Venezia77. Nomadland, la recensione

In Inglese, a differenza che in italiano, ci sono due termini diversi per dire “casa”, a cui si accompagnano diverse accezioni: il primo è “House”, con cui si intende la casa come costruzione fisica, come edificio architettonico; il secondo è “Home”, il focolaio familiare, il posto in cui ci si sente a casa e dove si è sé stessi, il luogo che portiamo ovunque nel cuore. I protagonisti di Nomadland infatti non si definiscono “Homeless”, la parola inglese per identificare i senzatetto, ma “Houseless”.

La sceneggiatura di Nomadland, scritta da Chloé Zhao (anche regista dell’opera), è ispirata dall’omonimo saggio di Jessica Bruder, in cui viene descritta la scelta di fronte alle gravi difficoltà economiche dovute alla grande recessione del 2008, che ha colpito soprattutto il settore immobiliare, di molti americani che si sono ritrovati improvvisamente senza casa e costretti quindi a dover sopravvivere in modi non convenzionali, rinunciando per questioni economiche al cercare di acquistare un’abitazione e sostituendo a questa un van e un’idea di vita mobile, alla ricerca delle migliori opportunità. 

Nomadland

Quella di Fern, interpretata da una Frances McDormand perfetta per questo ruolo, è una delle tante storie americane di chi ha scelto questa vita. Dopo la morte di suo marito e la chiusura della fabbrica di cartongesso dove lavorava, Fern si trova praticamente obbligata a dover arrangiarsi con ciò che ha di fronte al freddo inverno del Nevada, trasformando il suo van (di nome “vanguard”) in una stretta e accogliente casa dove poter dormire, che si contrappone stilisticamente all’ampiezza e vastità del mondo esterno al di fuori dell’auto. Passando da un lavoretto all’altro, Fern cerca quindi di andare avanti, conoscendo altre persone come lei ed entrando a far parte di una vera e propria comunità di nomadi. Le loro storie sono storie americane, storie di uomini e donne ritrovatisi all’improvviso con nulla in mano e con la propria esistenza totalmente sconvolta, senza nessuno a cui affidarsi o con troppo orgoglio per accettare di farsi supportare da qualcuno. 

NOmadland

Quella della vita on the road è infatti qualcosa di particolarmente radicato nella cultura americana, basti pensare alla Beat Generation degli anni ’50, con i vari Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Neal Cassidy e i loro viaggi lungo l’America, qualcosa di paragonabile ai primi pionieri che affrontavano il selvaggio west. Nella disperazione della situazione queste persone hanno ritrovato una nuova identità in una vita più legata alla natura e al territorio, viaggiando ed esplorando quella che sembra una terra disabitata.

Nomadland è un racconto di dimenticati, di gente senza radici e senza germogli, ma che nonostante tutto vanno avanti, consapevoli che la casa è qualcosa che si porta sempre con sé indipendentemente da dove ci si trovi. E la storia di Fern è proprio quella di un ritorno a casa spirituale, incontrando lungo la strada storie di un’America che ha subito sulla sua pelle i danni della caduta del mercato e tutti i traumi collegati. Storie e personaggi che non hanno mai una fine definitiva, perché sulla strada non ci si dice mai addio ma soltanto “see you on the road”.

Una colonna sonora dolce e malinconica composta da Ludovico Einaudi accompagna i momenti più contemplativi e riflessivi del film, in un viaggio attraverso un’America vasta e desolata con dei paesaggi da film western e una fotografia di forte impatto. Con toccante sensibilità e qualche sprazzo di burbera ironia, Chloé Zhao narra la storia di un’America invisibile, lontana dalle grandi città o dai piccoli ranch che siamo abituati a conoscere, in un racconto intimo e personale.

Mario Monopoli

PRO CONTRO
  • Racconto di una realtà americana poco conosciuta basata su un’indagine reale.
  • Frances McDormand perfetta per il ruolo.
  • Non ci sono reali difetti
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