Archivio tag: vicky krieps
Father Mother Sister Brother, la recensione
Jim Jarmusch torna dietro la macchina da presa con un trittico a cavallo tra Europa e Stati Uniti per raccontare i segreti e i tic di tre famiglie diverse. Il grande filo conduttore di Father Mother Sister Brother si dipana tra la bugia, il mistero, il non detto che sfiora il quotidiano in maniera a volte plateale, a volte appena percettibile.
Il “Father” del primo episodio è un immenso Tom Waits, che riceve a casa i figli Adam Driver e Mayim Bialik. I silenzi e gli imbarazzi coprono i segreti di un padre enigmatico, che nasconde ai figli più di una parte di sé: l’orologio è davvero falso? Come può trasformarsi quel salotto dall’aspetto modesto?
The Dead Don’t Hurt – I morti non soffrono, la recensione
L’America non è stata fatta dagli americani. Questo, oggi, ci sembra quantomai ovvio ma spesso, quando guardiamo un film statunitense, la percezione delle origini del popolo passa in secondo piano, un popolo che è diventato “altro” sia in confronto ai propri progenitori, sia in confronto a coloro ai quali hanno di fatto portato via la Terra. E in un film western l’animo “yankee” è sempre molto presente, un passato che è fondamentalmente specchio del presente e come ogni presente riflette situazioni mutevoli. Perché anche oggi, come allora, l’America non è fatta di (soli) americani.
In The Dead Don’t Hurt siamo nel selvaggio West ma i protagonisti sono una fioraia francese naturalizzata canadese e un cowboy danese, testimoni del melting pot da cui gli Stati Uniti sono nati e sul quale si sviluppano ancora oggi, ma la nazionalità dei protagonisti ha un peso particolare su tutto il film perché ne stabilisce i confini immaginifici.
Il filo nascosto, la recensione
Il cinema di Paul Thomas Anderson è profondamente estetico, lo si era capito fin dagli esordi meravigliosamente pulp di Sydney e Boogie Nights, ne abbiamo avuto conferma nel surreal-drama Magnolia e nello sperimentale Ubriaco d’amore. L’estetica delle cose, dei sentimenti, degli ambienti è un punto fermo della sua filmografia, dunque, che trova una coerente quadratura proprio ne Il filo nascosto, un’opera che fa della bellezza e dell’eleganza uno dei suoi temi portanti. Ma come accade in ogni film di Paul Thomas Anderson, c’è una costruzione a strati: quello che vediamo inizialmente è solo la superficie ed è destinato a una svolta, spesso uno stravolgimento, capace comunque di creare un unicum coerente.









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