Cosa dirà la gente, la recensione

È possibile avvicinarsi al nuovo film di Iram Haq (I Am Yours) indossando i panni di una persona che viene a conoscenza di un tremendo evento attraverso i giornali o la televisione, per poi scoprire che è accaduto sotto i suoi occhi, nell’appartamento degli inquilini che abitano vicino a lui, senza che se ne potesse accorgere.

Siamo ad Oslo, ventunesimo secolo. Nisha, interpretata da una bravissima e debuttante sul grande schermo Maria Mozhdah, è una sedicenne che vive una duplice vita. A casa formalmente osserva le regole e le tradizioni della famiglia pachistana, ma quando si trova a scuola o con gli amici diventa una semplice adolescente norvegese dagli usi e costumi occidentali, che si diverte alle feste, beve e ci prova con i ragazzi della sua età. La sua opprimente madre Najma (Ekavali Khanna) si preoccupa costantemente di cosa dirà la comunità pachistana di Oslo della sua famiglia, orchestra e controlla sua figlia per quanto possibile, dal momento che ha un’intelligenza brillante ed è la preferita del capo-famiglia Mirza (Adil Hussain), colui il quale ha portato la famiglia in Norvegia nella speranza di un futuro migliore per tutti.

Questa quotidianità ambivalente funziona fino a quando una notte Nisha non porta l’Occidente in casa sua nella persona di Daniel (Isak Lie Harr), un coetaneo norvegese con cui aveva flirtato ad una festa. I giovani si scambiano tenere effusioni nel massimo silenzio, ma una suoneria li tradisce e li fa scoprire da suo padre che, su tutte le furie, li umilia e li picchia. Si aprono qui le porte dell’inferno per la povera ragazza che si vede abbandonata dagli affetti familiari, presa in carico dai servizi sociali e infine attirata con l’inganno, per non dire rapita, da suo padre e suo fratello per un soggiorno forzato ad Islamabad, per conoscere ed essere ri-educata al mos maiorum che una ragazza pachistana dovrebbe conoscere e rispettare.

Presentato al Toronto Film Festival, il dramma ricamato dalla Haq è una sorta di horror sociale che esce dal contesto finzionale per impadronirsi delle sofferenze reali patite dalla regista (rapita a quattordici anni e costretta a vivere in Pakistan per un anno e mezzo) e sollevare il velo su una realtà attigua e spesso tangente che passa sotto silenzio.

L’eco di fatti di cronaca, italiana e internazionale, rendono questo film urgente e necessario per comprendere una dimensione culturale e familiare spesso stereotipata, nonostante manchi, soprattutto in sede di sceneggiatura, una distinzione più labile e meno precisa tra le dicotomie bene-male/giusto-sbagliato per uno spettatore occidentale, naturalmente portato a condannare tutto quello che avviene nel film a partire dalla propria visione del mondo. Resta però la forza evocativa dell’impotenza di Nisha, braccata e sospesa tra due mondi senza avere la reale possibilità di scegliere, e il dubbio instillato in Mirza dallo svolgersi degli eventi, segno di una falla in un sistema arcaico che può essere sfruttata per stravolgerlo, magari attraverso narrazioni coraggiose di questo tipo.

Stando alle parole della regista, il suo desiderio era infatti far vivere allo spettatore una storia d’amore impossibile tra due genitori e la loro figlia, una storia che non potrà mai avere un happy ending fino a quando ci sarà un’enorme distanza tra le culture, che diventano effettivamente visibili grazie al lavoro del direttore della fotografia Nadim Carlsen con l’opposizione tra la fredda e scura Norvegia e le calde e piene location orientali. Il risultato finale raggiunge l’obiettivo, trasmette emozioni contrastanti e non troppo piacevoli ma lascia la sensazione di essere stati testimoni di un tentativo personalissimo di mettere a nudo una cultura con tutte le sue limitazioni.

Il nostro compito non è semplicemente giudicare o bollare quello che succede come ingiusto e barbaro, ma prendere atto che qualcosa del genere esiste e continuerà a farlo in questa maniera senza una discussione attuale attraverso sensibilità e voci nuove come quella di Iram Haq.

Andrea De Vinco

PRO CONTRO
  • Il debutto di Maria Mozhdah.
  • Dicotomia bene/male poco sfumata.
  • Congiunzione piacevole inizio/fine.
  • Ripetizione schema narrativo.
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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