Normal, la recensione del nuovo action con Bob Odenkirk

Negli ultimi vent’anni il cinema action è profondamente cambiato. Al di là di alcuni format costruiti quasi interamente attorno alle proprie star, come da formula consolidata negli anni ’80 e ’90, oggi l’azione cerca spesso protagonisti, ambientazioni e linguaggi che non appartengono necessariamente al genere. Un apripista in questo senso è stato Liam Neeson, arrivato all’action da una carriera lontanissima da calci, pugni e sparatorie e diventato poi il volto per eccellenza del thriller muscolare crepuscolare. Ma è soprattutto da John Wick in poi che abbiamo assistito a una ricerca sempre più marcata dell’azione attraverso sperimentalismi e sensibilità anomale, arrivando, con i sequel del film con Keanu Reeves, a un linguaggio estremo che potremmo considerare una vera e propria pornografia dell’action.

Quel processo ha inoltre portato alla ribalta alcuni nomi che hanno finito per costituire una sorta di squadra creativa dell’action contemporaneo. Tra questi c’è Derek Kolstad, sceneggiatore dei primi tre John Wick e autore, oltre che produttore, dei due Io sono Nessuno. Proprio dal dittico con Bob Odenkirk arriva il sodalizio che dà vita a Normal, con Kolstad alla sceneggiatura e Odenkirk coinvolto anche nella storia e nella produzione, oltre che interprete principale. A completare il curioso triangolo c’è poi Ben Wheatley, autore britannico che porta in questo progetto tutta la propria inclinazione per il cinema di genere.

La cittadina di Normal, nel Minnesota, è un piccolo centro innevato dove non succede praticamente mai nulla. O almeno così sembra. Ulysses Richardson, interpretato da Bob Odenkirk, è un lawman itinerante che viene mandato lì come sceriffo ad interim dopo la misteriosa morte del precedente titolare. Per lui dovrebbe essere un incarico di transizione, un modo per tenersi lontano dai problemi personali e dalle ferite morali lasciate da un precedente caso finito male. Ulysses è separato dalla moglie, con la quale mantiene un rapporto fatto soprattutto di telefonate e messaggi, e vorrebbe semplicemente attraversare indenne le poche settimane che lo separano dall’elezione del nuovo sceriffo.

Ma quando due sprovveduti criminali provenienti da fuori tentano di rapinare la banca locale, la quiete di Normal si spezza e viene scoperchiato un vero vaso di Pandora. Nel caveau non ci sono infatti soltanto i pochi soldi che i rapinatori pensavano di trovare, ma un’enorme quantità di lingotti d’oro appartenenti alla Yakuza. E il particolare più inquietante è che tutto il paese sembra esserne al corrente. Sindaco, polizia, commercianti e semplici cittadini sono tutti coinvolti in un sistema criminale che garantisce la sopravvivenza economica della comunità. Ora però c’è un problema: un forestiero come Ulysses ha scoperto il loro segreto. E a Normal, improvvisamente, tutti hanno un ottimo motivo per volerlo morto.

È proprio qui che Normal dimostra di essere un prodotto particolarmente gustoso. Il film è divertentissimo e, soprattutto, trasmette continuamente la sensazione che anche chi l’ha realizzato si sia divertito un sacco. Come accadeva in Io sono Nessuno, non c’è alcuna intenzione di prendere troppo sul serio la materia, ma sarebbe un errore considerare Normal semplicemente una nuova variazione sul tema delle avventure dell’ex agente di Hutch Mansell. Stavolta Kolstad e Odenkirk prendono una strada differente, molto più vicina al country crime e al neo-western alla Fargo, con una comunità apparentemente innocua che nasconde un segreto marcio e un uomo qualunque costretto a sopravvivere in un ambiente improvvisamente ostile.

A fare la differenza è soprattutto Ben Wheatley, che qui non si limita a essere un esecutore al servizio di un copione action. Dopo l’esperienza decisamente più anonima di Shark 2: l’abisso, il regista britannico sembra ritrovare terreno fertile per la propria personalità anche se lavora su commissione. E Normal trova elementi in comune con il suo Free Fire, soprattutto nella gestione dell’azione e della violenza: l’azione diventa progressivamente più caotica, assurda e deflagrante, fino a trasformarsi in un vero e proprio massacro da cartoon per adulti. A metà film la pellicola cambia marcia e il sangue comincia a scorrere con una generosità che non ci si aspetterebbe da quella prima parte così placida e quasi contemplativa.

Wheatley dimostra inoltre di saper lavorare benissimo sul contrasto tra la normalità rassicurante del Midwest e l’esplosione improvvisa della violenza. Il sorriso bonario dei cittadini, le piccole beghe di paese, i negozi, il pub e la neve diventano progressivamente gli elementi di uno scenario western nel quale il concetto stesso di “comunità” assume una connotazione minacciosa. E quando la situazione precipita, il regista britannico lascia esplodere tutto con una violenza esagerata e spesso esilarante, senza rinunciare a quella vena grottesca che accompagna l’intero film.

Grande Bob Odenkirk, ormai perfettamente a proprio agio nei panni dell’action-man improbabile. La sua forza sta proprio nel non possedere il fisico della tradizionale macchina da combattimento: Ulysses non è un superuomo, non è una leggenda del combattimento e non ha l’atteggiamento da duro di Jason Statham. È un uomo stanco, provato e apparentemente inadatto alla situazione in cui si trova, e proprio per questo risulta simpatico e credibile. Al suo fianco troviamo una Lena Headey e un Henry Winkler utilizzati in ruoli più piccoli, mentre Jess McLeod assume un peso maggiore all’interno della storia e contribuisce a dare ulteriore spessore alla comunità di Normal.

L’unico vero limite di Normal è forse proprio nella prima parte. Prima che il film trovi la sua dimensione più selvaggia passa un po’ di tempo e la lunga fase dedicata alla presentazione dei personaggi non sempre riesce a giustificare pienamente la propria durata. Il problema non è tanto la lentezza, quanto il fatto che alcune caratteristiche dei protagonisti risultino abbastanza standardizzate: l’uomo tormentato dal passato, l’individuo “diverso” osteggiato dalla comunità perché mentalmente poco aperta, il sindaco ambiguo, la donna burbera e tosta. Quando però il meccanismo finalmente scatta, Normal diventa esattamente il film che prometteva di essere.

E forse è proprio questo il punto: in un momento in cui l’action sembra avere continuamente bisogno di inventare nuovi modi per stupire, Normal trova il proprio spazio tornando indietro. Non cerca di costruire una nuova mitologia dell’eroe invincibile, ma prende il vecchio topos western dello straniero che arriva in città, lo immerge nella neve del Minnesota, lo contamina con Fargo, lo affida a Bob Odenkirk e poi gli dà fuoco. Il risultato non è rivoluzionario, ma è sufficientemente personale da ricordarci che, qualche volta, per fare un buon film d’azione basta ancora una buona idea, un regista con qualcosa da dire e la libertà di far esplodere tutto.

Normal arriva nei cinema italiani il 17 settembre distribuito da Vértice 360.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • La regia di Ben Wheatley, capace di dare personalità all’action.
  • Bob Odenkirk, un perfetto eroe action “anomalo”.
  • Violenza cartoonesca, splatter e sorprendentemente cattiva.
  • Una prima parte un po’ troppo dilatata.
  • Alcuni personaggi risultano abbastanza standardizzati.
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