The Empty Man – L’uomo vuoto, la recensione

L'uomo vuoto

L’horror è un genere incentrato su regole ben scandite, stilemi e schemi narrativi e visivi, ma al tempo stesso basato su confini labili e mutevoli quali la sospensione dell’incredulità e della convinzione che solo quello che vedono i nostri occhi sia vero, giusto e incontestabile. Un insieme di assiomi che, se interpretati in modo pedissequo e scolastico, ha dato il là a tantissime storie di fantasmi, demoni e serial killer di ogni tipo il cui punto focale è la centralità dell’uomo come oggetto e vittima del male. Ma se si intende analizzare il sentimento della paura in maniera più profonda e ampia, tuttavia, un autore lungimirante deve inevitabilmente superare questa visione limitata ed aprirsi ad un concetto di terrore cosmico che, seguendo la lezione del grande H.P. Lovecraft, cambia quasi del tutto la prospettiva di un racconto horror; l’uomo non è più protagonista assoluto e unica vittima di forze maligne, ma diventa semplice pedina di un universo molto più ampio popolato da divinità antiche e demoni le cui origini affondano in ere di gran lunga precedenti alla comparsa delle prime forme di vita umana.

L'uomo vuoto

Un esempio di questa vastità spazio-temporale del Male lo si può avere anche in L’uomo vuoto (The Empty Man) di David Prior il quale, dopo una lunga carriera impegnata perlopiù nella realizzazione di documentari, firma un horror che esplora territori molto aspri, terrificanti e antichi, che abbracciano elementi come il Tulpa Tibetano e concetti filosofici relativi all’animo umano e le sue potenzialità. Una storia, tratta dall’omonima graphic novel di Vanesa R. Del Rey e Cullen Bunnin, in cui tali suggestioni a metà tra religione e mitologia si fondono con ambientazioni urbane, leggende racchiuse su anonimi ponti cittadini e tramandate da ragazzini in vena di bravate. Il risultato di questo affascinante mix è un film riuscito solo in parte, caratterizzato da una regia attenta, una particolare cura nel creare scene di tensione, ma che ha come punto debole una sceneggiatura resa fiacca e poco coerente proprio dalla volontà di fondere tematiche e atmosfere troppo diverse fra loro.

L'uomo vuoto

James è un ex poliziotto la cui vita monotona, scossa in passato dalla prematura morte della moglie e del figlio, viene ravvivata dalla scomparsa della figlia della sua vicina di casa. Quella che sembra la tipica bravata di un’adolescente, però, si rivela ben presto qualcosa di molto più grande ed inquietante in quanto le indagini accurate del protagonista portano alla luce un’incredibile realtà: in città vi è una setta segreta che sta tentando di evocare un’antichissima e potentissima divinità ultraterrena, della quale la stessa ragazza sembra essere seguace.

Che L’uomo vuoto si configuri come un film ambizioso e dall’ampio respiro, lo si capisce già da un lungo prologo nel quale Prior mette sul tavolo quelle che sono le carte sulle quali sembra poggiarsi il suo lavoro: una divinità antica dalla forte influenza sull’uomo, la follia di un animo umano manipolato da un’immagine sacrale e rigorosa che sembra configurare un viaggio mirabolante all’interno della psiche e atmosfere tetre e cupe dalla forte carica di tensione e paura. Premesse che fungono da slancio per una prima parte di film ben riuscita nella quale la componente horror si fonde al meglio con quella più prettamente investigativa, così come le suggestioni provenienti da ere antichissime si sposano al meglio con le ambientazioni metropolitane.

L'uomo vuoto

Ad emergere, soprattutto, sono le capacità del regista statunitense nel rendere un plot scorrevole ed omogeneo, tratteggiare in maniera puntuale la psicologia del protagonista e mostrare una disinvolta ed efficace gestione della tensione in sequenze che trasmettono nello spettatore inquietudine e turbamento. Un esempio significativo è rappresentato dalla lunga scena nel bosco nel quale è percepibile l’influenza del succitato Lovecraft.

Come spesso accade, tuttavia, la troppa ambizione sfocia in presunzione e in una tendenza a strafare. Si assiste, così ad un lento e irreversibile appiattimento del lavoro di Prior il quale infarcisce il suo film di dialoghi infinti e contorti su tematiche sempre più filosofiche e teologiche che rendono pesante la visione, una perdita graduale della tensione e lo sfaldamento di un plot che disperde la sua carica iniziale. Il tutto amplificato anche da un’eccesiva durata che quasi sempre si rivela un boomerang per autori ancora inesperti nel gestire i ritmi e i tempi della storia portata sullo schermo.

L'uomo vuoto

Al netto di tutto ciò, in conclusione, L’uomo vuoto si rivela un’opera riuscita solo per metà e una ghiotta occasione sprecata per raccontare un intreccio dagli spunti interessanti, ma mal sviluppato.

Vincenzo de Divitiis

PRO CONTRO
  • Il demone ha una forte carica simbolica e carisma.
  • Scene di tensione ben gestite e ambientazioni urbane ben sfruttate.
  • Dialoghi eccessivamente lunghi, contorti e difficili da seguire.
  • Lunghezza eccessiva.
  • La seconda parte rovina quanto di buono fatto nella prima metà sotto ogni aspetto.
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Valutazione: 5.0/10 (su un totale di 1 voto)
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