Venezia 75. Nuestro tiempo

Un gigantesco e luminoso toro rosso campeggia sulla veduta notturna di una città. Questa è la suggestiva immagine che vediamo sulla locandina di Nuestro tiempo, il nuovo lavoro del sempre controverso Carlos Reygadas (e che avrebbe dovuto in origine più poeticamente intitolarsi Donde nace la vida). E in effetti è un’immagine che riassume bene un conflitto centrale e che riprende un topos già incontrato nel precedente Post Tenebras Lux (il purtroppo indimenticabile Minotauro luminoso).

Ancora la famiglia e la campagna. Questa volta al centro troviamo una coppia molto poco ordinaria (provocatoriamente interpretata dallo stesso Reygadas e dalla moglie Natalia López). Lei ranchera, lui poeta. I due sono molto uniti ma non sembrano avere particolari problemi a raccontarsi reciproche avventure extraconiugali. Un rapporto aperto per nulla al riparo da eventuali pericoli matrimoniali che puntualmente mostrerà le proprie fragilità nel momento in cui lei (prevedibilmente) s’invaghirà del terzo di turno.

Con Nuestro tiempo Reygadas – come rivela egli stesso – mette in discussione il concetto spesso unilaterale di amore, e lo fa ponendo una serie di interrogativi capaci di demolire qualsiasi certezza che tendiamo a dare per scontata. Uno su tutti sembra essere il filo conduttore del film: c’è davvero bisogno in una coppia dell’esclusività sessuale?

La forma adottata dal regista è inequivocabilmente quella già sperimentata nel sopraccitato Post Tenebras Lux, in cui assistiamo ad un’estenuante carrellata di immagini che distorcono e scompongono lo spazio filmico in una ricerca sempre più etnografica. Ma ancora una volta Reygadas piomba in un egoistico eccesso di stile che produce risultati niente affatto comunicativi e coerenti con la materia trattata.

Troppe scelte registiche appaiono immotivate e finiscono per unirsi in un prodotto stanco e ozioso in cui riesce difficile identificarsi. Eppure il suo piattissimo studio sull’immagine produce almeno due scene cariche di pathos: la sequenza d’apertura e la vibrante veduta aerea della città terminante con un emozionante atterraggio. Queste ultime sono degne di nota non tanto per la qualità dell’immagine in sé o per l’originalità dei soggetti quanto piuttosto per il modo in cui il regista gioca con le attese dello spettatore. Non per niente a visione ultimata queste due scene sembrano essere le più incisive (per lo scrivente sinceramente le uniche) di questo disturbante flusso visuale.

Ma al regista messicano non si può perdonare il radicale abbandono dei tradizionali codici della narrazione a favore di un’apertura verso nuove forme, sicuramente fiduciosa ma talmente estrema da apparire pretenziosa e spesso fuori luogo. Certo non lo aiuta la durata eccessiva (170 minuti) in cui non si assiste a niente di particolarmente (s)convolgente da giustificarne le ragioni.

Discorsivamente il film gira su sé stesso regalando davvero pochissimi momenti necessari e sminuendo invece i suoi aspetti più essenziali, ma non è questo l’aspetto più preoccupante. Sicuramente il materiale scelto dall’autore sembra fin dal principio più indicato per una rappresentazione per sua natura criptica. Ma questa complessità fin troppo esibita non sembra destinata a soddisfare la legittima sete di sapere dello spettatore, a cui viene riservato il semplice e irrispettoso ruolo di soggetto da manipolare con il troppo abusato strumento dell’ispirazione artistica (non a caso il protagonista maschile è un poeta). Di conseguenza le sensazioni che lascia (pochissime in verità) non possono essere accolte positivamente.

Claudio Rugiero

PRO CONTRO
  • Un tema di partenza anarchico e ottimo per una trattazione sicuramente lontana dagli stereotipi.
  • Lo stile non proprio appassionante adottato dal regista messicano che, alla lunga, stanca.
  • Una scrittura non proprio eclatante che a tratti sfiora persino il ridicolo, soprattutto nei dialoghi che vanno sempre più verso il banale.
  • Troppi intenti pretenziosi fusi in un accozzaglia un po’ indecisa di soluzioni formali.
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