Nelle pieghe del tempo, la recensione

Nel 1963 la scrittrice americana Madeleine L’Engle riuscì a farsi pubblicare, non senza difficoltà, Nelle pieghe del tempo, un fantasy per ragazzi che si è imposto con una certa efficacia tra i giovani lettori, vincendo anche premi in importanti competizioni di settore. A distanza di 55 anni, la Disney ha deciso di portare sul grande schermo quel mondo immaginario dopo aver già tentato la carta della trasposizione televisiva nel 2003 e Nelle pieghe del tempo arriva nei cinema per la regia di Ava DuVernay, già artefice di Selma – La strada per la libertà.

Dovete sapere che la produzione del film ha concentrato buona parte della promozione proprio sul nome della regista, in quanto prima donna di colore in cabina di regia per un blockbuster di fantascienza, che in un periodo in cui Black Panther è diventato il maggior incasso di sempre per un cinecomic è una manovra senz’altro ben studiata. Ma capirete che se l’attenzione viene deviata su questo elemento, forse il film in se non è così forte da riuscire a far parlare e, guardandolo, se ne capisce il motivo.

Con Nelle pieghe del tempo siamo in quei pericolosi territori del flop annunciato, categoria a cui la Disney negli ultimi anni ha avuto a che fare a causa di film molto costosi ma dallo scarso rendimento, come The Lone Ranger, Tomorrowland e soprattutto John Carter. Nelle pieghe del tempo, costato circa 150 milioni di dollari (escluse le spese pubblicitarie) ha esordito sotto le aspettative, come ci si poteva aspettare, ma mai come questa volta si può comprendere la ragione di un film destinato a non piacere a nessuno e su cui il passaparola sarà impietoso.

Nelle pieghe del tempo di Ava DuVernay, infatti, è un film tremendo.

Siamo dalle parti da Top Ten dei peggiori film della storia del cinema, senza nessuna esagerazione; un’opera così mal pensata e mal realizzata che davvero può risultare arduo far di peggio.

Perfino la trama è difficile da raccontare e in parte comprendere, così come è stata trasposta per immagini. Si racconta la storia dell’adolescente Meg, rimasta orfana di padre da quando il genitore – un noto scienziato che farneticava di improbabili viaggi nello spazio-tempo – è scomparso nel nulla. Un giorno Meg ha l’occasione di mettersi alla ricerca del padre e insieme al fratellino Charles Wallace e al compagno di scuola Calvin si fa aiutare da tre creature soprannaturali per viaggiare attraverso le pieghe del tempo, dove sembra sia passato anche il genitore. Allo stesso tempo, una terribile minaccia sta consumando i mondi fantastici attraversati da Meg e la ragazza è chiamata ad aiutare le tre creature celestiali a salvare l’universo.

Un “Hellzapoppin” che fa della confusione un punto debole macroscopico e che sicuramente lo debilita anche agli occhi del suo target primario, i ragazzi. Perché Nelle pieghe del tempo è un film fantasy con poca fantasia, dove per far dire “wow” al suo pubblico fa sfoggio di discutibilissimi effetti visivi in CGI del tutto gratuiti, con mondi fantastici colorati e poco ispirati, creature “whatafucka” dal look improponibile (la Signora Cos’è che si trasforma in un gigantesco drago è uno dei momenti più bassi della storia del cinema fantasy) e una serie di personaggi capaci di suscitare solo odio, ma di quello viscerale da istinto di morte. Prendiamo le tre streghe-mentori-creature celestiali o cosa diavolo sono, ovvero la Signora Cos’è, la Signora Quale e la Signora Chi, interpretare rispettivamente da Reese Whiterspoon, Oprah Winfrey e Mindy Kaling. Tre odiosissime signore che non fanno altro che cambiarsi d’abito e capigliatura a ogni inquadratura con look ridicoli e massime zuccherose di buonismo spicciolo che trasmettono una tale antipatia da desiderare per loro un’atroce uscita di scena, che ovviamente non avviene. Nel terzetto c’è in particolare Oprah Winfrey a lasciare sconcertati, una donna che negli anni si è costruita una rispettabile immagine, un personaggio pubblico divenuto simbolo di lotte razziali e di genere che si “sputtana” in un ruolo ridicolo all’interno di un film ridicolo. E vedere Oprah con parruccone dorato, viso imbrattato di trucco e gingilli improbabili che fluttua nel cielo tipo apparizione mariana e di dimensioni spropositate è di un trash tale da ridefinire immediatamente il concetto stesso di trash.

Un disastro che si estende a ogni singola scena del film, dal cammeo di Zach Galifianakis – anch’esso conciato in maniera ridicola – che dovrebbe essere il momento “da sorriso” (ma fallisce, ovviamente) a quello di Michael Pena in una scena in spiaggia che stride col contesto in maniera imponente.

Nelle pieghe del tempo è tutto sbagliato e buona parte della responsabilità va proprio ad Ava DuVernay che non è palesemente all’altezza di trasformare in immagini il mondo della L’Engle. Il film è diretto male nelle sue sporadiche scene d’azione, confuse e visivamente brutte, e sembra completamente lasciato allo sbando quando si tratta di dare indicazioni agli attori (la mancanza di collante tra le varie interpretazioni è pesantissimo). E dispiace che un buon attore come Chris Pine sia finito in tale minestrone, perché per quel poco che sta in scena offre una buona performance, così come dispiace per la giovane protagonista Storm Reid, che si impegna tantissimo e risulta la cosa migliore di un film che vorremmo dimenticare prestissimo.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Storm Reid dimostra di essere una brava e promettente attrice.
  • Storia confusa e mal raccontata.
  • Reese Whiterspoon, Mindy Kaling e Oprah Winfrey sono pessime.
  • Involontariamente ridicolo in ogni suo momento.
  • Ava DuVernay non era all’altezza di poter dirigere un film fantasy e la mancanza di una regia si nota tantissimo.
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