Terror Take Away, la recensione

Terror Take Away (2018) del regista genovese Alberto Bogo è diventato un piccolo caso – un unicum – nel panorama del cinema indipendente italiano, per varie ragioni. Prima ancora che per la natura del film – un horror slasher/comedy con spunti di riflessione sociologica – per l’agguerrita campagna di marketing portata avanti da regista e produttori attraverso il sito ufficiale del film (terrortakeaway.com), che uscirà in alcune sale italiane a partire dal 24 ottobre proseguendo fino al 31, la notte di Halloween. Sul portale sono presenti, oltre al trailer, alcuni brevi filmati in cui i personaggi si presentano allo spettatore, sulla base di un’interattività che trova l’apice con la proiezione in “Bogovision”: trattasi di una riproposizione del vecchio “Odorama” degli anni Sessanta, un sistema che attraverso un cartoncino da grattare al segnale convenuto permette allo spettatore di sentire alcuni odori di ciò che vede sullo schermo. Il tutto dunque con uno stile molto all’americana, che ricorda per certi versi i trucchi di William Castle, il re dei B-movies statunitensi (ad esempio, i fantasmi visibili solo con gli appositi occhiali, le scosse elettriche alle poltrone), un tipo di fruizione cinematografica molto rara – se non unica – in Italia.

Bogo aveva già stupito il pubblico italiano e conquistato gli States con l’horror/comedy Extreme Jukebox (2013), distribuito dalla celeberrima Troma, un film con cui Terror Take Away ha sia punti in comune sia differenze sostanziali. In comune hanno la fusione tra horror e ironia, la volontà di prendersi poco sul serio (dote di cui avrebbero bisogno molti registi indie nostrani), l’elemento gore e splatter realizzato con buoni effetti speciali artigianali e la trama che ruota attorno a una maledizione e a un assassino.

Se Extreme Jukebox – quasi un Deathgasm italiano – era un horror metallaro ispirato a classici come Morte a 33 giri, con Terror Take Away Alberto Bogo alza però i toni stilistici e narrativi. Notiamo innanzitutto una fotografia molto più curata e squisitamente cinematografica (è opera dell’esperto regista Brace Beltempo), mentre il precedente aveva un’immagina più piatta e televisiva. Ma non solo: se Extreme Jukebox era un horror di puro intrattenimento (trash, potremmo dire: non a caso è stato distribuito dalla Troma), Terror Take Away, oltre al divertimento, contiene un tentativo abbastanza riuscito di critica sociale al consumismo (quasi romeriano, con le dovute distanze). Un film che forma dunque un dittico ideale con quell’altro gioiellino di cui abbiamo parlato tempo fa, McBetter (2018) di Mattia De Pascali, cioè la tragedia del Macbeth ambientata nell’epoca moderna dei fast-food: entrambi i film, pure differenti fra loro, sono horror dove il sangue e l’ironia si mescolano con una caustica critica al capitalismo.

Scritto dallo stesso Bogo, ha come protagonista l’imprenditore italiano Terence Parode (Roberto Serpi), che ha costruito un impero economico con la sua catena di pizzerie Tinto’s Pizza. Terence si è arricchito soprattutto speculando sulla leggenda metropolitana di Max, il portapizze assassino, che uccide chiunque non dia una lauta mancia quando si ordina la pizza maledetta 237. Capitalista senza scrupoli, organizza insieme alla compagna Adelaide (Fiorenza Pieri) un concorso per regalare un posto di lavoro fisso nella sua catena: le cinque persone che acquistando una pizza hanno trovato il biglietto fortunato sono invitate nella sua lussuosa villa dove si svolge il contest attraverso una serie di prove. Si tratta di Flores (Alessia Sala), Elvira (Noemi Esposito), Andrew (Andrea Benfante), Eros (Andrea Madeddu) e Vanessa (Arianna Fancellu). Dopo il superamento di alcune prove, dove ognuno cerca di prevalere sugli altri, Eros ordina le pizze da mangiare durante la pausa: ma l’incauto giovane ordina anche la 237 senza dare la mancia. Subito dopo, scoprono a loro spese che il portapizze assassino non è solo una leggenda, visto che Max the Killer (Fabrizio Zanello) si presenta alla porta chiedendo il suo tributo di sangue: sarà una strage.

Terror Take Away è un curioso e riuscitissimo mix di generi e stili, che si alternano e si mescolano senza soluzione di continuità, grazie a una sceneggiatura ben scritta e a una regia solida, in grado di alternare scene di suspense e sangue con altre ironiche e grottesche, infarcendo il tutto con citazioni cinematografiche, letterarie e filosofiche. Decisamente azzeccata anche la scelta di unire l’elemento “serial killer” con una sorta di creepypasta (inventato ad hoc), cioè quelle leggende metropolitane che oggi vanno tanto di moda nella cultura e nel cinema horror, qui rappresentate dalla maledizione del portapizze assassino che è il fulcro della vicenda.

I primi dieci minuti sono dedicati interamente alla preparazione ed esecuzione del primo omicidio del film: un’aspirante attrice rifiutata ad un provino, forse per non essersi concessa abbastanza al produttore (e qui si vede una messa alla berlina del mondo dello spettacolo), cade sotto l’enorme lama di Max the Killer, in un bagno di sangue in soggettiva. Già in questa prima e lunga sequenza sono contenuti in nuce vari elementi che contraddistinguono tutto il film: la fotografia corposa, pastosa, dai colori molto vividi e accesi; l’indugiare della macchina da presa sul corpo femminile, in particolare sui piedi, vero e proprio leit-motiv della vicenda; la preparazione dell’omicidio con modalità che si collocano a metà fra gli slasher americani in stile Halloween e i thriller argentiani (l’inquadratura iniziale sul camino acceso omaggia probabilmente Tenebre).

