottato in VOD in diversi mercati, tra cui il nostro. In Italia, infatti, il film è disponibile da qualche giorno sulla piattaforma Chili al costo di 9,99 €, in sostituzione di un’uscita in sala che era inizialmente prevista per il 26 marzo.
Benvenuti a Marwen, la recensione
Se guardiamo alla carriera di Robert Zemeckis nel post 2000, notiamo un ardimento nella sperimentazione narrativa e tecnica che parlano chiaro sul suo ruolo all’interno del panorama cinematografico mondiale. Concettualmente vicino a Spielberg, di cui è stato ed è un fidato collega/collaboratore, Zemeckis ama le sfide, si mette continuamente alla prova nella sperimentazione di linguaggi, sempre aperto ad applicare alle storie che decide di raccontare le strade a cui la tecnologia ci apre. Perfino in film sulla carta insospettabili come Allied – Un’ombra nascosta, la tecnologia ha un ruolo decisivo che segue il percorso del perfezionamento e sostituzione dell’attore in carne ed ossa con un avatar fatto di 0 e 1, come già sperimentato nella trilogia in mo-cap (Polar Express, La leggenda di Beowulf, A Christmas Carol). Con Benvenuti a Marwen, il suo nuovo lungometraggio, Zemeckis prosegue proprio in questa personale direzione, continuando a riflettere sulle possibilità della tecnologia in campo di performance attoriale, dando vita a quello che fino a qualche tempo fa era peculiarità della sola fantasia.
Baby Driver – Il genio della fuga, la recensione
In un programma televisivo di qualche anno fa, il trascinatore di folle Adriano Celentano utilizzava una semplicissima dicotomia per differenziare le cose giuste da quelle sbagliate, quelle belle da quelle brutte, le in dalle out: rock e lento. Se oggi dovessimo ripescare questa semplificazione massima e populista, dovremmo essenzialmente dire di uno come Edgar Wright che è rock. Lui è rock in tutti i sensi e rock sono i suoi film, sia perché hanno un’energia, un’inventiva e una vitalità uniche, sia perché fanno del rock – inteso come musica – un elemento primario. E rock, ovviamente, lo è Baby Driver – Il genio della fuga, il suo ultimo imperdibile film, che rielabora l’action-crime a tempo di musica.











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