Il grande spirito, la recensione

Ci vuole coraggio a unire metaforicamente il territorio martoriato di Taranto alle praterie delle tribù indiane. Dove sono i bisonti, i cavalli, gli accampamenti in una città di mare preda dei fumi del’Ilva? A rigor di logica la costruzione non dovrebbe reggersi nemmeno per scherzo, ma sullo schermo Sergio Rubini in veste di regista è riuscito a fare in modo che i conti tornino senza problemi.

Possiamo quindi seguire con attenzione le rocambolesche azioni di Tonino alias Barboncino (interpretato dallo stesso Rubini) sui tetti della periferia tarantina con una borsa piena di soldi insieme allo squilibrato Renato alias Cervo Nero (un grandissimo Rocco Papaleo), indiano Sioux convinto e devoto al Grande Spirito. Un miserabile e un rifiuto della società sono costretti dal precipitare degli eventi a una convivenza forzata per la sopravvivenza.

Non appena si fa spazio alla minima possibilità di incanto e magia, la vita risponde e rilancia con un carico sempre più pesante. L’illusione di Cervo Nero e il pragmatismo di Barboncino si scontrano per il controllo della realtà sotto il peso di un destino ingombrante che puntualmente emerge in diversi momenti del film. Il dramma della periferia, i fumi tossici che avvolgono la notte, il degrado umano sono tutti distintamente visibili dai tetti con o senza l’ausilio di un binocolo.

Se il borsone pieno di soldi è il biglietto d’oro contenuto nelle tavolette di cioccolato di Roald Dahl, basta poco per capire che il denaro stesso è il fatal flaw di chiunque ambisca alla salvezza per motivi completamente diversi senza nessun’ombra di moralismo. I maledetti Yankee hanno cambiato i connotati del territorio e dei suoi abitanti inquinandone l’aria e l’anima, costringendoli nelle riserve dei palazzi rovinati. Non per questo la vita si ferma, ma si adatta come può a qualsiasi costo.

Ne Il grande spirito c’è chi ci rimette l’amore, chi la dignità, chi il velo di Maya, chi addirittura la vita per inseguire una speranza flebile. Non c’è garanzia, non c’è certezza del futuro, c’è soltanto un altro domani da rendere migliore di ieri fino al prossimo bivio. Dietro c’è l’intensità della regia di Sergio Rubini, mai didascalica, mai fine a sé stessa e capace di offrire allo spettatore un western urbano con tanto di battaglia con arco, frecce e tomahawk.

Nel dividere il merito tra tutto il cast e le musiche puntuali di Ludovico Einaudi, è importante però riconoscere che il pregio più grande di questo film viene fuori una volta abbandonata la sala, perché Il grande spirito è a conti fatti un film di servizio pubblico fatto così bene da potersene rendere conto durante il suo svolgimento.

Andrea De Vinco

PRO CONTRO
  • L’assortimento del cast.
  • Nessuno rilevante
  • Nessun moralismo, nessun compromesso ipocrita.
 
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Il grande spirito, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating
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