Ci spostiamo poi nella villa di Terence, che costituisce l’unità di luogo per lo svolgimento di tutta la storia: un luogo che da quanto si dice intuiamo trovarsi in Italia, il regno per eccellenza della pizza, ma che potrebbe anche essere altrove; Terror Take Away è lontano da ogni realismo, costruisce una sorta di non-luogo disancorato da riferimenti reali – idem dicasi per i nomi, talvolta italiani e talvolta stranieri. Qua, la regia presenta attraverso un filmato diegetico tutti i personaggi, una galleria bizzarra di caratteri (un nerd, uno spiantato, una ragazza misteriosa e altre due arriviste). Ma soprattutto conosciamo Adelaide, la cinica e spietata compagna di Terence, che in certi momenti sembra essere la vera mente diabolica di tutto, quasi una mistress (è introdotta mentre si fa massaggiare i piedi dall’uomo). La prima parte del film è quella più grottesca e metaforica, ricca di scene surreali – in primis la gara dal sapore fantozziano per stabilire chi consegna più velocemente la pizza e il riconoscimento olfattivo dei gusti – e improbabili pubblicità di tampax e profilattici al gusto di pizza, gustosissimi siparietti che prendono in giro il marketing.

Alberto Bogo mette qui alla berlina il capitalismo, il sistema di marketing piramidale all’americana, il concetto stesso di lavoro in Italia, la guerra tra poveri dei lavoratori, la gara che scopriremo essere truccata e la brama di potere: emblematica in tal senso è la scena dell’amplesso fra Terence e Adelaide, che copulano nominando i vari contratti lavorativi. Se i due boss rappresentano il capitalismo, i concorrenti sono gli sfruttati, ripresi nelle situazioni più assurde. La regia indugia di frequente sulle grazie femminili (un topos del cinema slasher) e alterna curiosamente turpiloquio e citazioni colte, da Einstein a Schopenhauer fino alle citazioni cinematografiche (Kinski, Coscarelli, Shining, Maniac Cop).

Con l’ordinazione della pizza maledetta, e il palesarsi del portapizze assassino, ritorna in gioco la componente horror vista all’inizio, senza però che lo spettatore avverta il cambio di registro. L’inquietante e barbuto killer, mai inquadrato negli occhi, compare nel giardino avvolto dalla nebbia, a metà tra il Fog di John Carpenter e La casa di Sam Raimi. Da questo momento ha inizio uno slasher in piena regola, virato comunque verso il grottesco in alternanza alla suspense.

Negli interni bui della casa, i presenti trovano la morte nei modi più atroci, attraverso gli effetti speciali di buon artigianato di Davide Riccardi, che risultano efficaci grazie anche a un sapiente uso delle inquadrature che sopperiscono alla ristrettezza del budget: il custode viene sgozzato con la rotella per tagliare la pizza, di un ragazzo vediamo la testa mozzata, una ragazza viene infilzata con un bastone a punta, un’altra ancora è costretta a mangiare la pizza a cui è allergica e muore ricoperta da orribili bubboni, il nerd viene ustionato alla faccia fino a scarnificarla, Terence è ucciso a mazzate mentre pronuncia una celebre frase di Jerome sul lavoro (ecco il sapore grottesco che emerge sempre), Adelaide è marchiata a fuoco, deorbitata con una forchetta e poi bruciata viva.

Rispetto a Extreme jukebox, dove trovavamo nomi abbastanza conosciuti dell’indie italiano, qua non ci sono attori famosi: provenienti dal teatro, sono però tutti egualmente bravi, in grado di stare fra il serio e il faceto come tutto il film, credibili sia in veste di piccoli Fantozzi alla ricerca di lavoro, sia di vittime del killer – spiccano in particolare le scream-queen e la final-girl Alessia Sala. Ci sono pure due camei di attori teatrali abbastanza noti, Marco Sciaccaluga (l’odiosissimo custode della villa) ed Enzo Paci (l’uomo della pubblicità, protagonista anche di una chiusura interattiva con lo spettatore durante i titoli di coda).

Molto curato il montaggio di Lucio Basadonne, funzionale soprattutto alla costruzione degli omicidi, grazie anche ad inquadrature creative alternate ad altre più classiche; così come curata è la colonna sonora di Fabio Cuomo, formata da brani tesi e ritmati in tipico stile slasher americano, non invasiva ma di supporto alle immagini. La canzone Terror Take Away sui titoli di coda è cantata da Alberto Bogo insieme a Backup.

Davide Comotti

PRO CONTRO
  • I tre elementi basilari (horror, ironia, critica sociale) sono ben dosati e mescolati.
  • La regia e la sceneggiatura tengono sempre viva l’attenzione dello spettatore.
  • Confezione estetica (fotografia, inquadrature, musica e montaggio) di livello superiore alla media.
  • FX artigianali più che buoni.
  • C’è poco tempo per affezionarsi ad alcuni personaggi.
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Terror Take Away, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating
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