Encanto, la recensione

Scorrendo la lista dei classici d’animazione della Disney si può notare come la Casa di Topolino abbia sempre avuto una certa coerenza distributiva con i loro film, anche nei momenti meno propizi, ma si sia decisamente intensificata l’offerta negli ultimi anni, probabilmente dettata dall’incremento del successo che questi prodotti hanno avuto con l’uscita di Frozen – Il regno di ghiaccio nel 2013. In ben due anni, infatti, notiamo che oltre alle uscite congiunte con Pixar e opere live-action a tema, ci sono stati ben due film d’animazione a marchio unico Disney: il 2016 con Zootropolis e Oceania e il 2021 con Raya e l’ultimo drago ed Encanto.

Se l’avventuroso Raya e l’ultimo drago è stato particolarmente sfortunato a causa della pandemia che ne ha compromesso il rilascio cinematografico, Encanto si appresta ad arrivare sul grande schermo dal 24 novembre e, dopo un mese esatto, in tempo per Natale, approderà su Disney+… il ché ce la dice lunga sulla nuova calibrazione delle priorità distributive Disney.

Encanto ci trasporta in Colombia e ci racconta la storia della famiglia Madrigal. Una famiglia che da tre generazioni rappresenta il fulcro del paese dal momento che ogni suo membro è caratterizzato da un particolare potere che utilizza per contribuire alla crescita dell’intera comunità. Luisa ha la super-forza, Isabela può creare dal nulla fiori e piante, Julieta prepara cibi con proprietà rigenerative, Pepa può controllare i fenomeni metereologici, Dolores ha un super-udito, Camilo può replicare la forma di qualsiasi altro essere umano e Bruno può vedere il futuro. Poi c’è Mirabel, che non ha nessun dono, l’unica della sua famiglia a non possedere poteri e per questo si sente a volte esclusa dalla vita comunitaria. Ma un giorno, Mirabel intuisce che il “miracolo” che da decenni aleggia sui Madrigal si sta spegnendo e la loro casa vivente comincia a presentare le prime crepe così cerca, senza successo, di avvisare la nonna Abuela che pensa sia solo un piano della ragazza per attirare l’attenzione su di se.

Come ci si potrebbe aspettare leggendo la sinossi, il fulcro primario di Encanto è la forza della comunità, intesa come famiglia in primis ma estendibile anche a gruppo senza vincoli parentali. Se un sistema sociale funziona è merito dei suoi singoli membri e della sinergia che impiegano per rendere armonico l’ambiente, ma se qualcosa comincia a incrinarsi, tutto il sistema rischia di esserne compromesso. Da questo semplice, ma assolutamente non banale, spunto si sviluppa il film diretto da Byron Howard, Jared Bush e Charise Castro Smith che decidono di ambientare quest’avventura in Colombia donando alla storia quel tocco esotico che ha già contribuito al successo di Oceania (scritto proprio da Jared Bush) e di fornire alcuni appigli storico/sociali che rimangono però sullo sfondo. Inoltre, per questo racconto il trio di registi ha deciso di utilizzare un genere narrativo molto caro alla Disney, il musical, facendo di Encanto una delle opere più classiche tra quelle viste negli ultimi anni nelle proposte dei classici d’animazione.

E se andiamo a scandagliare nel dettaglio Encanto, ci rendiamo conto che il 60° Classico Disney riesce meglio proprio nella costruzione del suo impianto musical. Sicuramente ha contribuito non poco alla riuscita di questo aspetto la collaborazione con Lin-Manuel Miranda, ormai la maggiore istituzione hollywoodiana in campo musicale, che ha scritto le canzoni e supervisionato la sceneggiatura. Da questo punto di vista, Encanto è il meglio che si possa desiderare: canzoni orecchiabili e con una importante funzione narrativa, coreografie ben studiate, spettacolari e perfettamente legate alla musica.

Però Encanto è anche molto esile narrativamente.

Partiamo dal presupposto che la Disney, differenziandosi dalle opere della ben più matura Pixar, si rivolge a un pubblico anche di bambini e i prodotti con il loro marchio appaiono abbastanza semplici e fruibili, come del resto dimostra l’enorme successo dei due capitoli di Frozen. Encanto si allinea a questo trend, rinuncia alle implicazioni sociologiche più sottili di Zootropolis, che Howard e Bush avevano precedentemente firmato, e punta tutto su musica, colore e superpoteri. Per questo motivo, la storia non si sviluppa in maniera troppo articolata e, dopo lo stupore per i superpoteri dei Madrigal, concede spazio a un mistero da risolvere, ma lo fa in maniera molto elementare concedendosi un epilogo altrettanto semplice, se vogliamo molto prevedibile, e con un messaggio morale da trasmettere.

Però, se lo sviluppo della storia è molto basilare, la descrizione dei personaggi è invece curata e mai banale, riuscendo a carpire dai vari membri della famiglia Madrigal tipologie sociali ben precise che riescono a fornire con cognizione di causa la descrizione di una micro-società. Eccezione a cui non si sottrae la protagonista Mirabel, lontanissima – sia fisicamente che caratterialmente – dal prototipo della principessa disneyana e nella quale sicuramente si riconosceranno molte bambine e adolescenti che guarderanno il film.

Insomma, a Encanto non manca l’appeal visivo e il coinvolgimento ritmico, che emergono dal solito spettacolare lavoro del team tecnico e dall’impianto musical, ma non c’è quel quid che possa far ricordare questo classico tra i migliori classici, ne quella complessità e profondità che lo faccia risultare realmente accattivante agli occhi del pubblico adulto, come spesso accade invece con le opere Pixar Animation.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Musiche e coreografie da grande musical.
  • Visivamente e sonoramente parlando è uno spettacolo e per questo motivo raccomandiamo la visione al cinema.
  • I personaggi sono ben sviluppati.
  • È narrativamente molto semplice, diciamo a portata di bambino, e dalla Disney ci si aspetta sempre quel qualcosa in più.

Puoi leggere l’intervista agli autori di Encanto, Jared Bush, Byron Howard e Charise Castro-Smith cliccando qui.

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