Dopo l’amore, la recensione

Amarsi è complicato. Separarsi lo è ancora di più.

Il regista belga Joaquim Lafosse non è il primo e non sarà l’ultimo a parlare delle pene del divorzio al cinema, ma nel suo ultimo film, Dopo l’amore, l’occhio cinematografico è concentrato su aspetti più amari e spesso nascosti.

Marie e Boris hanno due cose che li legano profondamente nonostante il loro amore sia ormai finito: la casa, pagata con i soldi di lei ma completamente ristrutturata da lui, e le loro figlie gemelle. Boris è senza lavoro e pieno di debiti e Marie non vuole concedergli la quantità di denaro che lui richiede.

Anche in questo caso la traduzione italiana del titolo pecca di fantasiosa libertà, infatti l’originale L’économie du couple mette in risalto i due aspetti cardine della pellicola che non vengono centrati nella traduzione italiana. Dopo l’amore distoglie e mal interpreta la visione del film: è una storia di calcoli e divisioni eque in cui i sentimenti sono solo secondari. Lafosse crede che la ricchezza non sia quantificabile solo con il denaro (“si può essere ricchi in molti altri modi” spiega Boris alle sue figlie), ma nessuno degli adulti presenti nella pellicola la pensa veramente così.

La casa non è più un semplice luogo (unico e claustrofobico) nel quale si svolge la storia, ma diventa cuore pulsante della narrazione, è oggetto dei contesi e specchio dei conflitti; dalla casa e dalla sua partizione nasce il non riconoscimento dei gesti e dei meriti. A un’economia concreta (suddividere i beni in parti uguali) se ne accosta un’altra, l’economia dei sentimenti: è necessario organizzare il tempo da passare con le figlie, i luoghi e le vacanze. Tutti questi schemi vengono estremizzati dal regista costringendo la coppia negli stessi ambienti; in questo modo, la lente d’ingrandimento si blocca su unico spazio per analizzare, in circa due ore, reazioni e dibattiti che normalmente prevedono un lasso di tempo minimo.

È curioso notare come Lafosse non sia interessato a mostrare com’erano i personaggi negli anni felici del loro matrimonio e neanche a suggerire come saranno in futuro; tutto è fermo in un momento straziante e distruttivo che viene dilatato e meticolosamente analizzato in tutti i suoi momenti di solitudine. Marie e Boris si rinfacciano continuamente le medesime colpe, ripetono compulsivamente le stesse frasi, portando lo spettatore a essere poco coinvolto, soprattutto nella seconda metà della pellicola. Questo tipo di dialoghi fanno riferimento allo stile del regista in cui è essenziale la ricerca di un naturalismo esasperato; l’esercizio di stile danneggia involontariamente la narrazione che si trascina personaggi immobili, arrivando a un finale poco chiaro.  Ben caratterizzato e ricco di momenti chiave (la scena del ballo) il rapporto che i due protagonisti hanno con le figlie.

Fiore all’occhiello del film sono le due interpretazioni di Berenice Bejo e Cedric Kahn, attori capaci di trasmettere l’insopportabile disordine di non riuscire a far finire un amore.

Lafosse ha realizzato un film in cui è faticoso arrivare alla fine senza cedimenti, ma fare i conti con il cinema, il naturalismo e l’amore in un’unica soluzione non è affatto semplice.

Matteo Illiano

PRO CONTRO
  • Mostrare il divorzio nei suoi angoli meno raccontati e strazianti.
  • Berenice Bejo e Cedric Kahn offrono grandi interpretazioni.
  • La ricerca di naturalismo comporta poco interesse e coinvolgimento.
  • Finale confuso.
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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Dopo l'amore, la recensione, 6.0 out of 10 based on 1 rating

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